MARZO

ah......
felicita'...
su quale treno della notte viaggerai
lo so.....
che passerai......
ma come sempre in fretta
non ti fermi mai

Lucio Dalla.
4 marzo.

Stamattina mi sono svegliata presto, la testa piena di sogni, Fabio nella maglietta che sto usando come pigiama, quella fucsia del Linux Day 2010 e la lingua ruvida di Minta in faccia.
E c'è sempre quel momento in cui vorresti essere in un altro posto e non nella giornata, la tua, che sta per iniziare.
Da ieri sembra primavera. C'è un'aria diversa e viene voglia di stare fuori.
Di camminare finché non fanno male i piedi dentro alle scarpe.
I miraggi di marzo. Mi devo imporre di non mettere via maglioni, sciarpe e cappotti. Il freddo non è ancora passato. Questo è un assaggio della stagione calda, nulla di più.
Da domani piove di nuovo.
Aspetto a metter via cose.
Bisognerebbe chiudere anche questi tre mesi in un sacco nero e buttarli giù dal terrazzo.
Non servirebbe a molto.
I se e i ma. I perché. Quelli sì, servirebbe soffocarli nella plastica che puzza di petrolio e lanciarli via, sentendo alle spalle il rumore ferroso del cassonetto dei rifiuti che si chiude. Secco.
Chiuderò in sacchi diligenti i miei vestiti di lana. Quelli che di solito metto a Natale e che quest'anno non ho mai sfiorato, gli stivali alti, i cappelli curiosi. I vestiti delle feste.
E resteranno lì. Residui di questo tempo rattrappito nei suoi giorni, schiacciati l'uno sull'altro tra Natale che non c'è stato e Pasqua che è già arrivata.
Anche se non la aspettavo. Sinceramente ne farei a meno. Non è comunque una festa.
Il tempo rattrappito. E insieme dilatato nella dolore che sbrodola i giorni e le notti. I primi troppo lunghi, non se ne vede mai la sera, le altre troppo lente nello sbattere le ore fino all'alba ad occhi aperti, ma assenti. Concentrati su niente.

Con il primo caldo iniziavo avanzavo le mie pretese di scavallamento del confine piemontese verso il mare.
-Dov'è che vuoi andare, pat?
-Al mare.
-Me lo sentivo. Quante volte me lo chiederai?
-Tutti i giorni da qui ad infinito, finché non mi porti.
-Sono fregato.
-Di brutto.
E nel sogno ero al mare. Eravamo, al mare. Non so quale, dei mari in cui siamo piovuti. Forse un po' tutti. Ma era mare ed era caldo. Qui siamo felici, pensavo sempre. Ed era vero, lo eravamo. Bastava la spiaggia, la sabbia e lasciare i pensieri a Torino. Ora non so se mi farebbe lo stesso effetto.
Il mio Pensiero, ne sono sicura, verrebbe al mare con me. Come lasciarlo a casa con tutte le volte che mi ha portato.

Mi sono alzata malvolentieri.
La gatta mi ha seguito in cucina. Erano le sette meno dieci. Ho aperto la credenza e, panico e paura, erano finite le scatolette. C'erano i croccantini, va bene, ma insomma, le scatolette sono un'altra cosa.
Mi sono sentita profondamente colpevole. Madre degenera di gatta affamata.
Così alle otto meno dieci sono partita verso il Carrefour.
Alle otto meno tre ero di fronte alla porta con altri tre o quattro Over 80 che probabilmente erano svegli dalle cinque e non sapevano bene come sbattere le loro rispettive mattine.
All'apertura del supermercato mi sono infilata a destra dove alloggia il cibo per cani e gatti.
Il verbo alloggiare mi fa sorridere e poi diventare triste.
Come tante cose. Che mi ricordano Fabio.
O meglio che me lo parlano.
Parole e oggetti in cui Fabio mi parla.
In cui lo sento vicino e poi, in un attimo, lontano anni luce. In un mondo a cui io non ho accesso.

-Ci sono due maccheroni che alloggiano nel tuo lavandino, Fabio.
-Lo so.
-Li togli?
-No. Toglili tu, pat.
-No, io non li tolgo, non sono mica tua mamma.
-Allora li toglie lei.
-Quando? Tra un mese? No, li togli tu.
-Mi fa schifo. Cos'è che fanno pat, nel lavandino?
-Alloggiano! Comodamente pure.
Ti eri messo a ridere.
-Lasciamoli lì. Checcifrega.
Già Checcifrega.
Io però il mattino dopo li avevo tolti. E buttati nell'organico, ovviamente, sia mai. Che già ci avrebbe albergato presto la tazza con il fondino di latte, mi sembrava una convivenza per nulla pacifica.
-I maccheroni?
-Buttati.
-Non alloggiano più?
-No. Non ti ci abituare.
-Grazie pat.
Chiusa parentesi.
In quella cucina, in quella casa, in una mattina che saranno passati tre mesi. Dove alloggiavano maccheroni. E oggi non alloggia nessuno.
Solo i pensieri vi albergano ogni tanto. Nelle stanze, come fantasmi. Nella doccia, sul divano, dietro i cuscini. Come gatti. Come furetti. Come animali da compagnia.
Alloggiano nel lavello della cucina, accanto a due rigatoni macerati dall'acqua. Macerati anche i pensieri. Pallidi e smunti. Ed è tutto molto triste.

Mi sono ripresa dal verbo alloggiare e in pochi minuti sono uscita con dieci scatolette Carrefour e cinque di marca, per redimere le mie colpe. Mentre uscivo ho arraffato anche una confezione di succo al mirtillo. Che è bello viola denso e scuro e male non fa mai. E poi fa la lingua blu, come le streghe del libro di Dahl. Chi non l'ha letto, grande o piccolo che sia, rimedi alle sue mancanze.
Alle otto e quattro ero fuori dal supermercato con scatolette al seguito.
E alle otto e dieci le scatolette erano nel piatto o meglio ciotola di Minta.
Prima di tornare a casa ho preso un cappuccino al bar.
-Come stai?
-Così.
-Fa tanto strano non vedervi in due.
-Anche a me.
-Immagino. O che non lo aspetti di là. Roba da matti.

Sì. Roba da matti.
Non sanno che ho il riflesso incondizionato di guardare dal vetro se arriva. Sorridente, zaino in spalla.
Io raggiungevo il bar in bici, passando dal marciapiede. Fabio prendeva la macchina quindi, per quei cento metri che dovevamo fare da casa mia, finiva sempre che ero io ad aspettarlo dentro.
Se invece ci davamo appuntamento lì, venendo da due posti diversi. Ero io ad aspettarlo perché lui era in ovvio ritardo. La mattina poi, figuriamoci.
Mi sembra di vederlo sbucare. O vorrei vederlo sbucare.
Gli occhi vedono i loro desideri ogni tanto.
E questo è uno dei motivi per cui, in quel bar, ci vado poco. O quasi più.
Perché ci abbiamo alloggiato insieme tante domeniche di fronte al giornale. E tante giorni delle settimana quando nessuno dei due aveva voglia di fare quel che doveva fare.
O di andare dove doveva andare.
-Andiamo?
-Ancora cinque minuti.
-Io tornerei a casa.
-Anche io.
-Andiamo?
-Dove?
-A casa.
E così più di una volta ce ne siamo tornati a casa. Con la pancia piena e il sorriso di chi sta facendo una marachella.

Per non parlare di tutte le brioche che ho preso da portare via quando Fabio non aveva nessuna intenzione di alzarsi dal letto.
-Ti ho portato una brioche!
-Mi vizi?
-Di brutto.
-Che ore sono?
-Ora di pranzo.
Ogni tanto vorrei anche io che qualcuno mi portasse una brioche nel letto.
Purtroppo mi alzavo sempre prima io.
In realtà mi sono sempre alzata prima io.
Quasi sempre prima di tutti.
Anche ai pigiama party, prima delle amiche.
Anche prima dei miei genitori quando andavo all'asilo.
Prima dell'alba quando è inverno.
Per la brioche a letto penso che dovrò aspettare di reincarnarmi in un essere, umano, spero, con un bioritmo diverso dal mio, più Mediterraneo, oserei dire.

Comunque penserete che sono cretina ad uscire di casa per comprare le scatolette alla gatta, alle otto e che avrei potuto darle, che ne so, una scatoletta di tonno o un po' di petto di pollo.
Tralascio che per me, come già detto, le otto non sono così presto come per metà della popolazione mondiale, bensì un presto alquanto accettabile, anzi, quando studiavo, era già quasi tardi e se mi svegliavo alle otto andavo giù di testa. Ma va bene.
Il punto è che non possiedo una scatoletta di tonno nella dispensa né una fettina di pollo in freezer.
Il tonno mi fa schifo. É nell'elenco di cose che ho mangiato troppo. E mi fa schifo anche solo l'odore. Tranne in casi eccezionali.
In più se penso a quanti delfini fanno fuori e a quanti pezzi finiscono nelle scatolette denominate “tonno” mi fa schifo a ritroso anche avere mangiato quelle che ho mangiato fintanto che non ne ho più mangiate.
Tonno non ne ho.
Pollo men che meno.
Le proteine mi creano qualche problema, vado molto più d'accordo con il mondo vegetale. Che tra l'altro inquina meno l'ambiente e l'organismo.

Quando sono tornata a casa ho notato per l'ennesima volta sopra il rotolo della carta igienica il post it con scritto “Auguri!” che aveva attaccato Francesca, la mia ex coinquilina nonché amica per i miei 24 anni. Sono passati quasi due anni ed è ancora lì. Unico sopravvissuto di tutti quelli che per un po' avevano tempestato la casa. La scritta auguri non si legge quasi più. Ma non voglio toglierlo.
Era il primo che avevo visto. Alle sette del mattino, andando a fare la pipì.
E poi tutti gli altri. Disseminati ovunque, nei luoghi dove l'abitudine della mattina mi portava. E in quelli in cui di solito non andavo, ne avevo scovati di nuovi fino al giorno dopo.
Era stato un bel regalo.

Penso ai miei 26.
Che non saranno qui.
Che saranno senza quello che di importante avevo nei 24. E nei 25.
Che saranno strani e tremendi. E vecchi.
Fabio mi diceva sempre che dopo i 25 sarebbe stato l'inizio della decadenza. Vero, purtroppo.

A pranzo mi sono dedicata all'arte di mangiare dei cioccolatini fondenti ripieni leccando prima il ripieno. In pieno possesso dei miei 25 anni è stata la cosa più infantile e goduriosa che mi è venuta voglia di fare.

E' il 4 marzo. In piazza, a Bologna, c'è il concerto per Lucio Dalla.
Avrei voluto vedere note e parole intrecciarsi sopra il cielo di Bologna. Sopra San Petronio quasi a primavera. Tra i vicoli della Bologna vecchia, il mercato di frutta e i negozi di tortellini.
Questa è la canzone di stasera.
Felicità.
Che c'è e poi non c'è.
Che torna e poi passa.
Che non dura.
Lo so bene. Senza bisogno di una bella canzone tra i portici di Bologna.

felicità

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Comments

Non conosco molto Lucio Dalla, non quanto vorrei.
Almeno, forse non coscientemente, perché poi capita che ascolti una canzone alla radio e ti riscopri a canticchiarne il testo, senza aver mai saputo che lo conoscevi tutto.
Questa però no, non l'avevo mai sentita.
Ho cercato una canzone da regalarti per questa notte che tarda ad arrivare e questa mi ha parlato di te, di voi.

Lucio Dalla - Questo amore

"Questo amore
E' arrivato come un tuono
E con un brivido è finito
Dentro un angolo di sole
Questo amore
Seduto al bar a colazione
Ha l'amaro del caffè
E' uno scherzo, una farfalla
Finita dentro ad un imbuto
Questo amore
Era una mano sulla spalla
Una corsa dentro un taxi
Un cerotto sul mio cuore
Il mio amore è un cane vagabondo
Che se ne va lontano
E' un semaforo all'incrocio
E' una strada contromano
Cercando nel buio
anche solo il profumo
Perfino l'ombra di te
Comunque qualcosa che alla fine non c'è
Questo amore
E' una lacrima su una calza
E' il mio piede che si bagna
E' una faccia dentro un autobus
Che nel buio si allontana
Ecco che cos'è questo amore
Crocifisso senza croce
Che si è asciugato nel silenzio
Ed è finito chissà dove
Ogni amore
Nasce libero e malato
E' una nave e tu sei il porto
Dove scendo,
aspetto ancora qualche giorno
E me ne andrò lontano"

Andrai lontano, per un po'.
Verso un compleanno diverso, che pesa, che aggiunge rughe invisibili e ripiega le spalle.
Verso un'aria nuova da respirare.
Cieli stranieri da guardare.
Strade da percorrere.
Passo dopo passo.

Ti voglio bene.

no, le otto non sono decisamente presto
E ho gia sistemato i gatti e riordinato cucina e sala.
Però adesso il tempo è tutto per me, leggere, giocare, cucire ecc...
Chi si alza non presto non conosce la sensazione del tempo tutto per te