RITORNI E ROSONI

Barcellona, quindici gradi.
L'ultimo giorno pioveva, per fortuna. Dispiace di meno lasciare una città sotto la pioggia.
A Torino sole e dieci gradi in meno e già va bene. Le montagne ancora bianche.
In città la neve è grigia. Pochi mucchietti nei coni d'ombra dei marciapiedi.
Barcellona dall'alto si perde nel mare.
-Ciao ciao, alla prossima.
Ho pensato, mentre l'aereo puntava le nuvole, ci passava attraverso e sbucava nell'azzurro.
Sotto di noi una distesa di meringa. Nuvole come panna montata. Come quella tra i due strati di sfoglia della pasticceria Santa Clara. Quella pasta che ci ha incollato alla vetrina per un minuto tondo.
Non ho cercato forme, tra le nuvole. Sapevo già cosa ci avrei visto. Ognuno vede in cielo quel che vuole vedere. Ho chiuso gli occhi per un po'. Mi piacciono i vuoti d'aria. Il cuore che sembra salire verso l'alto e poi di botto tornare al suo posto. La sensazione di essere liquidi, di contenere un fluido in cui le cose si spostano lente.
Come i fiocchi di neve o le stelline nelle palle di vetro.
Sono sicura che ci sarà una prossima volta.
Ci sono città in cui è destino che uno ritorni. Barcellona per me è una di queste. E' un luogo dove tornare, più che dove andare. I piedi riconoscono le vie, i sensi si orientano dopo qualche ora. È un bel tornare. Meno stressante, meno nervoso. Meno voglioso di cose nuove.
Più un ritrovarsi. Meno d'impatto, ma più dolce, sereno.

Le cose che le guide non scrivono: i dolci nelle pasticcerie. La cannella dappertutto che però mi ricorda il Portogallo.
L'aglio no, quello meno. Forse perché è più turistica, più curata. I portoghesi se ne fregano.
Gli Spagnoli ci pensano, per lo meno a Barcellona. Il pan y tomate è di gran lunga meno mortifero, in ogni caso a me l'aglio sui crostini piace!
E poi di Barcellona sono belli i negozi. Quelli strani, imbucati nei vicoletti. I colori dei vestiti e delle scarpe. Il nero che da noi impera e imperversa non trova nemmeno un angolo nella maggior parte delle vetrine. Verde, fucsia, giallo e arancio se ne stanno in tutta tranquillità uno accanto all'altro.
I colori.
L'allegria.
L'audacia, a volte.
Il colori, dicono, bisogna saperli portare. Per me è facile. Ogni giorno ha il suo colore.
Dipende dall'umore, dalla luce che filtra dalle tapparelle abbassate, dal piede con cui si scende dal letto. Ho già un'idea prima di aprire l'armadio. L'importante è che dentro ci siano quasi tutti, i colori.
Le vetrine di Barcellona come i rosoni delle chiese. Santa Maria del Pi, il più grande del mondo, come un occhio su una piazza minuscola con un negozio gigante di coltelli.
Santa Maria del Mar rimane la mia preferita. Perché intatta. Perché tutta di pietra. Senza decorazioni, oro, ferraglie. Solo la pietra e le vetrate colorate. E i raggi che la tagliano di sbieco e spezzano archi e colonne.
E' tutta lì.
A due passi dal mare. Nei vicoli intorno si infilano correnti di aria che fanno arrotolare meglio la sciarpa intorno al collo. E capisci che il mare è vicino, anche se non si vede. Si insinua tra i muri spessi delle case vecchie, sotto forma di vento.
E poi le pasticcerie di Carrer de la Libreteria appena dietro la cattedrale. Santa Clara è una delle tante.
Lo stesso vale per la frutta secca pralinata della boqueria, il mercato accanto alla Rambla. Le noci di macadamia sono le mie preferite. Pralinate, ovviamente, seguite dagli anacardi.
Mai stata capace di comprarne un sacchetto e mangiarne due o tre alla volta, infantile fino in fondo per questo. E se mangio tutto il sacchetto mi viene mal di stomaco nel giro di due ore, segno evidente che sto invecchiando. Una volta un sacchetto di nocciole pralinate non mi faceva né caldo né freddo. A questo giro ho lasciato perdere il pralinato. Ho fatto qualche foto, giusto per farmi venire l'acquolina agli occhi.
Il primo anno di università avevo la fissa dei pistacchi. Ne ho mangiati troppi. Adesso mi piacciono meno.
Al mercato ho preso i mandarini cinesi che mi piacciono da matti e mi fanno correre i brividi giù dalla schiena e poi su fino alle punte dei capelli. Mia nonna ne aveva una pianticella, li prendevo sempre.
E la papaya che da noi sa di carota e non si può mangiare.

I giorni si rincorrono all'aperto.
Non sono spensierati. Si sentono passare e pesare, hanno un ritmo irregolare. Uno dura 20 ore un altro 50. Dipende dalla curva dei pensieri, dalle ore di sonno, da quando durano le docce.
E' un'altalena di sentimenti. Avanti e indietro. Il prima e il dopo. Due mesi fa e tra due mesi. Tutto va di corsa per un po' e in un attimo tutto si ferma. Immobile, di colpo.
E mi ritrovo come sono adesso. Spaesata. Sia che mi trovi a Torino, sia che mi trovi a Barcellona.
Non meno che ritrovarsi da soli in mezzo a una piazza piena di gente.
In mezzo a Milano la prima volta che ci sono piombata dentro.
Con qualcosa che mi manca e che assomiglia un po' a tutto quello di cui ho bisogno.
Forse non bisogna pensarci più di tanto se vale la pena andare avanti oppure no.
Come all'inizio di una storia. Si va avanti e basta. Il resto dopo. Si rimanda il pensiero sulle cose.
Se ne vale la pena si vedrà poi, quando sarà lecito fermarsi. Quando sarà fatto passare un po' del solito tempo.
Certe volte l'importante è camminare. A volte coscienti a volte meno. Non fermarsi.
Mi è venuta in mente una frase che avevo sottolineato ne “Una questione privata” di Fenoglio. Una delle storie d'amore e di guerra più bella della mia libreria. La sono andata a cercare:
“Sobbalzando sul sedere si era trasportato sul bordo del fienile ed era rimasto con le gambe penzoloni nel vuoto. Lì lo possedette la piena coscienza di sé, di Fulvia, di Giorgio e della guerra. Allora tremò, di un tremito unico ed interminabile che andò a trovargli fin i talloni, e pregò che la notte resistesse al giorno un po' meglio di quel che facesse.”
E' così che succede. La coscienza arriva a tratti. Sale dai piedi alla testa all'improvviso.
Il sottofondo è l'assenza. La coscienza è la mancanza. Quando manchi tu e non ci posso fare nulla.
Solo assecondare e starci male.
Ti prende mentre cammini e le gambe cedono.
Mentre sei seduto in casa e senti il bisogno di correre fuori.
Mentre mangi e all'improvviso ti fa tutto schifo tranne prendere la pellicola e mettere il piatto nel frigorifero per un'altra volta. Per quando sarà ora.
Quando manchi forte niente importa. Questa è la verità.
Io faccio la doccia. Metto la musica, Amor mio prima, poi tutte le altre e piango.
Penso a quando l'ho sentita fuori dalla chiesa. Penso ai miei amici, a quelli che sono rimasti con me ogni ora e ogni giorno. A quelli che ci sono sempre stati e a quelli che sono sbucati fuori da un cappello magico. Come conigli bianchi.
Finché mi stanco. Finché c'è acqua. Finché ci sono lacrime e finché c'è bagnoschiuma nella bottiglia o sulla spugna.
Penso a te.
Poi basta.
Poi esco, mi asciugo e mi spalmo la crema.
E ricomincio da lì, da dove ero rimasta, nella mia vita normale che normale non è.
Due mesi.
Penso a come sarebbe stato terribile passare un'estate senza te. Non vederti, non sentirti, non toccarti. Questo è un inverno senza te. Un valzer lento della stagione fredda.

Cinema oggi pomeriggio. Per non stare in casa tutto il giorno, che già la domenica mi piace poco.
Promised land, di Gus Van Sant, un regista che di solito non delude. Elephant era uno dei primi film che avevo consigliato a Fabio di vedere. Non so perché mi era venuto in mente quello lì, quel pomeriggio. Penso fosse novembre, forse l'inizio.
Eravamo in giardino, alla Villa Amoretti.
-Un film da studentessa Holden?
-Elephant di Gus Van Sant.
-Di cosa parla?
-Guardalo.
E l'aveva guardato. Il giorno dopo:
-Bel film, grazie.
Mi ero messo a ridere.
-Dici davvero o dici per dire?
-Davvero. Però finisce male. Ci sono rimasto.
Una strage a scuola di ragazzini. Doveva aver pensato che ero fuori di senno. Però il film è davvero bello. Forse non tra i primi da suggerire a caso a una persona che si conosce appena.
Non sono un critico cinematografico. Promised Land mi è piaciuto. Lo consiglio. Fine lì. Senza ulteriori spiegazioni.
Secondo me un film che vale la pena vedere è un film a cui pensi per almeno due giorni. Che non ti scivola via appena le luci si accedono e si spezza l'incanto del buio.
Che ti alzi il giorno dopo e pensi a un personaggio. A una scena. A due parole che ti sono rimaste in testa. Alla musica.
Non è ancora passato un giorno. Ma penso che il film mi sia piaciuto e che domani me lo cullerò ancora un po' in testa, prima di lasciarlo andare tra i meandri della mente e dei mille film che ho già visto.
Bellissimo Matt Damon. Invecchia bene, almeno lui.
La colonna sonora anche, bellissima. Un vestito a pennello sul mood malinconico del film, sui prati verdi e sulle nuvole basse. Sui personaggi che non si svelano fino in fondo, ma si intuiscono.
Io sono tornata a casa canticchiando Dancing in the Dark.
E ancora la sento suonare in testa, mentre scrivo queste pagine e sento che mi sto per addormentare.

“You can’t start a fire, you can’t start a fire without a spark
This gun’s for hire even if we’re just dancing in the dark”

Bruce Springsteen

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Comments

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Ti abbraccio Arianna, e ti ringrazio per aver ricolorato i ricordi un pò sbiaditi nella mia memoria di Barcellona. Se ci torni, e se non ci sei già stata, sali fino a Tibidabo e concediti un giro sulla ruota panoramica: è un volo libero sulla città.