FOGHERACCIA

Chi non è di Rimini e non ne hai mai vista una, scuoterà la testa sbalordito leggendo questo post.
Penserà che sono usanze barbare e che i romagnoli, seppur simpatici, sono fuori di testa.
Chi Rimini non l'ha mai lasciata non vi troverà nulla di nuovo.
Chi invece ci è nato, ma ormai vive lontano sentirà un tepore di infanzia, il gusto un po' nostalgico di qualcosa lasciato ad altri tempi e ad altri luoghi. Un sapore dolce di frutta caramellata.
Di zucchero abbrustolito in un pentolone dal fondo alto.
A Rimini e dintorni, non so bene fino a dove, la sera di San Giuseppe si fa la fogheraccia, in dialetto fugarazza. Ovviamente le due zeta si leggono come due esse sbiascicate, la doppia zeta in Romagna è abbastanza utopica. Oserei dire un tabù.
Con buona pace per le vie di Torino che tra Nizza, Saluzzo, Bizzozzero e tante altre sembrano un attentato ai romagnoli, parecchi, impiantati in Piemonte.
La Fugarazza, dicevo, c'è anche nell'Amarcord di Fellini, all'inizio, quando il pupazzo della Sega Vecchia viene portato verso un grande falò per essere bruciato, accompagnato dalla banda di paese.
Quando ero piccola io e ancora più quando erano piccoli i miei genitori, la città e la campagna si accendevano di tanti piccoli falò, uno per ogni gruppetto di case: nei giardini, nei parchetti, nei parcheggi. Si sparavano botti o semplicemente colpi di fucili contro il cielo.
E così tra lingue di fuoco e rumori molesti, si festeggiava l'arrivo della primavera.
Ora di fogheracce ce ne sono di meno. Dopo anni di alberi bruciati, terrazzi crollati e sirene dei pompieri spiegate per tutta la notte i fuochi di San Giuseppe spontanei sono davvero pochi.
Per il mondo civile un successo, per quello campagnolo e di paese, legato a riti che stanno scomparendo anno dopo anno, un vero peccato. Il ritmo della natura ci sta diventando sempre più sconosciuto e indifferente, legati come siamo a quello veloce della città e alle sue esigenze.
Tuttavia rimane un legame atavico delle persone a questa festa, sempre molto amata da grandi e piccoli.
La Fugarazza resiste.
Rimangono le fogheracce grandi di solito autorizzate e controllate dai vigili del fuoco.
Questi se c'è un vento assurdo che tira verso le case si oppongono all'accensione del falò fra i fischi di disapprovazione della folla che il fuoco di San Giuseppe, comunque sia il vento, lo vuole vedere bruciare. E se poi brucia una casa, pazienza. Hanno gli estintori, i pompieri, almeno li usano!
La festa della fogheraccia è il residuo di uno dei tanti riti pagani che segnano la fine dell'inverno e l'avvento della primavera. Che poi sia il giorno di San Giuseppe e che spesso il falò venga benedetto dal prete del paese è una delle belle contaminazioni che la cultura popolare ama e conosce.
Si bruciano i legni delle recenti potature e, perchè no, sedie, mobili vecchi, collezioni di riviste che si decide, finalmente, di buttare.
Quando ero piccola andavamo a raccogliere rametti per fare la fogheraccia nel parco di Miramare.
Erano per lo più rami verdi facevano un gran fumo e non si incendiavano. Per fortuna accanto al lavoro dei bambini c'era quello dei vecchi che, avendo più dimestichezza con stufe e camini, aiutavano nella costruzione di un falò che potesse prendere fuoco, magari con l'aiuto di qualche tanica di benzina che, come ben sappiamo, venti anni fa costava decisamente di meno.

La fogheraccia più grande rimane quella sulla spiaggia del porto di Rimini.
I riminesi doc vanno lì, ovviamente in bicicletta.
E, a giudicare dalla gente che c'era ieri sera, nonostante il cielo minacciasse pioggia e tirasse un vento umido e freddo che non ricordava nemmeno alla lontana l'arrivo della primavera, i riminesi non hanno perso l'abitudine di affidare alla fogheraccia brandelli di cuore e pensieri invernali.
La speranza è che il fuoco possa bruciare insieme a sedie, giornali e sterpaglie anche un po' degli affanni del cuore. E ridare nuova vita.

Io era tanto che non ci andavo, a vedere la fogheraccia. Ho sempre provato un misto di nostalgia e invidia, quando i miei genitori mi dicevano che andavano a vederne una. O mi telefonavano:
-Sai dove siamo?
-No.
-Alla fogheraccia! E' San Giuseppe!
Me ne scordavo, stando lontana, che era San Giuseppe. Lontano dai fuochi diventava un giorno come un altro. E pensare che andavamo a mangiare fuori tutti insieme da piccoli. Mia nonna era Giuseppina detta Peppa. Mio zio Giuseppe detto Iose. Al mio bisnonno, Giuseppe pure lui, si portavano i fiori al cimitero.

Eppure questo rito tribale mi ha sempre affascinato.
Il fuoco con le sue lingue imprevedibili lo rende sempre diverso. Il vento che soffia da una parte o dall'altra rende il falò un essere mutante: ora simile a un rogo di sterpaglia, ora a una nebulosa intergalattica di quelle che si vedono sui libri di Geografia astronomica.

Ieri sera c'era parecchia gente. Ma il protagonista assoluto era il vento.
Siamo rimasti tutti col fiato sospeso fino alle nove quando vigili del fuoco e operatori ecologici hanno iniziato, sfidando il vento, a sparare litri e litri di nafta -Quant'è che costa la benzina al litro?- sul falò perché prendesse fuoco.
Il fuoco si è acceso mentre un fumo denso volava verso il mare. Era garbino, un vento abbastanza caldo che porta verso la Croazia. E fa impazzire la gente. Anzi la rende “sgudibbla”. Scontrosa, volubile, incostante, proprio come il vento. Il termine sgudibblo fa ridere chi lo sente per la prima volta.
-Sei proprio sgudibblo oggi!
E ti accorgi, dalla faccia a punto interrogativo di chi ti sta di fronte, che no, non deve aver afferrato il concetto.
In mare, lo sanno anche i bambini, con il garbino non si possono portare i gonfiabili perché basta un attimo e ti ritrovi al largo. Io ho perso un sacco di palloni così, portati dalla corrente verso l'altra costa dell'Adriatico da un attimo di distrazione.
I turisti, ovviamente, non lo sanno. E se ne vedono parecchi rilassati sul materassino scivolare via verso il largo inseguiti da un affannatissimo bagnino di salvataggio. Che prima li salva e poi li insulta.
-Non vedete la bandiera rossa?
Ma il garbino inganna, il mare spesso è piatto come una tavola. E la corrente, subdola, trascina via.
Ieri il mare era mosso. Il rumore delle onde si univa come sottofondo sommesso allo scoppiettare caldo del fuoco.
È la sera dei pensieri inceneriti, dei mi ricordo... Amarcord, appunto.
Mi ricordo quando ero giovane la facevamo in giardino la fogheraccia. Mi ricordo che una volta abbiamo bruciato le sedie del salotto. Mi ricordo che il pesco ha preso fuoco.
Mi ricordo.
Io mi ricordo a casa di mio zio, in campagna. Di una fogheraccia accesa tra il balcone e il fico. E del vento che ci faceva stare con il fiato sospeso.
Mi ricordo mia zia di Genova che diceva:
-Siete matti.
E guardava preoccupata le fiamme scivolare ora verso il balcone ora verso il fico verde.
Mi ricordo che avevo frantumato l'apparecchio dei denti mangiando una costarella di maiale.
E che quando fra la cenere non erano rimaste che poche fiammelle ci eravamo divertiti un mondo, perchè, la parte più bella della fogheraccia, consiste, ovviamente, nel saltarla. Si prende la rincorsa e...salto!
E così tutti abbiamo iniziato a saltare. Porta bene, porta fortuna. Grandi e piccoli.
La mia famiglia è numerosa e ibrida. Chi veniva da fuori e ai fuochi di San Giuseppe non era abituato, ci guardava sbalordito. Alla fine penso che abbiano saltato quasi tutti, porta bene, perché tentare la sorte?

Ora la fogheraccia è transennata. Non ci si salta sopra, né ci si avvicina per bruciare i batecchi. Passando in macchina tra Miramare e Rimini ne abbiamo vista una sola, abusiva, in un giardino dietro un gruppetto di case. Una volta ce n'erano talmente tante che tutta la città sapeva di benzina.

E poi i botti, qualche chitarra. Le bancarelle con i lupini e con il croccante.
I vestiti che puzzano di bruciato.
I bambini che guardano il fuoco un minuto e poi si buttano a terra, a fare castelli di sabbia. Avvolti nella speranza che l'estate arrivi presto.
Qualche genitore li rimette in piedi:
-Poi ti devo fare il bagno!
Altri invece lasciano fare. Lasciano i loro bambini ad armeggiare a pancia sotto con cunicoli e mucchi di sabbia bagnata. Nonostante il piumino e la berretta, cagarella assicurata e sabbia nel letto per almeno un mese.
Fa parte del gioco.
E comunque rimane un bella festa.
Tra i dubbi amletici: Prende o non prende? I “cazzo prende!” Dove Cazzo rigorosamente con due esse e non con due zeta. Ottantenni e diciottenni e bambini. Fratelli più grandi che prendendo in braccio i più piccoli vorrebbe realizzare il loro desiderio più recondito:
-Ti butto nel fuoco!
E l'arrivo dei genitori, che in queste occasioni sono sempre in allerta:
-Lascia in pace tuo fratello!
E gran petardi.

Poi la fogheraccia piano piano scema e si spegne. Le lingue di fuoco si fanno bluacee e subentra, come un brivido, il freddo della notte.
I giovani si riversano tra le piadinerie e il Pizza OK. Gli altri vanno a casa, a piedi, in bici. Chi ha scuola il giorno dopo torna al suo motorino. I marciapiedi sono pieni, come un tappetto motorizzato, di mezzi a due ruote.
Ognuno se ne torna a casa sua.
Con un altro inverno bruciato. Incenerito. Sperando che arrivi presto il caldo, la bella stagione. Che cambi il vento.
Oggi sarà la fogheraccia o San Giuseppe o non lo so. C'è un vento caldo e un sole forte. É la festa dei papà, o dei babbi.
Le pasticcerie sono piene di Zeppole.
Tra due giorni è primavera.

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Comments

non pensavo a questa usanza da un sacco di anni, da quando è mancata la mia nonna Maria, originaria di Argenta. Mi raccontava sempre di quanto fosse bello, da bambini, festeggiare l'arrivo della primavera con un falò, che in Piemonte non si usa. Le mancava tanto la sua terra, che aveva lasciato da piccola. Oggi la sento più vicina, grazie per avermi portato lontano nei miei ricordi.

Chiunque tu sia... per avermi confermato che il ricordo della fogheraccia per molti è pura nostalgia di un bel fuoco primaverile!

che belli questi riti romagnoli e felliniani! stasera guarderò il fuoco del camino, più piccolo ma non meno ipnotico, e lo nominerò fogherazza mignon in onore dell'usanza!