SOGNI E MESI


E' passato un altro mese. Silenzioso e schivo. Il famoso tempo, schiacciato su se stesso, acrobata da circo. Tra salti e piroette, capriole e vuoti d'aria, comunque, avanza.
Fa il suo lavoro, di ora in ora, di minuto in minuto. Raccoglie manciate di secondi sparse al vento e le mette in fila. Le pone pazientemente dove il cuore non le vuole lasciare. Posate come piastrelle una vicino all'altra, in un ordine che non sente più suo.
Lui, lo sente diverso, il tempo. In un mucchio di ore contorte e incasinate, accartocciate sul punto di rottura. Là dove il ritorno non è più possibile, ma sempre e senza sosta, desiderabile.
I sogni, almeno, sono sinceri.
Si oppongono alla linea retta, all'avanzare inesorabile, che come un aratro, scava buchi e fosse in cui si perde chi rimane indietro.
L'incedere pesante che aggrappa i piedi al terreno, quando tutto tende al cielo e si addensa nell'aria.
L'aria che profuma di fiori. Di mare. Di bucatini all'amatriciana, quando penso a casa tua. E mi sembra di lasciare un'impronta nella polvere caduta sul pavimento. Polvere in un vuoto che si può solo immaginare.
Guardo il mio respiro caldo che appanna il vetro del finestrino. Per disegnare con l'indice un cuore che non va più via.

Nei sogni, tra scale e rampe, tra radici che artigliano i piedi e bucano l'asfalto, tra cadute da sedie altissime e tuffi nel vuoto, il mondo diventa sospeso. In bilico. E frana allegro quando tra serpenti accartocciati intorno a rami di ulivo assetati, compaiono, a volte, visi familiari.
Figure nere contro alla luce aranciata del sole.
Sagome sfuocate di profili inconfondibili.
E si combinano girotondi apparentemente insensati di persone andate, ritrovate, ripescate o mai nate. Lì, tutto vive ancora.
Un abbraccio caldo, nelle ore in cui il tempo rettilineo lascia il posto a un vorticare apparentemente insensato. Un insensato accogliente, come mani calde strette intorno alla schiena.
Come la presa della dita tra le scapole. Ali inutili di chi avanza camminando.
All'alba impilo cumuli di sogni. Li tiro fuori dalla notte stropicciati e li ripongo con cura nei cassetti. Per non perderli del tutto. Aggiorno i risvegli nel cuore della notte. Risvegli tristi di sogni felici.
Ho i piedi sempre freddi.
Non hanno più caldi anfratti in cui nascondersi. Pelli da far rabbrividire, nervi tiepidi da far sobbalzare, nel sonno, per uno sbalzo di temperatura improvviso segnato da un brivido.
Allungo la gamba ed è subito fuori dal letto. Fa freddo, anche se, oggettivamente, non lo è più. Il freddo è passato, sta passando. Almeno così dicono, incerti anche loro, i meteo di mezzo mondo.
Mi alzo col piede sinistro e la giornata inizia male.
Inizia comunque con un nuovo mattino che dura sempre qualche secondo in più del mattino precedente.
Anche se non sembrano passati tre mesi. Sembrano tre giorni. La ferita non chiude, come non chiudono i tagli sulle mani, continuamente bagnati e mossi dai gesti.
Ritrovo il tempo lungo nelle cose fatte, nelle ore di treno, troppe per soli tre giorni, nei pianti e nelle telefonate. Nella stretta massiccia degli amici tutti intorno.
Un cerchio magico.
Certi giorni soffia il vento. Ho voglia di mare, di un mare qualsiasi, un liquido amniotico salato e ondoso. Tra il cuore e le orecchie, l'acqua che sussurra parole bagnate, è la vita che prepotente richiama a sé quel che le appartiene.
A Torino lo sento, il mare, nella mia conchiglia. Come una telefonata dall'altra parte del mondo, il morbido rimbalzare delle onde sulla spiaggia.
A volte le frasi sono troppo lunghe, per dire i voli dei pensieri. Gli attimi dei sorrisi e delle tristezze. Il farsi spazio di una lacrima tra le ciglia e la guancia. Fino al collo, dove si perde.
Troppo brevi i respiri, interrotti dagli Addii che si vorrebbero Arrivederci.
-A stasera.
-A domani.
Vorrei ritrovare il senso pieno e perfetto di queste parole.

Mi manca appoggiarmi su di te, così, solo per respirare insieme, quasi fosse un'occupazione a tempo pieno. Perché lo dovrebbe essere, la pace, è racchiusa in un soffio. Quel poco che basta per ritrovare nei respiri un solo ritmo.

Ho aperto un foglio Open Office per la partenza. Cose da fare. Aggiungo e cancello. So da sola che è un foglio inutile. Verrà compilato, sottolineato, cancellato, maniacalmente ricopiato e riscritto, infinite volte. Per poi essere totalmente ignorato alla resa dei conti. La resa è la valigia. Quella rossa, come sempre. Quella che dai diciotto anni non mi ha più abbandonato. Quella con le ruote storte e graffiate.
E già mi sembra di tradire qualcuno. A stare lontana. Di ferire ancora di più. Di lasciare cicatrici in giro.

Saggio sarebbe, lasciarsi trasportare.
Dal frizzare di questo mare.
Da questo suo mettersi in moto lento, verso Aprile.
Dalla gente che vernicia, che ristruttura, che spacchetta le palme sulla spiaggia.
Ognuno con alle spalle i suoi inverni, che forse durano trenta mesi o trentanni, nessuno lo sa.

Ieri passando in macchina su una delle tante traverse del lungomare, dietro casa, mi sono imbattuta in una comitiva di personaggi vacanzieri con valigie al seguito.
Venivano dalla parte opposta alla mia, a piedi, scendendo da un pullman parcheggiato, esattamente, davanti all'incrocio.
Io ascoltavo la radio, avanzavo pianissimo, guardandoli come fossero animali strani:
-I primi turisti??? Di già? Che ci fate qui?
Loro camminavano venendo dalla direzione opposta alla mia e, ovviamente, nessuno si è spostato, si è messo su un lato, si è scansato o fermato per lasciarmi passare.
Ognuno a continuato a camminare lentamente e in mezzo alla strada lanciandomi occhiate di disapprovazione quasi stessi guidando nel bel mezzo di un'isola pedonale.

Ho raggiungo a stento l'incrocio senza affettare piedi né ancorare valigie.
Appena dopo lo Stop stava beatamente parcheggiato un pullman a due piani. L'autista stava fumando una sigaretta.
Mi guarda sorpreso:
-Che ci fa una macchina qui?
Avrà pensato. Poi si ripiglia. No, non ero un'allucinazione, ero una tizia in macchina e dovevo attraversare:
-La faccio passare io, non si preoccupi!
Prima ho fatto sette manovre per riuscire ad affacciarmi al bordo della strada, scavalcando il pullman che occupava l'imbocco.
Dopo di che sono passati: un altro pullman a due piani a passo d'uomo con le quattro frecce inserite, tipico di chi cerca una via e non la trova, un codazzo di auto che seguivano il pullman imprecando e suonando, una combriccola di ciclisti vestiti di rosso che di questa stagione spuntando come bruchi appena spunta un raggio di sole, il filobus numero 11, seguito da un altro codazzo di auto imprecanti, una macchina d'epoca scoperchiata giallo canarino e un'altra combriccola di ciclisti.

Io ero molto zen, in quel momento. Mi veniva quasi da ridere.
Alla fine l'autista mi guarda e mi fa:
-Sarà il caso che mi sposto. Così se ne esce!
Io gli ho fatto un sorrisetto:
-Troppo gentile! Grazie mille.
E alla fine dopo una retromarcia, altre tre comitive di ciclisti e un filobus sono riuscita a svoltare a sinistra pensando che sì, senza che io me ne accorgessi, almeno per quanto riguardava la stagione, ho scollinato: l'inverno si sta lentamente dileguando.
Quello stesso giorno un migliaio di inglesi in braghetti e infradito si sono riversati in Romagna per la partita contro il San Marino tra ettolitri di birra, vetri rotti e dispiegamento di polizia che manco per il G8.
La gente più calorosa inizia a passeggiare in maglietta unendosi senza stridere a chi ancora non vuole abbandonare il piumino siberiano.
Per finire i treni, sabato all'una erano rigorosamente, tutti in ritardo, come nella migliore tradizione estiva.

Comments

La lettura del tuo post annulla la distanza e il piacere di leggerti ci tiene compagnia. Un abbraccio ravvicinato.

Sempre bello leggerti..grazie!

...sapere che non ti stufi, Sara!

Grazie per l'emozione! E' tutto una poesia.

Mi piace leggere i tuoi racconti.....spero di vederti per Pasqua
un abbraccio