Pοδοδάκτυλος

Giornate in movimento.
La scrittura vuole il sedere sul letto e i pensieri volanti sopra. Come una nuvola. Come il vapore. In attesa che si condensino in una forma riconoscibile e governabile. Non sempre la si trova, la forma.
Corro dietro alle riflessioni di questi ultimi giorni tra Torino e Rimini senza riuscirci pienamente.

La neve la porto io. E' ufficiale.

A Rimini, sabato pomeriggio, rally su via Roma con tre centimetri di neve sulla strada viscida come la pelle d'anguilla.
Il freno non arpiona l'asfalto. É una sensazione di caduta libera. Simile a quella già provata infinite volte nelle ultime settimane. Di cuore in bocca e di pensieri che girano a vuoto.
Freno con le marce in una bufera di fiocchi giganti. Mi ha insegnato Fabio in un parcheggio poco lontano dalle Gru. Il cielo è grigio piombo. Il mare non si vede, la linea dell'orizzonte inghiottita da un unico colore.
I piedi gelati e bagnati, ho sbagliato le scarpe come al solito.

Il week end è troppo pieno di gente. Per me è impegnativo. Faccio fatica e lo sento.
Ho bisogno di tenere la testa dentro i miei vuoti. Di tornare col pensiero a te quando ne ho voglia. Mi manca il tempo per farlo. Sentirmi impegnata non mi distrae. Al contrario, mi sento in trappola.
Come se avessi bloccato l'accesso alle vie di fuga che ancora mi riportano a te. Alle tue magliette, al tuo piumino, alle tue foto che non mi serve l'hard disk per andare a rivedere. Mi servono solo delle ore mute e silenziose. Delle assenze da riempire come voglio.
C'è una bolla di sapone in cui ancora siamo insieme.
Una bolla che si forma al mattino soffiandoci dentro i sogni ancora aperti.
Lì dentro tutto va bene.
É una bolla che appartiene all'Aurora. Al risveglio. Il mio momento migliore.
Quando apro gli occhi e mi sembra che vada tutto bene. Che sia tutto come prima. Quando ancora non sono sveglia. Vado dietro al residuo dei sogni che si diradano, come la nebbia. E si diramano, nei mille sentieri in cui le cose sarebbero potute andare e non sono andate. Prima di ricongiungersi una volta per tutte, nella spianata unica della giornata che sta per iniziare.
Rimane pur sempre una bolla di sapone. Basta una lacrima per farla scoppiare. O la sveglia.
Mi ritrovo seduta di fronte a una tazza di Starbucks che fuma. C'è scritto Lisbona. L'ho comprata là. Mi sembra un'altra epoca.
-Che giorno è?
-Giorno di schifo.
Eppure non ne ho un altro a disposizione. Non posso scegliere di addormentarmi e svegliarmi tra cent'anni.
Mi scaldo le mani. Che di notte stringono a vuoto il cuscino.
E spero che nessuna mi abbia rubato la bicicletta durante la notte.
Con un pensiero concreto mi sveglio definitivamente e spunta l'alba sulla collina.
O sul mare.
Sempre per poco tempo. Un tempo rosa.

Domenica a Rimini è uscito il sole.
Come al solito quando sto per andarmene.
I treni spaventati da elezioni e nevicate sono tutti in ritardo.
Il mio accumula tre quarti d'ora. Ordinaria amministrazione, direi.
Poco prima di Torino il cielo plumbeo non rassicura. Mi fa venire in mente Baudelaire: “T'adoro al pari della volta notturna, o vaso di tristezza, o grande taciturna!”. Due versi dei fiori del male che chissà quando avevo imparato a memoria. A volte ritornano pure loro.
Scendo dal treno, supero la puzza del Mc Donald e le dieci persone che guardano sconsolate il tabellone delle partenze, in dieci passi sono fuori da Porta Nuova.
Fuori, nevica.
La neve cade a fiocchi giganti controluce. Li osservo dai portici di Via Nizza. Li vedo aumentare.
Spero che siano gli ultimi.
Mi sembra che scendano troppo in fretta. Invece sono lenti, loro. Stridono con il mio cuore che batte veloce, con il panico di un altro ritorno, con la voglia di latte coi biscotti e di un abbraccio sciolto in fretta:
-Puzzi di treno.
Mi diceva sempre Fabio.
Tremendi i treni. Ti rimane addosso quell'odore. Di treno, appunto. Di sudore, di piedi, di gente che respira.
E' un odore che non ti appartiene. Che ritrovi al mattino sul cuscino se non ti lavi prima di appoggiarci sopra la testa.
Sono a Torino un'altra volta. E un'altra volta è un colpo al cuore scendere dal treno e non trovare te. Non trovare Fabio. C'è tutto il resto che però sembra non riempire niente. Riempie le giornate, ma non colma i vuoti.
E sapere che non sei lì e nemmeno a casa. Nemmeno in ritardo, come di solito. Niente di niente.
Questa è la cosa più brutta in assoluto. È la cosa per cui bisognerebbe eliminarli, i ritorni.
Bisognerebbe stare e basta, se solo fosse un po' più facile.
Se solo i legami non fossero fluttuanti e infiniti. E sparpagliati su e giù come, di fatto, sono.

Rimini è strana. La vedo con occhi diversi, quasi con tenerezza.
A volte lì ci si ritrova. Si ricongiungono vite in agglomerati che si credevano sciolti da un pezzo.
Si scattano foto che hanno fatto un patto con il diavolo. Che sembrano essere vecchie di dieci anni e invece no.
Il tempo torna su se stesso.
Davanti a una televisione dove un giorno si guardava la folla che occupava San Pietro per un ultimo saluto a Wojtyla e dove adesso si parla del nuovo conclave. Le chiacchiere sono raccolte di flash che rimettono in comune tutto.
Nonostante i fidanzati storici andati, le amiche dimenticate. Nonostante le ferite, le miopie che peggiorano, i libri che pesano nelle teste. Nonostante questo rimane un nocciolo duro. Di facce, di emozioni a ondate. Di ricordi. Di rancori messi da parte una volta per tutte. Si cresce, dopo tutto.
Un tentativo di ritrovarsi, dopo anni, nei luoghi del cuore, dopo una notizia terribile che prende per il collo le amicizie che sono state vere. E che si riscoprono esserlo ancora. Sulla distanza e sul tempo. Autentiche.
E che forse erano solo nate nel posto sbagliato per potere continuare serene. Il distacco era necessario, la spinta centrifuga che prelude al ritorno. La pazienza di aspettare il momento in cui non ci si fa più del male.

-Sei proprio tu?
-Si.
-Sei sempre uguale.
-Conosci la strada.

Il distacco e il ritorno. La distanza e il contatto.
Lo strappo.
Il più brutto. Di quando mi hanno trascinata via da qui dopo il funerale. In un viaggio di cui non mi ricordo nulla. Solo una valigia rossa, la mia di sempre, riempita di cose a caso.
Non mi ricordo l'ora, l'autogrill, non mi ricordo se abbiamo fatto benzina, se abbiamo fatto pipì.
Se pioveva o se c'era il sole.
Penso il sole ma non sono sicura.
Non mi ricordo a che ora siamo arrivati a casa, se abbiamo mangiato, se c'erano i regali di Natale sul tavolo, se c'era il gatto.
Non mi ricordo niente.
Solo che non volevo.
E poi a un certo punto quel bisogno immenso di tornare. Di ricucire. Questo me lo ricordo. Passeggiavo sulla spiaggia. Guardavo le onde.
-Che ci faccio qui?
Mi sono chiesta. Non è questo il mio posto. Torno indietro. Torno avanti. Torno a casa. L'altra.

Ora parto, questa è la notizia.
Sarà un distacco. E durerà un po'. Tre mesi.
E' una cosa che prima era nell'aria. Un passaggio in una storia che credevo sicuro. Fabio mi avrebbe lasciato andare e mi avrebbe aspettato. Poi avremmo ricominciato, più insieme di quando ci eravamo lasciati. Magari nello stesso luogo. Magari svegliandoci al mattino, tutte le mattine, nello stesso letto.
Il solito tempo che non c'è stato.
Eppure nonostante la paura e il dolore e la sensazione sottile che sia un tradimento, parto lo stesso. Ormai è deciso. Torno presto, però. E continuo a scrivere.

Mi faccio domande stupide. Come chi porterà i fiori blu al cimitero. O un girasole quando fra poco arriveranno. E come sarà il mio compleanno adesso che 26 mi sembrano tantissimi e inutili allo stesso tempo. E come staranno le mie famiglie: quella vera, quella acquisita, quella dei miei amici.

Eppure sento che devo andare.
Perché quando ci penso qualcosa si muove.
Sembrano farfalle. Lo sfarfallio che conosco bene, quante volte nella vita mi ha guidato altrove.
E in nel lontano mi ha fatto sentire a casa.
Lo stesso di quel giorno al mare. Andare e tornare. Non si sta mai fermi per troppo tempo quando si cerca se stessi.
Che dopo il risultato di queste elezioni avrei voglia di non tornare più. Eppure è questo posto che mi piacerebbe rendere più civile. Più abitabile. Meno arrogante e meno ignorante.
Partendo dalle piccole cose. Dalla gentilezza e non dai vaffanculo. Dai bambini. Dalle buone letture. Che riempiono i vuoti e fanno amplificano le emozioni. Tali da poterle sopportare, un giorno, sarebbe meglio tardi, quando arriveranno.
Ritorno quindi. Ma mi preparo ad andare.

Ho comprato la guida della Germania. L'ho messa sul comodino accanto alla lampada, alla foto mia e di Fabio, al profumo all'Iris.
Non la apro ancora. La tengo lì, tanto per abituarmi all'idea.

Ho iniziato un corso di tedesco.
Imparare una nuova lingua è un bel modo per tenere occupati i pensieri.
Dovrebbero aggiungere questa voce a quei libri tremendi e inutili che fanno elenchi su come elaborare i lutti. Elaborarlo in lingua straniera.
Strano che da nessuna parte ci sia scritto che fa sentire meglio lanciare piatti, bicchieri e peluches contro qualsiasi parete disponibile. E che notevole sollievo viene anche dal buttare i barattoli di vetro nella campana della differenziata. Sentire lo schianto di un mondo che va in pezzi per mano nostra.
Imparare una nuova lingua. Da zero, anche questo fa bene.

Perché tanto non ci capisci un tubo di nulla, né nella tua lingua né in un'altra.
La confusione è assoluta, in tutte le lingue.
Il tedesco va bene. Aspro come suona il mondo in questo momento. Duro. Difficile da arpionare al primo acchito.
Ma a me piacciono le cose complesse. Quelle che ripagano la fatica di averci sbattuto la testa.
Nel tedesco ritrovo una dolcezza complicata che appartiene agli studi classici andati da un pezzo, al latino e al greco. Lingue mai parlate.
Nel tedesco, fin dalle prime battute, risuonano cose che mi fanno tornare indietro. Agli anni delle declinazioni, delle radici e delle parole squisitamente composte che l'italiano ha perso per strada. Come ροδοδάκτυλος, dalle dita di rosa.
Epiteto greco dell'Aurora, rimasto nel cuore e mai più andato via. E che ora ritorna.

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Comments

Come al solito le tue parole mi toccano.
E' impossibile smettere di leggerti, anche se non ti scrivo, anche se magari non ti dico che ti leggo, penso a te molto spesso.
Spero che il tuo viaggio in Germania vada bene, Monaco di Baviera è una città magica se hai voglia di farci un salto.
Non so cosa dirti, dopo parole come quelle che scrivi tu, qualsiasi cosa mi venga in mente da comunicarti mi sembra stupida e banale.
Sei in un'altra dimensione che non so come raggiungere, ti voglio bene però, spero che d'ora in poi ti capitino solo cose belle...che prima o poi finisca questo dolore.

So che lei non ti piace, ma l'ho ascoltata oggi a lavoro e ho pensato a te.
E se vuoi non ascoltarla, puoi solo leggerla e lasciarti cullare da poche note.
Come se fosse un carillon.
Come se fosse una ninna nanna.
Come se fosse silenzio.
Silenzio per i tuoi pensieri, le tue parole.

http://www.youtube.com/watch?v=T9UMbUCiAfs&list=UUkiPulit5Di-Nd_A7aYnq0Q...

MALIKA AYANE - Niente

Cos’ho?
Ho dei tagli sul viso
Si, ma io cos’ho?
che se sanguino rido
mi sciolgo un pò
tanto non sento niente

Io cos’ho?
sembra aver già deciso
ma proprio non so
mescolarmi al sorriso
di chi più non ho
tanto non sento niente

Parlo con te
sempre
anche se tu sei
assente
quelli non dicono
niente
solo un silenzio
assordante
muoio con te
sempre
vivo di te tra la gente
quelli che parlano, parlano, parlano
ancora

E non resta più niente
proprio niente
del cielo che abbiamo perso
rubandoci i pezzi più neri
più neri del nero
e ora più niente
c’è una stella cadente
ma era l’ultima già
e schiantandosi precipita
sulla mia pelle
lasciando un pozzo infinito
dove tutto è finito
per sempre finito
nel fondo più fondo
della libertà

Che farò
se questi tagli sul viso
ancora io ce li ho
e di rosso vestita
negli occhi sarò
e ancora tu niente

Io non ho, non ho, non ho…
l’obbedienza
di chi è sparito
già da un po’
se dipingi un paradiso
io lo distruggerò
così tanto per niente

Parto da te
sempre
per tornare ad essere
niente
finisco a te
sempre
analizzando la gente
non ha più senso quel niente
quelli che parlano, parlano e ancora
e poi parlano

E non resta più niente
proprio niente
del senso che abbiamo perso
nei gesti di un altro
che non fa più testo
e intanto ci uccide
e non lascia resto

e non resta più niente
nient’altro che niente
e il tetto l’abbiamo perso
e ormai piove a dirotto
su mobili e teste
allagando speranze
che affogano lente
nuotando nel niente
nuotando nel niente
io nuoto nel niente
tu nuoti nel niente
della libertà

Niente, dunque.
Niente paura, come dice qualcuno.
Non ci puoi credere tu, adesso, lo faccio io per te.

Ti voglio bene.

Das Ewige regt sich fort in allen,
denn alles muss in Nichts zerfallen,
wenn es im Sein beharren will.
J.W. Goethe

...una bella citazione goethiana, per iniziare a godere di un tedesco denso, difficile e profondo, che nutre. Magari la citazione si dischiuderà a poco a poco, magari ora è troppo presto per dartela da tradurre da sola, però preferisco lasciartela così, senza italiano. C'è tanto dentro, troverai tu ciò che cerchi.
Quanto a me, questa tua associazione del tedesco al greco, di una nuova lingua alle dita dell'aurora, e l'aggiungere alla sfida dell'incomprensione e del nulla quella dell'accesso a un mondo nuovo fa sobbalzare il cuoricino (a proposito di sfarfallii). In movimento continuo, per essere.
"So muss es sein" (se rimembri quelle pagine dell'Insostenibile leggerezza dell'essere di Kundera, che avrai sicuramente letto...)