COME STAI?


MIRAMARE DA AMARE. GIOVEDI'.

Penso.
Fabio diceva troppo.
In giro in macchina, quando calava il silenzio:
-Pat, sento il rumore del tuo cervello che lavora. A che pensi?
-A niente.
Cioè a tutto.
-Tu hai studiato troppo nella tua vita.
-Senti chi parla!
Che poi magari stavo solo imparando le strade. Tempo fa sapevo a memoria tutte le perpendicolari di Corso Duca degli Abruzzi tra Corso Einaudi e Largo Orbassano.
Senza motivo, le avevo imparate e basta. I pensieri tendono a svolazzare, mi piace fissarli sulle cose ogni tanto.
Concentrarmi.

Mi capita in questi giorni di sentirmi slegata dalle cose che dico.
Come se le parole non fossero le mie. Come se parlassero da sole.
Ho sempre saputo fare due cose insieme, e farle bene.
Parlare al telefono e fare la lista della spesa, mangiare una fetta di pandoro e ripetere Platone, pensare a cosa mettermi per uscire e fare una versione di greco quasi perfetta.
In questo periodo ho affinato l'arte di dire una cosa e pensarne un'altra.
Non si tratta di dire bugie o di mentire, ma di stare su due binari paralleli e sopravvivere.
Di conversare intorno a un argomento piacevole e nel frattempo pensare alla cosa più triste del mondo.
Senza confondermi, senza piangere, senza perdere il filo. O forse tenendone due, di fili, Arianna, come al solito.
Mi ritrovo a parlare del più e del meno. A sorridere, a fare una battuta sui tacchi troppo alti di quella che cammina di fronte a me o concentrarmi su un vestito troppo bello in una vetrina. Eppure spesso sto pensando ad altro.
Ho una concentrazione verso l'esterno fatta di assenze. E me ne rendo conto. Nei vuoti si infilano i pensieri come in un colabrodo.
E mi sembra di vederle, le parole, le mie. Che zampillano fuori dalla mia bocca slegate dal resto.
Come se svolgessero il loro dovere in proprio, l'inespugnabile dovere di una buona conversazione. Equilibrata, grammaticamente corretta, con i congiuntivi al posto loro, indolore, rapida, ma non troppo, frivola, se necessario.
Nel frattempo la mia testa si riempie di altro.
Fabio, lui sempre. Le sue frasi, i suoi sorrisi, le sue battute cretine che mi facevano arrabbiare.
Mi manca. Ma non ho bisogno di dirlo. Lo sento e basta.
Penso alle cose da fare e da disfare. E a quelle disfatte una volta per tutte. O una volta e per sempre.
A quello che è rimasto fermo e a quello che si muove. Ancora, a fatica. A singhiozzo.
A quell'ultima telefonata: “Pat? C'è qualcosa che non va”.
La corsa in bicicletta.
I fotogrammi delle sue magliette nel cassetto. Delle sue facce.
E intanto mi sento parlare. Ridere a volte. Mi ascolto ogni tanto.
Sono davvero io?

Non penso sia una forma psicotica di scissione dell'Io. Tanto per rispolverare un po' della mie conoscenze pseudo freudiane.
Penso che sia una forma di difesa, tutto qui.
Per me e per gli altri.
Per me prima di tutto: per non crollare come un castello di sabbia, o di rabbia, alla Baricco, di fronte a quella domanda inevitabile che suona:
-Come stai?
Perché so che non ce n'è un'altra. Che quella viene naturale. E che è sincera quasi sempre. So che è un modo meno invasivo per chiedermi.
-Come fai?
Questo si vorrebbe sapere. Come fai a muoverti ancora, a respirare, a dormire, a mangiare, a vestirti e a uscire di casa.
Non ho risposte.
Quelli che mi conoscono davvero bene non me lo chiedono quasi mai, come sto. Me lo chiedono se ho mal di testa, se mi sono tagliata un dito con il mio coltello taglia mela super affilato, se sono arrabbiata perché mi hanno rubato la sella della bicicletta. E lì allora sto incacchiata, e almeno è una risposta sincera.

È che spesso non posso dire come sto io senza ferire chi me lo chiede, questa è la verità.
Non posso buttare fuori un dolore che in pochi sanno contenere senza sapere dove andrà a finire.
Guardo in alto a destra. E le lacrime tornano indietro.
È un giochetto facile, basta allenarsi.
Fabio sapeva quando ci provavo con lui:
-Piangi?
-No. Non sto piangendo.
-Ti stai sforzando. Guardi a destra e muovi il naso.
-...
E allora piangevo per davvero. Per le cose piccole, che un abbraccio basta a risolvere.
Sono quelle grandi che non si sa dove metterle. Dove deporle perché non vadano sprecate.
I grandi amori che si vorrebbe tenere solo per sé, i morti che si ha paura di lasciare andare.
Come se li si potesse perdere ancora di più. Come se ci fosse un di più.

Rispondo:
-Bene, grazie.
Che tutti sanno che non è vero.
Ed è ovvio che una buona educazione implica chiedere a una persona a cui ne è morta una cara come stia. Lo capisco benissimo. In ogni caso è una domanda che non ha molto seguito. E la risposta sarà, al novanta per cento, altrettanto stupida.
Un giorno, poco dopo Natale, una persona mi ha chiesto:
-Come te la sbatti tutta questa cosa?
Rendeva bene. Era stata una buona domanda. Le ero stata grata per averla posta in quei termini.

Oltre a me stessa mi sento in dovere di difendere anche gli altri. Quelli che non ce la possono fare e che vogliono sentirsi dire:
-Bene grazie.
Perché qualsiasi forma diversa di risposta non riuscirebbero a sopportarla. Perché la morte non si sa da che parte prenderla.
Si dice “è mancato” perché sembra meno violento. Meno invasivo. Invece “è morto”. Passato. E manca. Presente.
Non è facile per nessuno farci i conti. Però c'è chi è obbligato a prenderla da qualche parte. All'inizio in testa. E poi da qualsiasi parte sia lecito prenderla. Per andare avanti. Per sopravvivere, per sorridere, un giorno, senza pensare nello stesso momento alle cose più brutte del mondo.

Solo che mi stride questa estraneità delle parole ai pensieri. Questa convivenza slegata.
Slacciata, appunto. Come le scarpe.
Io le ho perennemente slacciate. E i lacci sempre sporchi. Ogni tanto qualcuno per strada me lo ricorda:
-Signorina, ha le scarpe slacciate. Poi cade.
Non sono mai caduta per le scarpe slacciate, mai. E le ho tenute slacciate per circa metà della mia vita camminante.
Ora cammino e oltre ai lacci mi sento slegata anche io.
C'è una parte di me che parla, docile, dolce, politicamente corretta. E l'altra che invece pensa, affonda, piange e si incavola.
Il 19 e il 20 me li sono tenuti per me.
Non ho scritto. Ne parlavo oggi: nemmeno questo blog è un bidone della spazzatura dove tirare fuori tutto.
Ho pianto. Ho pedalato tantissimo. Mi sono stancata. Ho dormito poco. Ho fatto altro. Ho ricordato quello che mi andava di ricordare senza parlare. Mi sono allacciata le scarpe. E i pensieri.
Ho trovato i fiori azzurri e sono andata al cimitero. Troppo bella quella foto. Occhiali da sole, bicipiti sporgenti, cappellino e faccia da killer.
-Molto figo.
Avevi commentato vedendola.
Fabio era così, se la cantava e se la suonava, come diceva sua mamma. E a buon diritto, aggiungo io.
È una delle poche foto portoghesi che ho fatto con la mia macchina non digitale. Mi piace ancora molto l'idea di aspettare prima di vederle, le foto. L'effetto sorpresa.
Stavi guardando dei superfisicati di colore che ballavano la streetdance in una delle vie del passeggio di Lisbona. Una di quelle vie che io chiamerei corso, da riminese doc. E che invece qui a Torino chiamerebbero via, a quanto pare. Anche se ancora non ho capito bene la differenza.
L'incredibile mistero delle vie e dei corsi nel torinese. Ancora nessuno è mai riuscito a spiegarmi la differenza tra gli uni e le altre. E a convincermi.
In base a cosa il corso è un corso?
A Rimini ce n'è uno, di corsi. Il corso d'Augusto. Il suo verbo è passeggiare. Faccio una passeggiata per il corso. Faccio una vasca. La vasca, per eccellenza, è quella che va dall'arco d'Augusto al Ponte di Tiberio, quindi, fare una vasca è fare il corso di Augusto. Passeggiarsi il corso.
A Torino se fai una vasca per il corso. Anzi per un corso, visto che ce ne sono tanti, quasi probabilmente ti stirano sotto.
La maggior parte dei corsi ha alberi che separano il viale principale dal controviale. Ma allora, se hanno il controviale, non dovrebbero essere viali? Tanto più se hanno gli alberi?
E poi non tutti i corsi hanno il controviale, non tutti hanno almeno quattro corsie. Insomma, non si capisce nulla. Si accettano ulteriori delucidazioni.

Sono sul treno. Nevica. La bassa è bianca. Gli alberi, i filari di viti, i campi.
Io ho voglia di primavera. Sono partita, dando prova di genialità pervadente, con le Superga coi papaveri e i calzini di cotone ignorando il meteo.it .
Fortuna audaces iuvat. O gelat. A seconda.
Metto le Superga e spero che faccia bello.

Stazione di Modena: nevica tantissimo. Ci vogliono le ciaspole se continua così.
Il treno è pieno. Gente che torna a votare. Speriamo bene. Se un bene c'è, in queste elezioni.
Inizio a sentire chiamare “babbo” la gente che telefona ai cellulari. Babbo qua, babbo là. Papà lo si lascia sopra il Po. E lo si ritrova un bel po' dopo.
Tutti babbi in territorio romagnolo.
Inutile dire che suona familiare: “Dì al babbo che arrivo all'una, neve permettendo”.
“ Ba, siamo in orario!”.
Molto bello. Spero che i miei figli abbiamo un babbo anziché un papà.
Il week end si prospetta pieno, come sempre. Sempre difficile prendersi del tempo per sé, a Rimini.
E poi non riesco mai a vedere tutti. A salutare tutti. Che poi i tutti non sono molti, è il tempo che è poco.

Intanto, Trenitalia e nevone permettendo spero di arrivare presto. Perché anche con la neve, ci sarà odore di mare. E conchiglie da raccogliere.
Aspetto la parte più bella del viaggio: il primo canale, il secondo che è il porto. La frenata. Segni inequivocabili che mi sto avvicinando. Ai babbi, alle piade e a tutto il resto.

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Comments

Mi fa sorridere un pò il tuo post... mi ricordano i miei primi anni da Romagnola trasferitasi a Torino... la mia spiegazione di viali, corsi, via ... provendo da Forlì che al max ha un solo viale, della Libertà, è stata che gerarchicamente parlando funziona così: corso, viale, via, vicolo... ecc ecc.
Perchè i corsi sono quelli con la corsia centrale e i controviali(già controviale però è un controsenso), il viale non ha i controviali e le vie sono vie... forse una spiegazione scema ma l'unica che mi sono saputa dare in questa immensa città. Magari ancora oggi dopo 10 anni non credo di averne certezza su ciò!
Per la cronaca nel controviale la precedenza, se non indicata, è di queli che si immettono nel controviale da dx, credo di aver litigato con parecchia gente prima che qualcuno mi desse questa delucidazione e fortunatamente mai arrivata alla mani con nessuno.
Idem la storia del babbo, all'inzio la gente mi guardava strana...e poi ne vogliamo parlare delle infradito? Ricordo che il mio ragazzo mi diceva che qui non si usa uscire con le infradito, cioè non era concepibile.
Tante cose diverse ma non rimpiagno mai di vivere qui... amo Torino ed ora è una delle mie case, perchè in fondo la casa è dove uno sa di star bene...
Saluta la Romagna :)!

Anche Fabio aveva abbastanza da ridire sulle uscite in infradito. Io no, lui sì. Ma ancora di più su gambe nude, braghetti e pagliaccetti!!! Grasse risate, ma alla fine era il primo ad apprezzare l'arrivo dell'estate e delle gambe rigorosamente nude!