ARCOBALENI. Da HEIDELBERG

Quanto tempo che non scrivo.
È perché non riesco a fermarmi mai del tutto. Mi soffermo, poi vado oltre.
Mi muovo, c'è il sole, ho una nuova bicicletta.
E già so che mi dispiacerà rivenderla alla partenza.
Come se gli oggetti non fossero soltanto maldestri sostituti di quello che ci manca davvero.
Sono i residui convessi delle zone concave dei corpi.
Riempiono dove la vita svuota.
Loro, nelle assenze, stanno. E questo rassicura.
“Sono solo oggetti!”.
Eppure talvolta così indispensabili e confortanti che sembra quasi di voler loro bene.
I cuscini qui in Germania sono quadrati. E giganti. Sono cuscini da abbraccio. Mi sono sempre piaciuti i cuscini tedeschi, anche se poi sono troppo alti e finisco per dormire senza.
Inconvenienti di percorso.
Il mio cuscino non l'ho portato. Tra il cuscino e Siku, ho scelto Siku.

Una settimana e due giorni. È già sabato.
Stasera ho voglia di scrivere.

Spostando il peso delle corpo su un punto fisso, sento che le parole si sollevano e le frasi si mettono insieme. Mi lascio prendere da questo sensazione di vuoto che si riempie. Nei racconti che prendono forma. Nelle sensazioni che si fanno calde, avvolgenti, mentre i pensieri cercano di acchiappare le parole che li portino allo scoperto.
Questo è sentire. Portarsi il mondo all'interno.
Questo è scrivere. Restituirlo condensato, caldo, coccolato. I pensieri più sfuggenti acciambellati come gatti dentro parole perfette.

I miei giorni qui sono tempo non prevedibile.
Il dolore si concentra a ondate in un luogo che è solo dentro di me e che fuori non trovo da nessuna parte.
L'amore e la tristezza.
La pioggia e il sole.
La nostalgia di una casa.
Il passato e il presente.
Il futuro, quello a cui mi devo abituare.
Mi riesce difficile scrivere. Distendere qui, su una pagina, una sentire assolutamente condensato in un punto. Ma ci provo.

La sera quando la casa si quieta ascolto la musica.
Leggo.
Penso.
Ritaglio pezzi delle mie giornate. Vorrei raccontarli a Fabio. Ma lui non c'è. Non su Skipe per lo meno.
Le cose nuove che mi circondano passano nelle canzoni che abbiamo ascoltato per un po', si fanno spazio nelle magliette che indosso e non sono le mie, si scaldano nei maglioni sformati e con i pallini.
E tutto diventa più familiare. Più bello. Inutile pensare a come sarebbe stato più bello.

Le cose nuove di questi giorni mi si muovono nella testa alla velocità delle palline di un flipper.
Digestione difficile e riflessione movimentata. Più che altro un vivo pulsare di sensazioni combinate in un caos assoluto.
La leggerezza di un pensiero altalenante e dispersivo. E la nostalgia profonda e tagliente di non poterlo raccontare. Non a chi avrebbe restituito un senso diverso, a questo andare e al suo tornare.

Penso al mio ritorno a Torino e lo immagino diverso da come andrà realmente.
Me lo immagino tra braccia che non ci sono e non ci saranno.
Sarebbe inutile negare che sia diversamente. Non l'ho mai pensato, in realtà.
Questo è così. Poi c'è tutto il resto.
Inutile dire che mi manca. Chi mi manca. Che ci penso sempre. Nei momenti belli e in quelli brutti.
Ma soprattutto in quelli belli. Nelle cose belle manca sempre di più. Perché la sua assenza le rende incomplete. Non più così belle. Non abbastanza.

La prima settimana qui è stata un agglomerato di sensazioni cementate tra loro.
Nulla di atomico, nulla di semplice o divisibile. Solo uno stato di cose. E il tentativo di stargli dietro. A piedi, in bicicletta. In velocità, in ogni caso. Con i pattini no, sono pentitissima però di non averli portati.

Inizio a ricevere qualche mail preoccupata sul mio silenzio.
Per fortuna la Germania è un paese avanzato.
Non apriamo una parentesi tremenda su quanto poco ci voglia ad essere, per lo meno, politicamente, più avanzati dell'Italia di oggi. Sono abbastanza contenta di non potere guardare i telegiornali e di non potere beccare intorno a quest'ora, un orripilante Bruno Vespa mentre cerco di prendere sonno facendo del pessimo zapping.
Avanzato nel senso che internet c'è, il mio computer pure, talvolta lo ignoro. Ma io scrivo. Insomma, scriverei.
Il tempo di ambientarmi.
Mi sta impegnando abbastanza anche la sola comprensione dell'utilizzo corretto, delle piste ciclabili. Meravigliose e capillari piste ciclabili.

Il viaggio è stato davvero lungo.
Così lungo che mi sembra strano ritrovarmi ad appena settecento kilometri da Torino.
E non darei la colpa alle valigie pesanti, assolutamente limitate per tre donne che stanno via tre mesi. Né alla tre-enne decisamente buona se penso a quanto rompevo io alla sua età durante gli spostamenti in auto. Rompevo a dismisura e un'ora prima di arrivare vomitavo. Deliziosa bambina.
Esempio tipico.
Viaggio Rimini-Puglia. Il Gargano no, troppo vicino. La Puglia bella, quella che si imbuca nella punta dello stivale e che piglia tre mari con un motorino.
Partiamo carichi come i muli, mio babbo si fa una doccia dopo avere caricato venti valigie, che sembra sì, che dobbiamo stare via tre mesi.
Partiamo.
Pesaro:
-Quanto manca?
-Molto.
-Quanto?
-Otto ore.
Senigallia:
-Quanto manca?
-Molto.
-Quanto?
-Come prima.
Ancona:
-Quanto manca?
-Molto. Manca Molto. MOLTO. Se non la smetti di chiedere quanto manca ti … (non riferibile!).
A questa conversazione seguivano: almeno tre ascolti di entrambi i lati (c'erano le cassette: lato A e lato B) delle più belle canzoni dello Zecchino d'Oro. Finché la cassetta si arrotolava e bisognava tirarla fuori e riavvolgerla con una matita. Almeno un'ora di: “Passa un bastimento carico di...A, B, Q...”. Calci e pugni con mia sorella perché, entrambe, volevamo giustamente dormire distese.
E via dicendo.
Nulla di tutto questo. Il viaggio è stato, diciamo, strutturalmente lungo.

Partiamo alle dieci.
L'ingresso della Como-Chiasso è deviato per lavori, ci infiliamo nell'unica direzione possibile dove a un certo punto compare un microscopico cartello giallo con freccia e scritta “Ingresso A8-A9”.
A parte che potevano anche scriverlo un po' più grande e piazzarlo dove sia visibile anche a chi non ha dodici decimi, Ma, in ogni caso, che ne so, io, che la Como-Chiasso è la A9 e non piuttosto la B-45? Nulla.
Ringraziamo il cellulare pseudotecnologico che se non altro ci ha permesso di imbroccare la strada verso il confine.
Autostrade svizzere piene di lavori in corso. Limite degli 80 in tutte le gallerie. Dentro il San Gottardo iniziamo a sudare. Guardo il termometro: 27,5 gradi. Ci togliamo un po' di maglie. Sauna. Usciamo dalla galleria, è primavera, sole accecante, caldo e vento. I prati sono verdi, non vediamo mucche, purtroppo. Ci speravamo. Tanto per movimentare un po' il panorama.
Sul confine, verso Basilea, lavori in corso e traffico micidiale.
La Germania è a dieci kilometri. Per percorrerli ci mettiamo quasi un'ora. Il miraggio teutonico.
Intanto penso alla politica italiana, agli ultimi telegiornali che ho visto, penso che se la Merkel deciderà di invaderci, io per lo meno saprò parlare un po' di tedesco. Magari mi salvo.
Entriamo in Germania. Il cielo si fa plumbeo. Nuvole da tempesta shakespeariana. Ma non piove. Facciamo meno di cento kilometri di gloria in cui andiamo allegramente ai 140, poi la situazione degenera.
Siamo sempre più stanche. Ci sono sempre più lavori in corso. Sempre più tir e sempre più traffico.
La strada è a due corsie strettissime e si fa fatica a superare. Inizia a piovere.
Per un paio di ore piove e piove, poi diluvia. Acqua come sotto la doccia. Non si vede una mazza. Diventa pure buio. Ovvio. Le giornata si sono allungate, ma l'eternità non l'hanno ancora ottenuta.
Quella arriva, di solito, intorno al mio compleanno.
Arriviamo alle dieci passate con facce assolutamente allucinate.
Mangiamo parmigiano (il mattone della sopravvivenza) e ci fiondiamo nel letto. Se ne riparla il giorno dopo.
Ci vogliono due giorni tondi per ripigliarsi dal viaggio. Ovviamente parlo della componente adulta, a lei, occorrono due giori, la componente bambina ha dormito in macchina per metà del viaggio e il giorno dopo è già vispa e arzilla, fin troppo.
Nel mentre c'è il primo impatto con Heidelberg (H aspirata!).
E il primo impatto è lo schianto contro un arcobaleno. Anzi due.
Quando al corso di tedesco di Torino, tra le tante parole come sole, neve e via dicendo, ci avevano insegnato Arcobaleno “Regenbogen”, la parte destra del mio cervello, quella calcolatrice e razionale, aveva pensato che era una parola inutile, troppe ne dovevo imparare nell'elenco delle indispensabili prima di arrivare all'arcobaleno.
Invece no.
Perché il secondo giorno, dopo un acquazzone di pochi minuti, ne sono sbucati due.
Due arcobaleni interi, uno sopra l'altro proprio davanti a casa. Così intensi che sono riuscita a fotografarli con il cellulare. Il tempo di andare a prendere l'altra macchina fotografica, infatti, ed erano già spariti. Sciolti in mille gocce di colori e acqua.
Magici.
Pioggia e freddo i primi giorni. E d'un botto l'estate.
Il caldo. Il profumo di fiori dappertutto, gli alberi schiusi sopra i nani da giardino. Veri nani, come quelli del Meraviglioso mondo di Amelie. Chi non l'ha ancora visto, si aggiorni in fretta.
Confermo la mia idea su questa parte di Germania.
É una Germania dolce.
Dolci i profili delle colline e delle case. Dolce come scorre il fiume. Dolci i colori.
Dolci i dolci.
Trai miei preferiti rimangono gli Honigwaffeln. Le kirschetaschen, delle sfogliette ripiene di ciliegie.
Il Rhabarber-plunder che mi fa impazzire perché, il rabarbaro, da noi, si trova giusto nelle caramelle Leone tra i gusti impossibili.
Biscotti al caramello di ogni tipo, manco a dirlo.
E gli Streusel che però ancora non ho riassaggiato. Lo farò presto. Nessun problema. Il tempo di sondare una panetteria pienamente convincente. Che gli Streusel se le bricioline non scricchiolano sotto i denti, ma sono mollicce, sono proprio una fregatura. E, no grazie, preferisco non rischiare.
Rovinarmi un pomeriggio per colpa di uno Streusel molliccio è l'ultima delle mie priorità!
Qui bevono tè, ovviamente.
Bollitori elettrici e un litro di acqua bolle in due minuti.
I negozi biologici sono fantastici, per gli amanti, sembra il paese dei balocchi. Hanno cose di cui noi non sappiamo nemmeno l'esistenza. Le dosi sono da giornate da leoni, o da mangioni.
1 kilo di Apfelmark biologica. 1 kilo di crema di arachidi. 1 kilo di Tahine per fare falafel da qui a più infinito.
Lo snobismo alimentare delle mono e micro-porzioni attacca poco.
Lo yogurt da 125 grammi non esiste, senza una base da 250 grammi, non vale la pena alzarsi dal letto, e il succo con la cannuccia è da mezzo litro.
Parlano tutti tedesco. Ma va! E questo è un ovvio problema, almeno per il momento.
Ma vanno tutti in bicicletta.
E questa ha il linguaggio universale delle cose buone.
E coi pattini. Giocano all'aria aperta tra funi per piccoli equilibristi, palloni, gruppi di yoga e lezioni di ballo. E si godono quello che hanno.
Il verde, lo spazio, il fiume.
Il sole quando c'è il sole.
I temporali non scatenano crisi di panico. Quando il cielo diventa nero ci si affretta verso casa.
Magari ci si mette l'impermeabile, o un cappellino.
Hanno tanti bambini.
Biondissimi bambini di genitori giovani.
Gli spazi dedicati a loro sono incredibili. Un mondo su misura dentro un mondo adulto che, rispetto al nostro, è comunque già a misura di bambino.
Nell'aderenza alle cose. Nella vita all'aria aperta. Nel dare alle cose il peso che trovano. Ai capricci dei bambini, alle loro cadute, a una nuvola che spegne il sole di una domenica pomeriggio.
Ritrovo anche qui, come spesso mi accade, la bella sensazione di ritrovarmi un po' a casa in posti sconosciuti.
Perchè rispecchiano almeno in parte la casa che ci portiamo dentro.
Quella che cerchiamo in tutti i posti in cui capitiamo. E che ognuno di questi posti arricchisce e colora.
La vita all'aria aperta soddisfa l'esigenza primordiale di percorrere uno spazio. Di sentire il freddo e il caldo, le stagioni. Di bruciare energie.
È una buona sensazione.

E una buona sensazione è sapere che a Torino sono comparsi girasoli là dove avrei voluto che fossero.
Un grazie e un abbraccio a chi ne ha portato uno.
Pensando a Fabio. Pensando a me. Pensando all'estate che arriverà prima o poi.
Improvvisa e colorata come un arcobaleno.

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Comments

E poi arrivi tu...
Arcobaleno in una domenica triste.

Speriamo che la scia... Duri un pochino..

Guardavo ormai tutti i giorni per vedere se c'era un nuovo post!Ti mando un abbraccio fortissimo!Giorgia

Finalmente ho tue notizie....!!!!!!!!un abbraccio wendy

Già... Mi sentivo un po' in colpa. Il tuo parmigiano è bello che andato!

Sempre magia nelle tue parole...qua tanti pensieri che volano verso Nord..verso te

Grazie Arianna che anche da lontano non ci lasci senza notizie!
Quelli che come me ti leggono SEMPRE, attendono con ansia le tue parole e i tuoi splendidi racconti...
Ti penso nella “dolce” Germania e ti abbraccio forte. Gloria

Quando finisco di azzerare i meiei neuroni al corso di tedesco... Spero di avere tante cose in più da racontare. Baci...

Sei tornata. Grazie.

Qui sì. Non vado mai troppo lontano da queste pagine.

Che belli i tuoi racconti. Sembra di essere lì a passeggiare con te.

"Le giornata si sono allungate, ma l'eternità non l'hanno ancora ottenuta." Sei mitica, mi manchi. Ti abbraccio