NOSTALGIA

Torino-Rimini-Torino, toccata e fuga. L'ennesima.
La gatta mi cammina tra i piedi e non mi molla più. Le mancano le coccole.
Ha capito che la valigia è qualcosa di brutto.
Tiro fuori quella per Barcellona e ci si infila dentro. Mi cammina tra i piedi e non riesco a muovermi per raccattare i vestiti.
Apro il cassetto ed entra dentro. La butto fuori, entra nell'armadio. La tolgo dall'armadio, entra nella valigia. Peli dappertutto.
Se non ci fosse mi mancherebbe, lo so già.
Però certi pomeriggi mi toglie i sentimenti.

Questa notte piangeva per entrare in camera. Ho deciso di farla entrare, dopo tutto l'avevo smollata da sola per tre giorni, se lo meritava. Ho aperto un occhio e ho scoperto che era arrivata, la neve.
Cadeva di sbieco sotto la luce dei lampioni. L'aria era quasi fluorescente. Un bianco tremolante che degradava in verde.
Stamattina tutto bianco. Bianco il cielo, bianchi gli alberi. Vuote le strade cosparse di sale.
Ma verso le otto la città si è messa in movimento.
Torino è organizzata, a Rimini se nevica così le scuole chiudono, la gente si cementa in casa e guarda i bambini fare a pallate nei giardini. Per i bambini di mare la neve, è festa.
Non devono andare a lavorare, loro. I grandi che devono, spesso non vanno. La neve come il morbillo, una buona giustificazione per starsene immobili, a guardare fuori o semplicemente attraverso.
Torino è tutta bianco. A Rimini il bianco cede il posto soltanto all'azzurro del mare.
Da un paio di anni a Torino nevica a Febbraio.
Quando le vetrine si riempiono di colori estivi.
Quando le giornate iniziano ad allungarsi e i tramonti prendono colori nuovi. Il rosso, il rosa, l'arancio.
Quando le striature del cielo lasciano pensare che sia quasi primavera e diventa più lento il passaggio dalla luce al buio, la neve sembra una doccia fredda.
A gennaio cala il sipario sul mondo, come un velo nero. E in un attimo è buio. La neve regola i bianchi.
Ora no.

Ieri dal treno guardavo allontanarsi le colline sopra Bologna. Il sole all'altezza del finestrino mi bruciava gli occhi. E poi piano piano, l'Emilia si è tinta di rosa. Sembrava un'aurora. Il sole è sceso adagio, il buio sembrava venire da lontano, da più lontano. Da un'altra stagione. Anche Milano era lucida, luminosa. Non ci si credeva alla neve del giorno dopo.
Neve ovunque. Ma dai. Ormai è primavera.
Invece è arrivata.

La sorpresa però è stato vedere i primi fiocchi a Rimini.
Sabato mattina davanti a un cappuccino nel bar dietro casa: guardare fuori e constatare che sì, era proprio neve.
Fiocchi piccoli, ma fiocchi.
Le voci che si rincorrevano come a telefono senza fili: nevica, nevica! Nevica?
Non siamo abituati alla neve, noi. Speriamo sempre che attacchi.
E invece c'è sempre qualcuno che dice:
-Ma non attacca!
E di solito è vero. Però quando attacca panico e paura. Nessuno ha le catene. Chi le ha non le sa mettere.
Chi ha la macchina nuova ha le gomme invernali, ma di solito ha paura a guidare.
La neve.
Ha nevicato dieci minuti, poi basta.
E solo a Miramare o poco più in là. Forse un po' verso sera.
Miramare deserta, disabitata. Anche il cartello è crollato. MIRAMARE scomparso, ritrovato buttando casualmente un occhio all'altezza del marciapiede.
E in un secondo era domenica. E di nuovo neve, fuori dalla finestra dello stesso bar. Dieci minuti e poi dopo un'ora il sole.
Come se non fosse mai scesa. Come un'allucinazione. Come spesso succede al mare. Due fiocchi, poi basta.
Ho fatto la strada per andare in stazione che passa dal lungomare.
Il mare azzurro, le onde, le barche a vela. Pochi coraggiosi in tenuta da corsa.
Fanatici anche. Li immagino lì, seduti in poltrona in tenuta da corsa che fanno finta di leggere il giornale mentre aspettano un raggio di sole.
Immaginavo il lungomare due ore dopo. Si sarebbe riempito di gente. Come sempre la domenica pomeriggio.
Gente che passeggia. Fino all'ancora. Fino all'OKpizza, fino al bar Souvenir che è sempre pieno di gente ai tavolini di fuori, anche d'inverno con la bora. E' riparato, dicono.
In realtà alla gente piace stare lì, vedere il passaggio, incontrare tutti, sparlare un po'.
Se ci passi davanti ti fischiano le orecchie. A me meno di questi tempi, conosco poca gente a Rimini beach.
Per due chiacchiere con un'amica meglio scegliere la spiaggia dietro il bar. O il nuovo molo a cui si accede solo scavallando le transenne. Scavallano tutti, in realtà.
Per sbaciucchiarsi la gente sceglie le rocce dietro al rock Island, altrettanto note per essere piene di topi.
Rimini alla domenica pomeriggio si riversa sul molo. A piedi, in bici, coi pattini. Con le macchine d'epoca che visto che c'è movimento, almeno si fanno vedere in giro.
Il mio treno era alle due. Troppo presto. Troppo bello.
Ho guardato il mare, le vele, le dune di sabbia modellate dal vento. E già era ora di ripartire. Come se non fossi mai arrivata.
E lì mi è mancato non potere restare. Ancora un giorno, ancora due ore. Ancora un po'. Il tempo per rendermi conto di essere arrivata, prima di andare, di nuovo.

Nostalgia si chiama questa sensazione. Al cuore della sua etimologia. Me l'aveva chiesta una volta Fabio si divertiva con le mie conoscenze di greco. E se non mi ricordavo le parole ci rimaneva male.
-Ma come?
-Non sono mica il Rocci.
Per chi ha fatto il Liceo Classico non devo dare spiegazioni. Per chi non l'ha fatto è un mitico dizionario di greco. Mitico in tutti i sensi anche perché l'Italiano con cui la parola viene tradotta dal greco è talmente desueto (termine abbastanza rocciano) che spesso, le nuove generazioni (nuova lo era già la nostra, figuriamoci quelle di adesso) nemmeno la capiscono.
Vostos è il ritorno in patria. Il viaggio degli eroi, finalmente, verso le loro case. Algos è il dolore, la tristezza, la stretta che prende e non va più via.
Manca il mare per chi ci è nato vicino.
E a chi mi dice riferendosi all'Adriatico:
-Quel mare?
Dico che sì, manca anche quello. Manca l'azzurro in cui perdersi. La linea dell'orizzonte che lo lega al cielo senza puntarlo, come le montagne. Manca poter dire:
-Arrivo fino al mare e poi torno.
Qui giro nei viali. Guardo due scoiattoli. Oppure mi ficco sotto la doccia.
E lascio scorrere.
Devo fare la valigia per Barcellona. Guardo fuori come nevica. Spero che l'aereo parta. Che buchi questa bolla bianca in cui Torino è avvolta. E che trovi la strada per un altro paese, per un'altra meta, per un altro mare.
Spero, dopo avere tanto aspettato questo bianco, che l'aereo trovi la strada per il sole.
E che l'inverno trovi quella per la primavera.
E' già stato troppo lungo e terribile questo inverno qui.
Spero che faccia più caldo laggiù. Almeno dieci gradi e che il cielo sia azzurro.
O blu, per godermi i tetti strani che a Barcellona lo bucano.
Spero dopo qualche giorno spagnolo di avere voglia di tornare. Di sentire nostalgia. Come sempre. Di una casa.
Una qualsiasi delle mie.

Per la cronaca: aereo in anticipo, viaggio tranquillo, la neve dall'alto non l'avevo mai vista, c'è sempre una prima volta.
Barcellona calda, blu e di mille colori. Sempre bella, fa venire voglia di altre temperature.
Il post è di lunedì non avevo fatto in tempo a metterlo su. Voilà, baci spagnoli.

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