Mi Riconosci A. Bajani

Cercavo di parlarti lentamente, di disegnare una strada di parole, di sbriciolarci sopra l'alfabeto, perché in mezzo a quello smarrimento tu seguendole potessi ritornare a casa”.

Il 25 marzo 2012, a Lisbona, moriva Antonio Tabucchi.
Il nostro viaggio in Portogallo era già nell'aria, Tabucchi lo conoscevo poco, un anno fa: sapevo del suo legame con Pessoa, che viveva a Lisbona, poco più.
Ho deciso di avvicinarmi a questo scrittore un po' schivo e dallo sguardo furbo.
Ho iniziato a leggerlo e non mi sono più fermata.
Il mondo di Tabucchi è un mondo straordinario.
Non saprei cosa consigliare di preciso, forse di cercare in una libreria il reparto dei libri Feltrinelli edizione economica, partire da “Sostiene Pereira” e “il Tempo invecchia in fretta” e andare avanti, come più vi piace. In nessun caso, sarà una delusione.
Ma sempre un indimenticabile avventura letteraria e umana.

Tabucchi ha creato mondi di parole in cui si rimane invischiati. Stupisce, consola, ferisce. I suoi libri sono piccoli viaggi nei luoghi che amava, i racconti senso condensato in storie mai banali, mai scontate.
Sia i libri sia i racconti sono sempre troppo corti, all'ultima pagina scende come un velo di tristezza. Se ne sente già la mancanza. Come a lasciare un luogo del cuore, per sempre o soltanto per un po'. Fino a un nuovo viaggio, fino a un nuovo romanzo. Fino a un nuovo groviglio di parole, oggetti e affetti. I gomitoli di Tabucchi sono i mille fili di Arianna che ci riconducono, sempre, a casa.

Qualche settimana fa, girovagando in libreria, pioveva (novità assoluta della primavera 2013!) e avevo del tempo da perdere, mi sono avvicinata a un libro.
Mi ha scelto lui, come spesso accade.
I libri che ti scelgono sono i libri migliori, quelli in cui rimani incastrato per il tempo della lettura e per molti altri mesi ancora.
Sono le storie che riusciamo a indossare, maglioni di lana per quando fa freddo e tira vento.
Vestiti estivi nelle giornate di afa.
Sono le parole giuste al momento giusto. Sprazzi di luce.
“Mi riconosci” di Andrea Bajani, è stato tutto questo.
Un bel libro, prima di tutto.
Una storia che scorre via in un paio di ore di treno. Mentre fuori c'è questa nebbia che sembra non andare più via.
Il retro della copertina è giallo. Come il sole di Lisbona, la città che Tabucchi aveva scelto come sua. O più sua di tutte le altre in cui ogni tanto abitava.
La storia è quella di un'amicizia, un tentativo di tesserne le trame oltre la morte, dentro la vita.
Le pagine riempiono il vuoto lasciato dal grande scrittore, lo abitano, lo arredano, quasi come fosse una casa.
Tra apparizioni e scomparse, tra il Portogallo e l'Italia, la storia intreccia fantasia e ricordi, vivi e morti, esistenze e fantasmi come in un arazzo i cui fili sono quelli delle amicizie vere, piene.
Quelle a cui, in vita, non è mancato il tempo, per quanto breve possa essere stato, per durare, nei libri e nei ricordi, per sempre.

La nostalgia pervade il romanzo di Bajani, che Tabucchi l'ha conosciuto davvero, come amico e come collega.
Non è una nostalgia immobile.
È la nostalgia di una giornata di sole cocente. Mossa dal vento dell'oceano e intenerita dai palazzi di Lisbona. È una nostalgia che esplode in parole e musica, come una danza.
È la tensione della pelle ferita che cerca di raggiungere l'altro lembo e brucia.
Tutto si muove. Come un filo elettrico da un capo all'altro del mondo, dal cimitero al mare, dagli amori che il vuoto scava, smagrisce e consuma, agli amici da far sobbalzare nel cuore della notte.

Chiamavi quando arrivava quel momento della giornata in cui il tempo si spalanca, apre la bocca come la balena di Pinocchio e chi non dorme ci entra dentro volontario con il passo allucinato dell'insonne. Da dentro quel tempo spalancato tu chiamavi, e c'erano un po' di telefoni in giro per il mondo che cominciavano a suonare. Il fuso orario si accaniva contro alcuni, il telefono li sorprendeva in mezzo ai sogni...”

Il libro è intenso e parla della vita.
Che vince comunque.
E dell'eredità che chi resta si porta con sé.
Un doloroso abisso in cui camminare piano piano, come sulla battigia, in un giorno di vento.

“Il mare nemmeno si sentiva, tanto era rumoroso il vento. Sulla spiaggia non c'era nessuno[...] Io e tua moglie abbiamo camminato così a lungo che poi è comparsa la luna, anche se il cielo era ancora chiaro. Era solo un cerchio più luminoso da qualche parte sopra di noi. Così, parlando, affondando i piedi nella sabbia siamo andati lontano, e quando siamo tornati indietro la spiaggia ci sembrava che non finisse mai. E non trovavamo più l'uscita, e in mezzo a quell'aria che soffiava forte ci siamo guardati e ci è venuto da ridere, a perderci in spiaggia come due bambini”

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