PRESENTIMENTI

Otto marzo.
La festa della donna.
Come un applauso che dura un solo giorno e profuma di mimosa.
Le mimose, mi piacciono. Gialle e profumate in un otto marzo che sembra novembre.
Pioggia e acquazzoni, nevicate qua e là.
Stivali alti, ombrelli e cappelli.
Un bollettino di guerra.
Vorrei essere a Rimini, sfrecciare in motorino nelle viuzze interne tra via Roma, via Tripoli e il mare. Quelle che di solito si fanno quando si ha bevuto un po' e si rischia l'etilometro.
-Facciamo l'interno?
-Sì, meglio. Passiamo da dentro.
Perché dentro, notoriamente, i vigili non si appostano.
Così il sabato sera passano tutti da dentro e passa anche la paura.
Sfrecciano i motorini e le macchine, anche le biciclette.
I turisti no, loro il dentro, non sanno nemmeno che esiste. E sul mare e sulla statale, basta una birra per finire nei guai.
Da via delle Officine, attraverso via Pascoli, fino a una chiesa che non mi ricordo come si chiama.
Nei giardini, che incorniciano quelle vie piccole e strette, che se uno non le conosce impazzisce tra i sensi unici e divieti di accesso, è pieno di alberi di mimose.
Protetti dal freddo e dai venti del mare. Incastrati tra case piccine, i tronchi secchi esplodono in giallo con i primi soli di marzo.
Dove una volta c'erano gli orti e ora non più, le mimose si salvano.
E se c'è il vento giusto che smuove un po' le cose, di sera, senza l'odore di smog e quello di fritto delle rosticcerie, si sente, il profumo dei fiori, la macchia gialla dell'adriatico.
La festa della donna per me è dormire in quattro giorni in letti sempre diversi.
Mercoledì nel letto di Fabio, con il cucù silenziato e il suo cuscino in un abbraccio.
Giovedì da un amico, con la casa che profuma di zucca. L'autunno perpetrato nei risotti arancioni. Fino a fine marzo, ci siamo detti, poi basta.
Venerdì in due su un materasso buttato in camera mia, comunque non nel mio letto. Antidoto contro la solitudine. Condividere mezzo materasso e sentirsi in bilico sullo stesso ramo.
I maschi, dormire in due nello stesso letto, singolo o matrimoniale che sia, è un oltraggio al pudore e alla virilità. Per carità, piuttosto nel bagno, tra il bidet e la lavatrice.

-Dove dormite stanotte?
-Nel letto, il mio.
-In due?
-Che schifo.
-Che schifo che? Che schifo tu.
-Io? Io sono carino.

Invece mi ha salvato, la vicinanza delle amiche in questi mesi. Lo stringersi attorno allo stesso dolore, nel tentativo di riempire anche solo un millimetro cubo del vuoto che si è spalancato tutto intorno. Condividere mezzo letto come le stesse poesie. Lo stesso ramo e la stessa strada.
Nutrirsi delle stesse parole.

Sono cent’anni che non ho visto il tuo viso
che non ho passato il braccio
attorno alla sua vita
che non mi son fermato nei suoi occhi
che non ho interrogato
la chiarità del suo pensiero
che non ho toccato
il calore del suo ventre
eravamo sullo stesso ramo insieme
eravamo sullo stesso ramo
caduti dallo stesso ramo ci siamo separati
e tra noi il tempo è di cent’anni
di cent’anni la strada
e da cent’anni nella penombra
corro dietro a te”.

(Nazim Hikmet, Stoccolma, 1960)

Non per niente è la festa della donna.
Ordinare indiano e mangiare per terra. Sul pavimento. Tre amiche e una gatta.
Chiacchierare in mezzo a una nuvola che profuma di curry.
E addormentarsi nessuno nel suo letto, come capita. Come i gatti, purché accoccolati da qualche parte. Tra piumini, coperte e pigiami spaiati. Nessuno ha la sua maglia. Nessuno è un pigiama probabilmente. Un po' zingare.
E svegliarsi al mattino con un treno da prendere, o semplicemente una giornata da acchiappare. Agganciarsi a qualcosa che sta per iniziare, separarsi e riunirsi.
-A presto.
-Ti telefono.

Fare un mazzo di biglietti del treno. Torino-Vercelli. Vercelli-Borgomanero. Arona-Torino.
A spasso per il Piemonte questo fine settimana.
Fino a Vercelli immersa nella nebbia. Uscire dal treno come essere in una risaia, mancano solo le rane. Sprofondare del silenzio della chiesa di Sant'Andrea, accendere una candela al buio del giorno iniziato da poco e ancora scuro.
Dire una preghiera, perché il posto la chiama, come un mantra. Pensare a te che mi avresti accompagnata in macchina.
Parlare di libri con chi li ama e li conosce. Portare avanti un progetto con i piedi per terra, quando nulla più sta in piedi in questo paese.
Che i progetti, gli altri, si sono disfatti e si ricomincia da uno scampolo.
Chi pensa che tanto vale non farli, i progetti, si perde del bello.
Il bello di credere in qualcosa, anche se non c'è più certezza di niente. Solo un bagliore. E un presentimento di buono. Per risalire. Dal fondo, dalle apnee. Dall'inverno.
Una giornata di sole.
Come una granata. Come sentire gli organi interni che spingono contro la pelle. Venti gradi, che lasci il cappotto in macchina. L'euforia azzurra che non posso condividere con chi voglio. E chi voglio, non è un segreto invernale.
E ti guarda la gente.
Meravigliata dal fatto che respiri, che ti vesti e ti colori, che ti dai lo smalto alle unghie, per stonare un po' dal bianco della pelle, dal bianco dell'inverno, dal bianco degli ospedali che anche se hanno qualche colore è sempre una sfumatura triste del bianco. Azzurrino, giallino, verdino. Mai un colore intero, mai un tono a sé stante, mai uno stridore di mimose gialle in un marzo acquoso che sembra novembre.

E domenica ritrovarsi sul Lago d'Orta di fronte all'isola di San Giulio, a Pella, in un altro posto di quelli dove sono sempre approdata Da Rimini, da Milano, da Torino. Con la famiglia, da sola, con Fabio.
Le campane suonano.
Vedere i caprioli tra la nebbia alle sei del mattino e poi il rosa, come un fuoco d'artificio che separe le gocce di nebbia e le dirada scaldandole.
Guardare fuori da una stanza, che è un po' anche la tua e che condividi con una batteria e con le foto di infiniti viaggi. come fosse il centro del mondo.
Guardo il lago con al collo un mala. Rosario buddista preso in Birmania dagli zii.
Da quel pezzo di famiglia che ho quassù. A Natale, in quei giorni, in un posto silenzioso e mistico, pensando a me, a Fabio, ai vortici del destino in cui la vita si divincola e ci richiude come una porta sbattuta in faccia.
Come quando si resta addormentati dopo aver fatto l'amore, nel silenzio dei sogni reciproci che svolazzano nella stanza. E ci si chiede se saranno mai uguali.
-Ti ho sognato stanotte.
-Anche io.

Il mala. 108 perle di legno per recitare i mantra. 108 cose belle da ritrovare. 108 preghiere da far salire in alto. Da inoltrare attraverso il cuore, in un tramonto mozzafiato che altri occhi hanno visto per me quando qui era solo grigio e neve e buio.
Un odore quasi impercettibile di sandalo.
E poi in treno, ancora allontanarsi. Tornare indietro come un rewind di una videocassetta.
Come addormentarsi sul finale.
Il lago che si allontana, le montagne, le risaie, le montagne ancora, Moncalieri, Torino.
Ogni cosa al suo posto.
Quelle che si possono mettere a posto.
Le altre, si snocciolano giorno per giorno. Come i grani del rosario buddista.
Tra una giornata di sole e una di pioggia. Tra un fiore al cimitero e le mimose della festa della donna.
Tra la voglia di scrivere e il desiderio di stare in silenzio.
Parole mute nel mio bozzolo, da ammorbidire e rendere mansuete. Scrivibili.

Sto iniziando a togliere un po' di pezzi dalla camera.
Le cartoline, qualche foto, qualche poster.
Qualche cavolata. Che a non vederla mi crea angoscia. Come se le pareti così vuote e azzurrine si restringessero sul letto anziché generare spazio.
Finisce tutto nelle scatole prima o poi.
Mi piaceva fare gli scatoloni, prima. Mettere il nastro adesivo. Buttare, tenere, scegliere. I punti e le virgole delle case nuove e delle nuove vite.
Ora, in realtà, è un'immensa tristezza. Che rimanda a quello che è perso per sempre e per sempre andato.
Negli scatoloni che ho già fatto stanno le cose più belle.
In quelli da fare sta quello che verrà. Un presentimento di futuro che il passato stringe e rincuora.

Scatoloni di parole, di baci, dicose che fanno ridere, ancora adesso.
Onde giganti imprigionate in piccole scatole quadrate.
Quando studio tedesco mi sembra di sentire Fabio:
-Che schifo!
E mi viene da sorridere.
A Fabio piacevano le lingue semplici, da parlare con tutti. L'inglese, lo spagnolo. Comunicare.
A me piace il francese, il tedesco. Amavo il greco e il latino. E il silenzio.
Le lingue da scavare, che i verbi irregolari sono più di quelli regolari, le parole in cui cercare altre parole e da cui derivare parole di parole. Come un girotondo.
Le lingue che non sono come andare in bicicletta che una volte imparato non te lo scordi più.
Ma quelle ignoranti, come il greco, che in due mesi d'estate non ti ricordi più nemmeno l'alfabeto e al primo compito di settembre si prende tutti quattro.

Per questo forse andavamo d'accordo.
Per non esaurirci mai. Per la diversità che tiene insieme i muri.
Per l'ingarbugliarsi che ammazza la noia delle cose semplici.
Per il mistero. Dei pensieri e dei corpi. Che mi manca.

Il Fabio che ho conosciuto e quello ancora da conoscere.
Quella parte di segreto che tiene tutto in piedi.
Penso a come sarebbe potuto essere svelarla, negli anni, un po' alla volta.
Come soffiare sopra, lievemente, sulle copertine dei libri impolverati per svelarne il titolo.
Le cose belle che non ci si aspetta, fanno andare lontano.
Non dare nulla per scontato.

“Bisogna rifiutare la piattezza, non nel senso di inventarsi emozioni superficiali e stupide, ma di sapersi stupire di fronte al miracolo di ogni giorno. Essere generosi e semplici. Si è innamorati il giorno in cui i mette il dentifricio su uno spazzolino che non è il proprio.”

L'amore dura tre anni. Di Frederic Beigbeder.

Tra treni e laghi. Librerie e libri letti in tutta fretta è l'11 marzo.
Tra un mese esatto parto.

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Comments

Oggi ti ho pensata.
Passeggiavo per le vie del centro di Torino, scaldata e illuminata dal primo sole di questo nuovo anno; assaporavo più lentamente possibile il primo gelato vero della stagione, di quelli che si mangiano rigorosamente camminando fuori, il mio gusto preferito: cioccolato extra-noir di Grom, che a te non piacerà ;).
Pensavo alla tua partenza. E ad una mia partenza. Anche prossima.
Che le partenze son sempre un pò l'Aurora, nella vita.
E poi son finita da Melissa, a fare incetta di pastigliette Leone.

http://mydearmelissa.tumblr.com/

Buona partenza, Arianna!