Liebe Grüβe!

Cip-cip.
Messaggio.
Mi arriva solo se sono nella posizione giusta della casa: di fianco alla finestra, vicino alla porta del bagno, vicino al lavandino della cucina. Tutto il resto è il triangolo delle bermuda. Rete e onde fagocitate in un buco nero dove nulla prende.
No, non come in Madagascar. Lì, il cellulare prendeva dappertutto. Anche nei villaggi più sperduti dove poi, anche ci fosse stata un'emergenza, non c'erano strade transitabili nemmeno con la jeep.
I misteri della globalizzazione.
Messaggio, dicevo.
-Come va con il tedesco? Riesci a ordinare almeno un cappuccino?
Sì.
Ok. In teoria dovrei essere in grado di ordinarlo un cappuccino. Anzi, sono in grado. Ammesso di non volere aprire una disquisizione sull'essenza di un cappuccino.
Sul Cappuccino.
La dimensione della tazza, infatti, è doppia, o forse qualcosa di più, rispetto all'Italia. E il sapore non ci assomiglia più di tanto.
Io non faccio parte della schiera di quelli che, oddio-che-schifo-il-caffè-lungo. A me, a dire il vero, piace pure abbastanza, quella broda calda e annacquata. Mi sa molto di C'è posta per te.
Forse me n'ero innamorata in quel film ancora prima di essere mai entrata in uno Starbucks.
Il caffè lungo rilassante e camminante, utopia forse, dell'autunno newyorkese che non ho mai visto.
Il migliore tra i cappuccini giganti e deliziosamente lunghi rimane quello di Starbucks. Che ho aspettato invano nei miei tre anni di vita Milanese fino a rassegnarmi che no, non ci arriverà mai. Però sulla Hauptstrasse di Heidelberg ce ne sono ben due.
E poi c'è Riegler. O meglio ci sono i Riegler, uno ad ogni angolo..Che il cappuccino, sì, è abbastanza liquidoso, ma tutto il resto vale assolutamente la pena. Non che abbia assaggiato tutto, ma per la colazione i Franzbröchten alla cannella, dei panini dolci dall'aspetto di un croissant cicciotto e piatto, valgono assolutamente la pena. La descrizione, capisco, lascia un po' a desiderare, spero di riuscire a fare una foto decente la prossima volta! Per le papille gustative, non posso fare nulla, potete voi farvi un giro, questo sì.

Però, mentre rispondevo al messaggio che a questo punto potrei essere in grado di ordinare un cappuccino, se solo ce ne fosse uno autentico in giro, sono stata portata, per la merenda, in un posto carinissimo.
Cafè Rossi, nei dintorni di Bismarckplatz, caffetteria italiana, mi hanno assicurata che sì, il cappuccino era buono.
E infatti lo era. Schiuma densa e perfetta con tanto di prova del cucchiaino. Per la cronaca: se il cucchiaino appoggiato alla schiuma non affonda (prima di avere aggiunto lo zucchero, ovviamente), allora il cappuccino è a posto. Se invece il cucchiaino affonda miseramente, avreste tutto il diritto di rispedirlo indietro.
É un giochetto che avevamo sentito io e una mia compagna di liceo alla televisione, in non so quale programma culturalmente elevato!
Da quel giorno abbiamo quasi del tutto smesso di prendere il Montebianco al bar, sostituito con cappuccini più o meno perfetti, salvo poi sottoporre i cappuccini di ogni posto nuovo (o posto vecchio con nuovo barista) in cui andavamo a fare colazione alla tremenda prova del cucchiaino. Con tanto di faccia seriosa e arricciamento di naso.
La cosa è stupida. Ma, a parte che sono certa, che da domani, qualcuno proverà a fare la prova, pur non ammettendolo mai, vi assicuro che quando il cucchiaino non affonda, c'è sempre quel senso di sorpresa e soddisfazione che accompagna l'idea di perfezione.
Anche un cappuccino, nel suo piccolo, può essere perfetto. O quasi.

Quindi, quando sarò in crisi di astinenza da cappuccino all'Italiana, esiste qui ad Heidelberg un posto carino in cui rifugiarsi se piove o dove prendere il sole se il cielo è azzurro.
Noi siamo andate dentro. Dopo un metà settimana di sole. Di gente mezza nuda lungo il fiume Neckar, di bambini in mutande sguinzagliati nei giochi d'acqua e di partite di beach volley su campi di sabbia appoggiati sull'erba, sabato scorso è tornato l'inverno.

L'inverno coi suoi pensieri tristi.
Con le nuvole basse e bianche che scivolano sulla collina di alberi verdi rotolando verso il fiume.
Ha un suo fascino, non c'è che dire. Soprattutto se contornato di alberi rosa in fiore.
Che nonostante tutto, ti fanno credere che inverno non è proprio.
L'umore, in ogni caso, va in ribasso, sempre a voler dare la colpa alla luce.
Qualcuno mi fa notare che per me la domenica sera con la pioggia è sempre stato un giorno del cavolo.
Giusto.
Per questa avevo fatto in modo di restringere il mondo a poche cose.
Un letto. Letto-divano-ripostiglio-deposito-armadio.
Un computer pieno di film. Un libro. Internet. Una tazza di tè.
Tutto il resto fuori.

Fuori la nebbia.
Fuori la primavera che viene o non viene.
Fuori i fiori che non porto più al cimitero.
E quelli che crescono lungo il fiume. Bianchi con un occhio arancione in mezzo.
Arancione come un becco di cigno.

Dentro le piccole cose.
Un recinto che esclude per qualche ora l'esposizione al mondo. Come se fosse una lampada dai raggi ultravioletti perforanti e destabilizzanti.
Si sconsiglia l'esposizione prolungata al mondo ai cuori un po' anemici, si rischiano scottature.
Consigliata protezione totale.
Certi giorni basta un raggio di sole che filtra dalle finestre. Il resto è troppo.
Sono le giornate dei piaceri rassicuranti e solitari.
Sono le giornate in cui i pensieri si piantano al suolo come chiodi in lunghe passeggiate.
In cui la musica si diffonde nelle orecchie sola. Senza sfondo.
La vita ai minimi termini. Il tocco delicato del vento tra i fiori. Quando ne solleva il profumo se farne cadere i petali.

E poi entrare in casa e guardare un film. E goderselo fino in fondo anche se non è di certo un premio Nobel, ma una banale commedia romantica.
Rendersi conto che sono più di due settimane che non vedi un film dall'inizio alla fine.
A casa o al cinema.
E godersi le scene, i dialoghi, le espressioni dei personaggi. Lasciarsi avvolgere come in una coperta.

Mi sono ritrovata nuovamente e improvvisamente capace di leggere 400 pagine in poche ore.
Di dedicare ogni attimo di libertà a un mondo parallelo che per un paio di giorni non ti abbandona mai.
Lo pensi in bicicletta. Lo pensi nei giardini. Nei fiori. Mentre scatti una fotografia.
Ho quasi finito i libri che mi sono portata dietro.
Ho riscoperto piccoli il piacere di sognarmi di notte i personaggi. Anche se poi faccio gli incubi perché i libri più belli sono quasi tutti tristi. Però i personaggi sono loro e sono perfetti.
Sono nel sogno, così come me li ero immaginati. Con quei capelli, quei lineamenti, quelle rughe nel viso.
Sono i personaggi che anche il film più bello, nato dal libro, finirebbe, inevitabilmente per mandare in frantumi. Lasciando quel senso di delusione totale. Perché sono andata a vedere il film? Mi ha rovinato il libro.

Qualche tempo fa una ragazza, in un dialogo occasionale sul treno, nel sapere che andavo in Germania mi ha detto
-Lasci qualcuno qui?
-No.
-Non ce l'hai un fidanzato?
-No.
-Se non lasci nessuno l'hai già lasciato. Fai bene ad andare. Almeno ti fai un giro.
Per fortuna era la mia fermata.
Non ho fatto altro che scendere.
Pensare che qui, ora l', lasciavo tantissimo. Un'immensità che non si poteva rinchiudere in una parola banale di un dialogo fortuito su un treno per Lecce.
E poi forse ero io, che ero stata già lasciata, qualche mese prima, a un incrocio di una strada conosciuta, di fronte a un bar dove il cappuccino lo fanno bene e in cui probabilmente non entrerò mai più.

Passiamo alle cose pratiche?
Il corso di tedesco continua a piacermi. Inizio a capire qualcosa, a captare qualche parola dalle conversazioni. Oggi al supermercato ho imparato qualcosa tipo “Sgocciola!”. Lo urlava la cassiera a un tipo che aveva preso un ammorbidente che stava bagnando (e profumando, ovviamente) tutto il rullo.
Mentre lei urlava sta cosa io cercavo il verbo sul dizionario, anche se, avevo, chissà come, un presentimento riguardo al suo significato.
Continuo un'altra settimana il mio corso intensivo. Tutta la mattina, tutti i giorni..
Nota negativa, non riesco a scrivere quanto e come vorrei.
D'altra parte, in positivo, penso che mi faccia bene tenere il mio prezioso cervello impegnato su qualcosa, inoltre, trovavo stressante cambiare classe e insegnante per un mesetto di corso serale.
E lo stress emotivo, grazie tante, vorrei ridurlo al minimo.
Così, di fatto, vado a scuola, come andavo al liceo.
I venticinque minuti di intervallo leggo il LDM (libro del momento), come al liceo. Dispenso qualche sorriso, qualche parola, ma non ho troppa voglia di parlare. Studio, faccio i compiti.
Mi sento abbastanza sola. Non qui, in questo posto nuovo più che altrove. Mi manca l'essenza dell'aggettivo “familiare”, quindi, mi sento un po' sola, in generale.
Mi manca i contorni della vecchia vita che non era qui e non è più nemmeno dove era prima.
Mi mancano i contorni di quel mondo che era il mio, il nostro. Di quello che avevo costruito. E senza quei contorni lì, l'incedere lento delle cose nelle loro forme più banali, della loro meravigliosa quotidianità torna ad essere qualcosa di sconosciuto.
Ho continuato il mio corso di tedesco anche per prolungare di due settimane questo incedere cadenzato del tempo. Prima di decidere come gestire le mie mattine da sola.
Il famoso tempo libero, che non diventi tempo vuoto.
Vado a lezione in bici. Se è bel tempo sbircio dentro i giardini delle case. I tulipani, le altalene, l'erba ben curata.
Ho passato i primi giorni qui a focalizzare la mancanza di qualcosa che non mi era chiaro.
Poi un giorno, ho afferrato il punto: “Non ci sono gatti”.
O forse ci sono, ma pochi.
Non si vedono furtivi nei giardini. Non si sentono miagolare di notte. Non si vedono dormire acciambellati sui motori caldi delle auto parcheggiate.
Ci sono i topini, i conigli, le papere, le cocorite. Ma nei giardini e per le strade, gatti, non se ne vedono.
Strana cosa. Ci sono ovunque, i gatti.
Tra le case bianche delle isole greche, al vento del Portogallo, nelle case e nei giardini di Miramare, anche d'inverno, quando non c'è un cane.
Qui, forse se ne stanno beati sulle poltrone, lontani dai cani e dalle brusche sterzate della temperatura.
Però in questi giardini che si accomodano come zerbini ben sistemati ai piedi delle case coi tetti a punta, tra i tulipani screziati ben allineati, le altalene e i nani da giardino non mi sarei sorpresa nello scorgere due orecchie a punta avvitate su occhi gialli e furbi.
Pezzi di gatto intento a fare pipì nel giardino del vicino, a farsi le unghie sulla staccionata appena dipinta di verde o a mordere la cuffietta di uno gnomo di ceramica.
Invece dei soliti gatti, nei brevi tragitti in bici che mi separano dalla scuola, al mattino, mi capita di scorgere le orecchie tonde di un coniglio addentrarsi tra i fiori rossi e rosa e subito scomparire.
Forse i gatti, li hanno rapiti i conigli. Forse.

Mi faccio assorbire da quattro ore di lezione in questa lingua difficile che però mi piace.
A volte mi perdo. Come mi sono sempre persa inseguendo il filo di un pensiero che si rivelava improvvisamente più interessante di tutto il resto.
Facciamo valanghe di esercizi di grammatica per infilare bene le desinenze degli accusativi.
Ripetiamo frasi senza senso pratico.
A un certo punto della conversazione fittizia un signore vorrebbe comprare dei pomodori delle Isole Canarie.
A quella parola la mia attenzione si fissa sul qui e ora dell'aula per un secondo e poi si perde lontana. A quella parte di Canarie deserta che ho visto io. Che sarebbe come pretendere di far crescere pomodori sulla luna.
Da Francoforte è pieno di voli per tutto il mondo. Sembra tutto vicino. Ma quelle sette isole mi sembrano all'improvviso lontanissime. Più lontane della sponda al largo del Marocco su cui si posano. Su un oceano che vuole essere spagnolo, ma è Africa.
Nelle dune, nella sabbia rossa, nella vegetazione, nel sole e nel vento.
Gli spazi si dilatano.
Sono lontane quelle isole, come sono lontani i luoghi a due passi da casa dei campeggi della mia infanzia. Sono lontani perché di un altro tempo oltre che di un altro luogo.
Certi giorni quando il sole è più caldo e il cielo più chiaro mi ritrovo a pensare che avremmo avuto diritto a una seconda possibilità.
A una vita dopo.
A un secondo tempo.
A uno sguardo indietro.
Torna qui. Torna con me. Torna indietro.
Un mantra infantile, che scorre fra le labbra come il fiume. Che scivola di ponte in ponte, di prato in prato. Che si infila nelle lunghe passeggiate sull'erba. In quel camminare che si vuole soltanto che sospinga un po' più in là.
E camminando è chiaro che si può andare solo avanti.
Che il destino non concede seconde possibilità, quelle, sono prerogative umane.
L'umano cancellare per un giorno o per anni la persona che hai amato e poi odiato. Il perdonare. Il ritornare con serenità inaspettata su relazioni che credevi troncate per sempre.
Questo è il mare delle seconde volte.
Ma sotto i nostri passi, per miliardi che possano essere, il terreno non si piega e il tempo non si arresta.
È una pretesa infantile riavere indietro quello che avevamo, protendo che sia per un giorno soltanto.
Perché a riaverlo indietro, quel solo giorno, non basterebbe. Se ne vorrebbe un altro e un altro ancora. Sarebbe l'infrangersi inevitabile delle promesse che facciamo al tempo.
Perché le cose da dirsi sarebbero sempre troppe.
E se finissero rimarrebbe il silenzio, che è la parte più bella di tutto il detto.
Non la sospensione imbarazzata del non sapere cosa dirsi. Ma la tensione impercettibile che per quel momento, ci si è detti tutto e non c'è nulla da aggiungere.
Rimane nell'aria solo una sorta di elettricità di due corpi che si attraggono, di due persone che pensano, nello stesso istante, di avere trovato quello che stavano cercando. È casa anche questa.
Quando nel silenzio di una stanza, tutto parla.

Ora che tutto questo non c'è più e non mi sfiora ancora nemmeno il pensiero di come si potrà ricostruire.
Ora molte delle cose che faccio ogni giorno non hanno valore. Perché non hanno un luogo dove essere ricondotte, non hanno braccia che vi si aprano di fronte o una voce che faccia loro eco.

Per questo forse, per questa eco che non ritrovo in alcun luogo ho bisogno di ore in cui stare da sola.
Di una corsa senza meta.
Di guardare il mondo che mi sta intorno senza cercare di averne nulla in cambio.
Nel silenzio riesco ad ascoltare i pensieri che scorrono alla velocità della luce senza fermarli. Senza chiuderli in luoghi in cui starebbero per forza stretti.
Senza scrivere e senza forzarli, prendendoli così come vengono, come pugni quando mi fanno piangere e come sorrisi, quando sono belli. In questi momenti vuoti si affacciano strani, bagliori di futuro.
Diverso da quello che fino a Natale mi ero immaginata.
Diverso da quello che avevo sperato.
Diverso da quello che ancora sogno di notte.
Eppure è futuro. È qualcosa di diverso e che verrà poi. È un mondo nuovo che si affaccia in punta di piedi.
E anche se continuo a pensare che io non l'ho chiesto e che ne avrei fatto volentieri a meno rimane in certi giorni, quella curiosità molto umana per cui mi sorprendo a domandarmi assente:
Che cosa sarà?
E a rispondermi che sì, qualcosa sarà.
Perché non può essere altrimenti.
Perché dove c'è l'onda, anche se minima, c'è un movimento profondo da cui nasce.
C'è un luogo dove tutto inizia. Lo stesso in cui tutto è finito già una volta. E in cui volentieri mi perdo.

Ora siccome siamo tutti abbastanza tristi, ho un annuncio da fare.
Sono nati i fratellini/sorelline di Minta. Minta ovviamente non lo sa. E non penso gliene importi più di tanto. Lei, in realtà, sta pensando a dove cavolo sia andata l'unica scema che la sentiva miagolare alle sei del mattino e che le sminuzzava la scatoletta con la forchetta rimproverata altamente dal suo altro genitore umano.
-Che cosa stai facendo?
-Le faccio i pezzettini.
-Non è ritardata. Non ancora, vuoi che lo diventi?
-Per farle un favore.
I tremendi dubbi sull'educazione del felino.
Comunque, a parte questo, in un bel posto in campagna tra Liguria e Piemonte sono nati dei nuovi gattini.
Due o tre sono stati già prenotati, ne rimangono un paio.
Se a qualcuno, fosse venuta voglia, seguendo su questo blog le prodezze di Minta, di fare un po' di pet teraphy (assicuro, funziona alla grande) con un mini-felino, non ha che da mandarmi una mail!
Ovviamente non si risponde di cassetti saccheggiati, di graffi ai divani e alle mani, né tanto meno di buchi ai vestiti. Consigliamo nei primi mesi di rifarsi il guardaroba da H e M e di foderare i divani.
In alternativa al mercato ci sono vestitini già bucherellati, a quanto pare, di gran moda: crazy-cat-style del tutto realistico.

Pensateci su.

Liebe Grüβe!

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Comments

E' un gesto quasi automatico ormai, quello di cliccare su questa pagina prima di spegnere il computer.
Ed è così bella la speranza di trovarci qualcosa di nuovo, un racconto, un ricordo, un sorriso e una lacrima da condividere con te. A distanza.
Questa sera, leggendoti, nella mente hanno cominciato a suonarmi queste note, questo cantilenante ritmo, che si muove come la risacca del mare, avanti e indietro, avanti e indietro. E ti culla, alla fine di una lunga giornata.
Spero che accompagni il tuo andare, ora e sempre, lì e ovunque sia.
Camminante, su piedi che reggono l'intero peso.
E che portano via.

VINICIO CAPOSSELA - Camminante
"Ahi, t' ho visto sporta alla ventana
seguir lontano il volo del gabbiano
hai masticato muta un benvenuto
e t' ho incontrata strana

non cerco più la festa del tuo sguardo
né tantomeno il volto che mi è amico
ti guardo, ti saluto e mi ridico
che è fatica averti

i capelli neri e unti come il corvo
le labbra strette al nodo dell'orgoglio
odiami per non cadere pronto
nell'amore che non voglio
così m'incontro solo, solo e perduto
come quando gli uccelli se ne migrano
lasciando il loro nido
come quando gli uccelli se ne migrano
lasciando il loro nido

però resto contento
per quello che è passato
mi porto appesa al cuore una promessa
e qualche bacio rubato
e voglio restar quieto
e sognar disperso
sognar che stiamo noi due soli
e nel mare aperto
sognar che stiamo noi due soli
e nel mare aperto

toglietemi passioni, amici,
il riso del saluto,
ma non si può perdere quello che
mai in fondo si è tenuto
non si può perder niente se
niente si è mai avuto

le seppie han le ossa bianche e l'ippogrifo
ha il becco scuro e forte è il suo nitrito

distante come il cielo in Patagonia
m'avvio abbracciando i sogni che ho patito
distante come il cielo in Patagonia
m'allungo ai sogni che ho patito

come quando gli uccelli se ne migrano
lasciando il loro nido
lasciando il loro nido
come quando gli uccelli se ne migrano
lasciando il loro nido

https://www.youtube.com/watch?v=Q1fqF-5Y6ZQ

sapevo di trovarti prima di andare a dormire...Bella canzone... Prima o poi dovrò fare la compilation (come al liceo!) dell'Arianneide.

Ho visto la tua mattina, la bicicletta che sfreccia tra le strade e rallenta ogni tanto a sbirciare in un giardino.
Ho ascoltato insieme a te le parole che prima sono solo un suono, e poi diventano una frase. Sgocciola!
Ho sentito la tua solitudine, che a volte trova quiete in posti piccoli, piccoli rituali, gli anfratti che ci ricaviamo nelle giornate perché ci diventino familiari.
Un esercizio che sembra senza senso, faticoso, e in continuo dispendio di energie. E invece, piano piano, strato dopo strato, qualcosa comincia a scolpirsi. Qualcosa prende forma.
Ti spedirò un libro, lo farò perché diventi il LDM. Mi prenderò una mattina solo per cercare in libreria il libro giusto per farti compagnia da lontano. Per raccontarti e ricordarti giorno dopo giorno, pausa dopo pausa, che stai facendo una cosa grande. Che sei, una cosa grande.
Non è da tutti tuffarsi così. Non tanto nell'avventura nuova: in quello sono bravi in molti.
Tu ti tuffi nelle tristezze conosciute, nei vuoti inaddomesticabili. Sosti, in apnea, senza sottrarti. E com'è nel tuo stile lo fai con grazia.
Non sei lontana per fuggire: sei lontana perché era l'unico modo per ricavarti una "stanzetta tutta per te".
Heidelberg è la città dei cappuccini annacquati e dell'esercizio alla rinascita. Non per niente tutte quelle corde tese, e lo sport di camminarci sopra senza cadere. Vacillare può essere una danza. La danza con le proprie ombre, una danza che non deve fare paura perché può diventare la cosa più bella.
Ogni mattina in bicicletta è un passo di danza. Ogni parola che prima era suono e poi diventa una storia, è un passo di danza.
E io, lo sai, da lontanovicino danzo sempre insieme a te!

Domani mattina colazione al bar e......prova del cucchiaino!!!!!!!!!!
un abbraccio

Pino ultimamente le supera abbastanza! All'inizio era una disperazione... ma le paste lo perdonavano sempre. O quasi!

Prima o poi riusciremo a sentirci..pensarci ci pensiamo..sentirci non è così facile..ma forse riusciremo a vederci..che è forse sarebbe ancora meglio..ci metto tutta me stessa..voglia di abbracciarti e vedere dal vivo i coniglietti..

..Qualcosa,vedrai,sarà.....

Anche i conigli hanno il loro perché. L'importante è tornare dai gatti alla fine di tutto! :)