FRAGOLE, VALIGIE E ADRENALINA. Ultimo post da Torino

Ho avuto da fare. Ho corso, ho prillato, ho inscatolato e ho sudato. Ho dormito in svariati letti.
Ho tante cose da raccontare. Avrei voluto salutare tutti, ma non è stato possibile.
Ho raccimolato un po' di pezzi scritti di notte, un po' di foto e un po' di pensieri.
Dovrei chiudere la valigia ma non ne ho voglia. Dovrei pulire, nemmeno per sogno. Ho voglia di scrivere, oggi, questo ultimo post da Torino, almeno penso, almeno per un po'.

4/Aprile/2013

Stasera non dormo.
In camera è troppo buio e se accendo la luce sveglio tutti.
Sento in lontananza i rumori della strada.
Se avessi la macchina potrei scendere, in pigiama e andare. Che poi non sarei in pigiama. Solo i pantaloni sono del pigiama, li ho da una vita, che forse sono dieci anni. E una maglia di Fabio. Che me la sento addosso e mi fa compagnia.
Mi sono imposta tante cose negli ultimi mesi.
Di non rileggere le centinaia di mail che ci siamo mandati. All'inizio, per conoscerci. Mail datate 2009. Dicembre. 2010. Gennaio, febbraio, marzo...
Di non andare sul suo profilo Facebook, anche se ho le password e potrei farlo.
Di non rileggere i messaggi.
Di non lasciare casa sua come se nulla fosse successo.
Di svuotarla del mio. Col cuore in testa e la testa schiacciata come sotto un camion.
Di non marcire nel letto, con la testa sotto il piumone.
Di sorridere.
Per non buttare via anche quello che resta, di noi due, che sono io. E questa è una cosa tremenda. Ma è la verità.
Mi impongo di tutto. Che è come legarsi a un palo e sentirsi tirare all'indietro.
Non si impone, il dormire. Si asseconda, volendo. Si combatte, cascando dal sonno in compagnia di amici, nelle chiacchiere che sfumano, che rallentano, sul far della notte.

E poi ci sono le cose che fanno bene, molto bene. E poi subito dopo male.
E non puoi fare a meno di farle, perché c'è quel momento esatto in cui fanno bene.
Ed è come quando passa una stella cadente. Con la sua scia. E puoi solo guardarla passare ed esprimere un desiderio.
Anche se poi non si avvera.
Quella stella staccata dal cielo la maggior parte delle volte è una fregatura.
O come quando guardi le stelle e qualcuno ti dice che sono già morte.
Non importa. E' per quella luce lì che le guardi. Per farti brillare gli occhi.
Però poi pensi alla scia. Alla luce di chi se n'è andato. E che ciò che hai visto brillare, brillerà per sempre, in un altro modo, in un altro mondo, in altri occhi.
E questo è un così bel pensiero che fa anche un po' incazzare. Perché non c'è un termine più gentile.
Stasera vorrei prendere qualche bicchiere e sentire il rumore che fa cadendo, nelle pozze di pioggia sulla strada. Voglio sapere se consola.
Guardo l'acqua che bolle nel pentolino. Infilo una bustina di tisana alla salvia e disintegro la bustina in coriandoli lilla. Ci soffio sopra, volando ovunque. Raccolgo domattina.
Faccio partire la lavastoviglie. Un rumore rassicurante, anche se è rotta e rantola un po', come un cane. Di quelli con il muso schiacciato che respirano male.
La gatta dorme nella sua cesta e mi viene voglia di svegliarla. Per una volta, potrei svegliarla io.
Lei dorme, io no.
Io sto qui e penso alle cose.
A come vanno, a volte.
A come non si possono cambiare.
Né accettare.
Certe notti sogno capo Espichel. Il vento, il convento abbandonato, il vento, il mare, le orme dei dinosauri.
-Si potrebbe girare un film horror qui.
-Di brutto.
-Di notte, col vento, l'oceano...
-...una coppietta si imbosca e...
-Zac!

Ci si possono girare i sogni invece. Quelli di quando ci si sente soli. Non mi sembra più tanto desolato quel posto. C'eravamo noi due, c'erano le rondini. Ci siamo fatti un sacco di foto. Abbiamo guardato giù dal precipizio, sul mare e ci sono venuti i brividi.

Ho voglia di piangere a volte.
Di spaccare qualcosa.

Ieri ho distrutto tre pacchi di crackers. Li ho mandati in frantumi con tre pugni ben assestati. Fanno un rumore di ossa rotte. Poi li ho rifilati ai colombi.
Tanto per non sentirmi in colpa anche della fame del mondo.
Non li mangio i crackers sbriciolati. Mi ricordano quando mi si infilavano sotto i libri di scuola, alle medie, Il peggio era quando a rimanere schiacciata era la banana.
Era un incubo, la banana per merenda.
Che poi perché mi viene in mente adesso, che di banane non ne mangio almeno da Natale, che fuori piove e la lavastoviglie mi entra nelle orecchie come un martello.
Adesso che non riesco a dormire, che ascoltare la musica mi da fastidio e a leggere mi si incrociano gli occhi.
Cosa c'entrano le banane adesso? I misteri insondabili del cervello umano. Del mio, prima di tutti.
Adesso che vorrei solo entrare nella doccia e rimanerci per tutta la notte.
Certo, meglio sarebbe il bagno. Farsi scivolare in avanti. Buttare indietro la testa, chiudere gli occhi, sentire i capelli che galleggiano, in alto. Smettere di respirare, contare fino a dieci. Fino a quindici. Finché la vena del collo inizia a pulsare per lo sforzo.
Rimanere in apnea.
In un mondo ovattato e rassicurante. Almeno fino a domani. Almeno da far passare la notte.

10 /aprile/2013

Non è trascendentale, il motivo per cui è un po' che non scrivo.
-Come mai non scrivi?
-Aspettiamo eh!
-Non scrivi da Pasqua!
Il motivo è uno: la partenza con annessi e connessi.
Stanotte ho sognato che ticchettavo le dita su questa tastiera piuttosto sporca e mi sono svegliata che mi sembrava di sentirne il rumore.
Oggi mi fermo qualche ora. Ne sento il bisogno, di una pausa.
Le valigie, i saluti con baci abbracci e qualche lacrima, la mente piena delle cose a cui pensare.
Il tempo che prima era troppo e ora non è mai abbastanza.
Le mail da inviare a chi non sono riuscita a salutare negli occhi, un girasole piazzato là dove deve stare, la ceretta che i tedeschi, saranno anche tanto biondi e organizzati, ma i peli, ovviamente, se li tengono.
Mi sembra che dopo il tempo lento di questi mesi, le settimane si siano accelerate in prossimità di questo undici aprile.
Undici aprile: chi parte per heidelberg, chi per gli Stati Uniti, chi per la Cina. Chi compie gli anni e chi ha un esame. Un punto rosso sulla linea del tempo.
I battiti accelerati, i movimenti, la testa perennemente assente che cerco di recuperare dai posti dove si deposita richiamandola all'ordine.
-Vuoi un caffè?
-Per carità, ne ho di adrenalina, che potrei venderla al mercato.
Adrenalina fresca, come le fragole, come i gelati.
Niente eccitanti, per qualche giorno.

Ieri sera dovevo uscire di casa per le sette.
Ultima dormita primaverile (ammesso e non concesso che sia arrivata, sta primavera) in un letto che è stato un po' anche mio, in una famiglia, che è stata un po' anche mia, un luogo del cuore, come ce ne sono tanti.
Ci metto un'eternità per prepararmi, di solito sono un fulmine. Faccio una cosa e me ne viene in mente un'altra. Faccio l'altra e ne penso una nuova. Però magari questa nuova non posso farla subito allora la scrivo su un foglietto. Mi rimetta a fare quella che aveva iniziato prima di tutte.
D'un tratto me ne salta in testa un'altra. Cerco il foglietto e mi accorgo che l'ho perso. Mi imbestio perché non lo trovo. Mentre mi imbestio squilla il telefono.
Ne prendo un altro e non mi ricordo cosa avevo scritto in quello di prima e via dicendo.

Quindi ci ho messo circa un'ora per uscire di casa.
Scendo arrivo alla bici, mi accorgo di avere scordato lo spazzolino da denti di sopra.
Risalgo. Prendo la trousse. Già che ci sono mi cambio i pantaloni.
Banali pantaloni neri mai messi. Però, ora che tutto è impacchettato, inscatolato, incartato o sporco, quelli mi sembravano una buona soluzione. Mi sembravano, prima. Prima della telefonata, prima dell'ascensore, prima di arrivare di sotto. Ora, assolutamente no. Li odio, in realtà.
E poi sono già pieni di peli di Minta. Il nero, da sempre, poco amato a Villa Spoletti, ora si può dichiarare definitivamente decaduto.
Una lavatrice di neri? Quando mai!
Mi cambio i pantaloni con il cappotto addosso, opto per dei jeans chiari e smollati, comodissimi e sporchi di grasso di bicicletta alla caviglia.
Risaluto Maela, esco.
Prendo l'ascensore, arrivo alla bici, apro il lucchetto. Ho scordato l'hard disk. Devo travasare delle foto di Barcellona, mi serve.
Chiudo la bici, ritorno di sopra, la gatta mi fa la festa per la terza volta.
Prendo l'hard disk. Riesco. Risaluto Maela che ormai non ci crede più che me ne vado davvero.
Prendo la bici, faccio due pedalate: piove.
Tiro due moccoli perché, se non ora, quando? Il cielo è azzurro e mi spioviggina in testa.
Passo dall'orefice per sapere se, sia mai, i due anelli di Fabio si possono stringere. Ultimi tentativi di questa crociata che penso perderò.
Ma dico, tra tanti materiali che esistono al mondo, proprio in acciaio?
Sì, confermano, sono in acciaio. Difficile stringerli.
Me li rimetto alla collana e così li porto con me.
Ci gioco. Ti sento.

Nella tua giacca mi sembra di sentire uno scampolo di odore familiare. Odore di inverno, di Natale, un po' di Iris che viene da me.
Tra poco si apriranno le finestre. Entreranno nuove correnti di aria. Nuovi profumi. Di polline e fiori. Di smog e di nuvole basse. Finisce la neve incontro ai temporali. Le montagne, però, sono ancora bianche.
Tempo di valanghe.
Si scioglie tutto. Anche le lacrime, congelate per un po', tra Rimini e Torino, seminate sul treno o in autostrada, fra arrivi e partenze. Si scaldano in una giornata di sole che a volte rende tutto più difficile. Meno ingannabile. L'estate è spudorata, senza veli. Come i corpi, nudi, tra i vestiti leggeri.

Dopo cena mi accorgo di avere dimenticato il PC a casa. Ho preso solo il caricabatterie. Mi chiedo seriamente dove abbia lasciato la testa.
In quale posto, su quale spiaggia. In compagnia di chi.
Un'idea ce l'avrei. Purtroppo, la devo portare con me, mi serve.

Ho lasciato la bici al sicuro. Nel garage in cui l'ho trovata insieme a un fiocco argentato che le è rimasto attaccato per quasi un anno.
È bello saperla lì.
Ci salutavamo sempre io e Fabio, in primavera, di fronte all'Agrigelateria di via Filadelfia.
Dopo la pausa gelato. Che diventava una pausa e basta. E di tornare a studiare non se ne parlava più.
-Io non ho più voglia.
-Gelato?
-Sì. Poi però torniamo.
Come no. Poi non tornavamo quasi mai. Però, alla fine, l'università l'abbiamo finita, nonostante i gelati e anche a pieni voti.
Ci salutavamo con le lingue fucsia mirtillo o marrone bacio di dama.
-Che schifo! La tua lingua.
-La tua!
Sempre gli stessi gusti, mai conciliabili, da marzo in poi, sempre la stessa merenda.
Fabio diceva che era bello vedermi in bicicletta.
Cinque secondi.
Perché poi pensava alla mia bici. Un residuo della fiera di Senigallia Milanese portato a Rimini un'estate e poi riportato a Torino. Un residuo che ora alloggia sul terrazzo in attesa che qualcuno ci metta mano. Darla via, non se ne parla. Troppi viaggi insieme. Troppo inseparabili. Troppa ruggine. Faccio finta di non vederla.
Il residuo era in pratica senza freni. Cioè li aveva i freni, però saltavano di continuo. Ero arrivata al punto che ero in grado di rimetterli in marcia, senza smettere di pedalare.
Terminata la fase romantica in cui io e la mia biciclettina eravamo: “Così carine, pat!”.
È iniziata la fase angoscia.
-Tu, con quella bici, senza i freni, vai piano, usa la ciclabile.
E l'angoscia era stata appiccicata a tutta la famiglia, mamma e nonna (non le mie, ovviamente!) comprese.
Così per il mio compleanno e per la pace della coscienza di tutti è arrivata bici due.
Un giorno di giugno, in garage, con tanto di fiocco ma, ovviamente senza biglietto!

Ora sono qui.
Niente è più al suo posto.
La camera è vuota e mi mette un po' di ansia.
Sono arrivata a un punto con quello che rimane spargugliato in giro.
Tutto quello che entra in valigia va in valigia, quello che non ci entra va in armadio.
Un pacco di roba estiva va spedito, appena saprò l'indirizzo preciso.
E appena saprò dire una frase del tipo:
-Aspetto un pacco!
-C'è un pacco per me?
-E' arrivato un pacco?
L'armadio andrà sigillato perché le ante saranno impossibilitate a chiudersi.
Fine della Fiera.
Spero, almeno.
Già l'altro giorno dopo avere riempito e stipato nell'armadio di tutto. Dai vestiti alle bottiglie di vino avanzate, dai libri alle borse alla scatola delle cinture che non metto..., in un nano secondo è crollata l'asta che teneva su tutto.
Insieme all'asta è crollata anche la pazienza, per essere fini. Ho dovuto ricominciare daccapo.

In più sono tre giorni che faccio l'ultima lavatrice. Questa è l'ultima, l'ultima, l'ultima. Poi l'ultima non è mai.
Mi dimentico di respirare. Ricomincio quando mi sento blu.
Perché non sono tre mesi fuori e basta. Sono tre mesi dopo i tre mesi che ho passato. Sono tre mesi dopo tutto. Sono di tutto.
Questa partenza sa di tante cose.
Di fresie lilla profumate schiacciate nel libro per il viaggio.
Sa di una cena a base di fragole. Di risotto, alle fragole.
Di una tisana della buonanotte che dovrò bere anche in pieno giorno.
Ha l'abbraccio di una coperta calda da portare ovunque.
E da stringere forte quando avrò nostalgia delle cose di quaggiù.
Sa delle chiacchiere di un medico siciliano. Di cui prima o poi, vi racconterò.
Sa di una bussola con un biglietto. Una bussola che indichi una direzione qualsiasi, perché in certi giorni sarà l'unica che riuscirò a seguire. Una, qualsiasi, meglio che nessuna.
E poi ci sono i peanuts in tedesco per il viaggio. Che per ora non capisco nulla, ma al ritorno magari sì!

E nella valigia pesano i libri.
E gli stivali da pioggia.
Siku, lui no, pesa poco.
Minta, non posso portarla, purtroppo.
Però in questi giorni è totalmente folle. Mi guarda e si infila dappertutto.
Deliziosamente folle, oserei dire.
Pesano il chilo di parmigiano e il chilo di riso che mi hanno regalato.
Pesa sapere che ancora lascio qualcuno.
Anche se soltanto per qualche mese.
E che alle separazioni, per quanto ci si alleni, non si arriva mai preparati.

Devo smontare la lavagna delle foto. Finiranno in una scatola.
Ho aspettato fino all'ultimo giorno, stanotte so già, farò fatica a dormire, fra queste quattro pareti bianche.
E anche la tela con tutti gli orecchini.
Oggi aspetto qualcuno per un tè coi biscotti. Io meglio che beva camomilla. Anzi che me la faccia in vena, la camomilla.
E domani si parte.
Buoni propositi per questi tre mesi: studiare tedesco, correre, scrivere.
La birra e i wurstel (visto che continuano ad arrivare mail e messaggi in cui mi dicono o di non mangiarne troppi o di strafogarmi), per la cronaca, non mi piacciono! Con crauti e patate iniziamo a ragionare.

Mi mancherete tutti. Ma sento che è tempo di andare. Perché comunque vada, io ferma più di tanto, non ci so stare.
Ho chiuso la valigia: 25,5 kili.
Molto bene.

Baci. E carezze.
Le persone che si amano, vanno lasciate andare.

Per il viaggio. Per il mio e per quello di tutti. Una delle mie canzoni preferite, Sally.

"...sono lontani quei momenti
quando "uno sguardo" provocava "turbamenti"
quando la vita era più facile
e si potevano mangiare anche le fragole....
perché la vita è un brivido che vola via
è tutt'un equilibrio sopra la follia
...sopra follia!
senti che fuori piove
senti che bel rumore."

Vasco rossi, Sally

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Il peso della valigia è oggi il peso di tutte le cose da portare.
E di quelle che ti devi lasciare alle spalle.
Il peso della novità e della paura.
Di una guida da tenere con sé.
Di strade da imparare a memoria.
Il peso delle responsabilità e quello dello svago.
Di volti nuovi e parole e cibi e odori e suoni e sapori.
Di un cielo che non sarà uguale, ma sarà sempre lo stesso.
Il peso di una macchina fotografica con cui immortalare i ricordi.
E quello di occhi stanchi di raccogliere immagini, ma felici.

Non ti so dire cosa ti auguro per i prossimi tre mesi. Perché ti auguro tutto.
Di imparare.
Di ridere.
Di camminare fino a non sentire le dita dei piedi.
Di inciampare.
Di piangere sotto un acquazzone.
Di perderti.
Di chiedere informazioni e trovare un amico.
Di sentirti sola e scoprire che non lo sarai mai.
Di pensare che vorresti rimanere lì per sempre.
E poi che invece il tuo posto è qui.
Di sentire mancanze.
E talvolta di scordarti di noi che ti aspettiamo.
Di leggere tanto, anche in tedesco.
Di trovare la dolcezza in una lingua che a me sembra così respingente.
Di scrivere cartoline.
Di comprare nuove cose.
Di guardarti indietro e sorridere.
Di guardarti indietro e piangere.
Di guardarti avanti e pensare che c'è ancora vita. E che devi viverla per due.
Di pensare alla tua forza, a volte alla tua fragilità. Perché non sei completa senza l'una dell'altra.
Di andare.
Dove non si sa, andare.

Non ti so dire il bene che ti voglio.
Spero tu lo sappia già.

Non aggiungiamo altro.
Ho la tua tisana della buonanotte... Ci vediamo al caldo. Coi braghetti!

I miei migliori auguri. Ho pianto e riso con te in questi mesi e non sono riuscita a trattenermi dallo scriverteli.