BUONA PASQUA

Pasqua.
Ieri ancora pioggia e sembrava novembre. I bar sulla spiaggia timidamente aperti e già pieni di sabbia.
Sulla spiaggia il vento portava il mare all'aria. Schizzava la faccia passeggiarci vicino.
Una cinquantina di kite-surf andavano a spasso tra le onde basse e la secca.
Folate improvvise di vento alzavano le vele, cambiavano la direzione del mare intrecciando onde lievi, quasi simpatiche.
La gente passeggiava al confine dell'acqua rinserrandosi la sciarpa al collo.
Le gonne svolazzanti e i capelli scombinati, bagnati dall'umido che saliva dal mare.
La faccia pizzicava di gocce salate:
-E' pioggia?
-No, è il mare.
Che poi era anche pioggia, ma nessuno ci faceva caso più di tanto.
Pioveva con il sole.
C'erano i tedeschi in calzoncini, gli inglesi in maglietta, gli indigeni con il piumino e il cappello che borbottavano in quell'italiano strano che abborda il dialetto sui finali, che non se ne poteva più di sto freddo, che non c'erano più le mezze stagioni, che una volta a Pasqua si faceva il bagno, ch'al ciap un colp, insomma.
Che non è vero per niente che dieci anni fa a Pasqua si faceva il bagno. Però ci si spera sempre.

Comunque di gente ce n'è poca.
E quella che c'è si congela. Nell'immaginario collettivo Rimini è Rimini e fa caldo.
Anche a Pasqua, anche a Natale.
Fabio il primo anno che mi aveva raggiunta a Capodanno era rimasto traumatizzato.
-Ma che freddo fa?
Fa freddo. Poi è umido e c'è vento. Si infila nei cappotti. Fa venire la pelle d'oca. Si bagnano i capelli in testa e i piedi nelle calze.
Non è Palermo. Purtroppo. Il sud Italia è ancora lontano.

-Però qualche straniero c'è.
Ha detto uno ieri a Riccione guardando me.
Gli avrei dovuto rispondere in dialetto, ma ho lasciato perdere. Ci sono abbastanza abituata.
Al bar del mare, una volta su due, mi parlano in inglese.
-Guardi che abito qui dietro!
-E da quando?
-Da sempre.
E la signora del negozio di vestiti che stava facendo il suo personalissimo sondaggio sul turismo pasquale:
-Di dove siete?
-Di qui.
-Ah.
Somma delusione. Se ne sarà fatta una ragione.
Io sono in divisa primaverile.
Deve essere caldo. E bello, a Pasqua.
Quindi soffi pure il vento e piova obliqua dal cielo acqua di mare, io ho deciso che basta, l'inverno, basta. È quasi un soffio o una preghiera. Basta.
Guardo le foto di Pasqua dell'anno scorso. In Val Susa, tra il verde e le Alpi.
Metà aprile. Io non ero tornata a casa, ero rimasta a Torino.
Mi sarei laureata dopo pochi giorni e lavoravo, la sera, al ristorante.
Sabato pomeriggio a Torino era esplosa dal cielo viola una mirabile grandinata.
Piovevano sassi bianchi. Ero arrivata al lavoro completamente fradicia. I piedi nuotavano nelle scarpe, faceva freddo. Ma la grandine sa di estate. Sa di mare. Torino l'aveva colta impreparata.
Il giorno dopo era uscito il sole. Erano venuti i miei genitori e mia sorella, visto che non tornavo io. Si poteva stare insieme in un'altra città. In modo diverso.
Era stato bello. Era stato come sarebbero potute o dovute essere tante altre Pasque, crescendo.
Tra due città e tra due famiglie.
Quando tutto si incastra, si mischia e confonde.
Quando si cambiano un pochino, le tradizioni, per mischiarle. Per riscriverle, risistemarle.
Eravamo stati tutti insieme io, Fabio e le famiglie di entrambi. Anche se io non ero affatto d'accordo, all'inizio.
Lui sì, ci teneva.
-E non provare a organizzare che stiamo tutti insieme per Pasqua, i miei e i tuoi!
-Ma come Pat! E' divertente.
-'na massa.
-Parla in italiano.
-...
-Mia mamma ha chiesto se venite tutti a Sant'Antonino a pranzo.
-E tu?
-Io me la rido a vedere la tua faccia!
-Anche io me la rido molto.
Ma poi in realtà ce la eravamo fatti tutti, una risata. Era una bella giornata. Caldo, sole e vento.
Avevamo mangiato e portato le uova di cioccolato rispettando la barbarica usanza di schiantarle con un pugno ben assestato.
E poi Fabio aveva fatto volare il quadricottero rispettando anche lui l'usanza di ammazzarlo prima del previsto, facendolo capitolare di testa sull'erba.
Io avevo visto un sacco di maneggi e di cavalli salendo.
-Il prossimo anno voglio andare a cavallo!
-Io non vengo.
-Paura???
-Sì. Io ti faccio un video.
-Per carità. Basta una foto.

Niente cavalli. Pasqua duemilatredici si vede il mare e non le Alpi.
Ci si sente per telefono.
Noi qui, voi lì. Tu al di là. Del mare, delle montagne, del cielo. Al di là di tutto. In un posto tutto tuo.
E sembra una famiglia un po' mozza. Perché manca qualcosa e non ci si può fare proprio niente.
Se non tenere in piedi quel che resta. Stritolandolo in un abbraccio che sia forte abbastanza.
Almeno c'è il sole oggi. Sole e vento. Sole e pioggia. Dritti e rovesci.
E il mare è così bello che a volte ti stupisci che non ti manchi più di tanto.
Sulla spiaggia ci sono le dune. Che sono le ultime. Perché da maggio non si vedono più. Poi qualcuno la pettina, la sabbia, la rastrella, la tiene in ordine.

La famiglia, quella di sangue c'era. Ed era al completo.
Dopo una lunga serie di telefonate si è deciso per il sabato sera, boicottando il pranzo della domenica.
E già ricordava un pochino la vigilia di Natale, questo ritrovarsi strano, la sera, con fuori la pioggia.

L'organizzazione già ferveva da una settimana e non rimediava niente, come sempre:
-Quanti siamo?
-Quattordici.
-Chi manca?
-Maurizio.
-Che si mangia?
-Chiedi a Luca.
-Tagliatelle.
Dice Luca.
-Quante?
-Quattordici uova.
-Troppe.
-Troppo poche.
-Ma Federico ne mangia tre uova da solo.
Fede, l'unico maschio Ioli, sotto i vent'anni. Orgoglio della famiglia!
-Ma allora c'è, Maurizio.
-Si, hanno cambiato idea.
-Quanti siamo?
-Siamo in diciotto.
-Quante uova?
-Diciotto.
-Venti.
-Quindici.
-Tombola!
-Dove le cuociamo?
-Ah dì, boh!
-Chi le fa, le tagliatelle?
-La Valentina.
La Valentina è la signora che sta con mia nonna che ha 93 anni e non batte più tanto pari.
E' ucraina, ma le tagliatelle le fa a regola d'arte.
Il ragù è toccato a mia mamma.
Sabato mattina ho raggiunto strisciando la cucina. Carne, sedano, cipolla, carota, vino bianco.
Fumo e vetri appannati.
-Mamma, oddio! Che schifo!
-Vattene di là se non ti piace.
No, che non mi piace.
Di prima mattina mi da fastidio anche l'odore dei Pan di Stelle Mulino Bianco figuriamoci quello del soffritto incarnato.
E poi, per fortuna, noi, sul mare, il soffritto, lo facciamo con l'olio. Perché l'entroterra lo fa con lo strutto e l'odore è ancora più forte. Maiale sciolto sui fornelli tra cipolla e pezzi di carne. Tremendo e untissimo.
Mi piace bell'e finito, il ragù. Su un pezzo di pane. Io, le tagliatelle, le odio alla grande.
E odio anche l'agnello, mi fa schifo e mi fa pena.
Ma a Pasqua, a casa nostra, non può mancare. Di solito si mangia fritto. Ma quest'anno nessuno aveva voglia di friggersi due chili di agnello così s'è fatto al forno.
Il ragù, un chilo di carne tritata, e svariati litri di pomodoro.
In Piemonte, il pomodoro è opzionale, nel sugo, in Romagna, la carne, ci naviga dentro, con vento in poppa.
Mi ricordo la prima volta che avevo visto, al ristorante, un ragù in modalità piemontese.
Palline di carne secchina appiccicata sui maccheroni. Con buona pace della scarpetta.
Comunque era una quintalata, il sugo, da spaccarsi un polso a girarlo. Non so bene quante ore ha bollito, però alle cinque del pomeriggio non era ancora pronto.
E sulle uova di tagliatelle ha vinto la fazione maschile e massimalista che prevede un uovo a testa più uno che, non si sa mai.
Sono avanzate, ovviamente, ma nemmeno così tante.
A tavola più che una tavolata di gente sembrava un agglomerato. Un po' uno sopra l'altro. Come un trenino. Schiena contro schiena, gambe incastrate ovunque. Ovviamente siamo tutti alti. E di gambe, ne abbiamo chilometri.
Non ci stavamo.
Nonostante una poltrona sia sparita sul terrazzo.
Nonostante i bambini, che bambini non sono più, siano stati collocati in un tavolo a parte.
Nonostante l'impegno siamo in troppi. E di stazza grande.
Di mingherlino, ormai, è rimasto solo lo Yorkshire Terrier di mia zia, il piccolo Frankie.

Prima delle tagliatelle sono partiti un paio di salami.
Dopo, insalata russa, carciofi fritti, verdure varie, tanto per rendere meno peccaminoso il tutto, gorgonzola degli zii piemontesi, che non manca mai. Se proprio manca c'è la torta gorgonzola mascarpone e noci. Leggera e natalizia. E i trigliceridi rimbalzano sulla tovaglia!

Ma quello che a Pasqua non può mancare sono le uova.
Uova sode, decorate e, ovviamente, benedette.
E le uova, diciamolo pure, servono per la battaglia.
Ognuno prende un uovo e coccia la punta dell'uovo contro quella di un altro. Perde l'uovo che esce dallo scontro rotto.
E chi ancora ha l'uovo integro va a cocciare contro un altro ancora. E così via.
Vince chi rimane con l'uovo intero.
Poi si mangiano. Anche se, a dire il vero, a nessuno va tanto, di mangiarsi un uovo sodo, dopo il salame, le tagliatelle e i carciofi fritti, però si mangia. Perché è benedetto e non si sa mai.
E forse è meglio così.

A Fabio sarebbe piaciuta questa Pasqua incasinata.
Rumorosa.
Perché siamo sempre in tanti e se non parli agli stessi decibel delle campane della chiesa di San Nicolò che sta in fondo alla via nessuno ti sente.
E soprattutto se vuoi mangiare qualcosa che è nell'orbita dei quattro fratelli e farla pervenire dalla tua parte della tavolata, devi urlare a squarciagola, o il tuo obiettivo è perduto, per sempre.
Andato.

A un certo punto Luca, il fratello più piccolo di mio babbo, se n'è uscito con dei pacchi pieni di edera e fiocchi rossi.
-Buon Natale! Marco, Silvana, Luci e Ari.
-Buon Natale!
Già perché noi quattro a Natale non c'eravamo.
E allora Buon Natale e Buona Pasqua.

Poi a mezzanotte ci siamo alzati. Dopo la Colomba, le uova di cioccolato, la meringata e la pastiera.
Dopo che la nonna era a letto da un bel pezzo.
Qualcuno è rotolato fino alla macchina. Fino al letto. Fino a casa.
Lo zoccolo duro aveva voglia di stare ancora un po' in giro. Di fare serata. Di fare Pasqua.
Di festeggiare ancora un po'. Come fosse un compleanno.
E allora tre zii e tre nipoti, tra i cinquanta e i diciassette sono rotolati fino al Rose and Crown, sul mare.
Tra musica folk e svariati personaggi locali e non. Spopolavano gli stranieri approdati a Rimini per il Paganello, il torneo di Beach Ultimate, ovvero Fresbee che c'è tutti gli anni a Pasqua.
Gli atleti, tutti, rigorosamente, ubriachi.
Il paganello è l'evento che inaugura la bella stagione riminese a suon di Fresbee sulla spiaggia. Musica e sport. Anche se, per i romagnoli ruspanti, il Fresbee, non sarà mai considerato uno sport vero e proprio. La gente rimane interdetta. Nessuno ci capisce niente coi punteggi. I bambini giocano a calcio, dopo aver fatto giusto due lanci con quegli strani dischi volanti.
Il paganello, per la cronaca, è un pescetto. Di quelli che, i vecchi dicono, non lo mangia neanche il gatto, tanto è spinoso e cattivo.
Paganello o no, tutti gli anni, a Pasqua piove.
Ma non piove e basta. Piove e diluvia. Fa freddo. Si gela. Piove col sole se va bene, ma sempre piove.

Siamo rimasti un po' lì, al Pub.
A fare delle chiacchiere un po' troppo alcoliche per essere coerenti.
Il momento culmine è stato quando Luca ha fatto quello che tutti avrebbero voluto fare, ma nessuno ha avuto il coraggio di fare.
Ha alzato un dito verso il cameriere:
-Per me una birra media e...
E pensando alla cena appena andata. Al salame, tagliatelle, agnello, carciofi, meringata, pastiera, cioccolata e il resto. Ha aggiunto:
-...E una porzione di patatine fritte!

Da fargli un monumento.
Le patatine di quel pub sono qualcosa di irrinunciabile. Anche dopo la cena di Pasqua.
Forse sono state il colpo di grazia. Non lo so, non l'abbiamo ancora risentito.
Però le abbiamo mangiate, tutti.
Perché tutti in realtà ci avevamo pensato. Che non si poteva non prenderle due patatine, tanto per.
Per non farsi mancare niente.
Perché di vita ce n'è una sola, purtroppo. E ne sprechiamo fin troppa. Pensando a quello che sarebbe giusto fare. Senza pensare a quello che ci andrebbe. Trascurando il valore di quell'istante che passa di corsa e poi mai più. Tacendo quel preciso secondo in cui un'idea viene e se ne va. Veloce com'è venuta. Senza essere assecondata per quello che è. Per la sua pazzia, per la leggerezza con cui è sbucata, all'improvviso, dal nulla.
Dura poco un attimo. È l'istante che si fa presente. Il dopo è già passato e rimane il rimpianto di non averlo accarezzato, quel presente, quando c'era.
Quando ne avremmo avuto voglia. Quando era il suo tempo. Carpe Diem, dicevano gli antichi.
Il valore inestimabile del punto, sulla linea smisurata del tempo.

Io penso spesso a quel viaggio di ritorno a settembre. Dal Portogallo, alla Francia. Dalla Francia all'Italia, attraverso il Monginevro, tra le montagne.
Quando tu mi hai chiesto:
-Torniamo indietro? Abbiamo la tenda. Abbiamo tutto.
E ci siamo guardati. Abbiamo guardato indietro. Avevamo tutto.
Le montagne si nascondevano nel bagnato. Pioveva anche quel giorno.
E poi l'attimo è passato.
Abbiamo guardato avanti. A tutte le cose che ci aspettavano dall'altra parte.
E non ci abbiamo più pensato.
Che avremmo potuto, volendo, tornare indietro. Per un po' o anche per sempre.
Era il nostro attimo. Ma non lo sapevamo.

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Comments

Che bello leggerti da qua! Vi vediamo in azione e assaporando hamburger e dumping invidiamo la tagliatella romagnola... Baci

Emozione ogni volta che ti si legge;*

...navighi bene in tuo periodo di buono spirito lettore, direi che posso essere orgogliosa!

Emozione ogni volta che ti si legge;*

Cara, leggendoti ho ricordato con occhi e cuore diverso la nostra festa di Pasqua...per me che sono forse piena di pesi..era stata solo una faticosa e simpatica parentesi in una complicata fila di pseudoimpegni. Tu mi inviti sempre ad alzare la testa dal quotidiano ...che fatica ma grazie!