SVUOTATA

Sono svuotata. Come la tua casa dalle mie cose.
Le ho portate via tutte. O quasi.
Non c'è oggetto che non mi dica quello che è stato, lì dentro.
Com'è stato? Bello. Pieno. Felice.
Tra le tue cose ho dovuto scegliere.
Le mani vagavano a tentoni scavando nei cassetti alla ricerca di qualcosa da trattenere.
Di lucido solo gli occhi stracolmi di lacrime.
La testa lo sa, quel che è perso per sempre.
Il cuore fa spazio a quello che resta.
Bisogna lasciare andare: le lacrime giù dal naso. Le cose che non ci appartengono più. Le persone che ci hanno reso felici per un po'.

In casa rimane un gran vuoto. La vertigine di uno spazio che andava riempito, non dalle cose, ma da noi due.
Non sembrava vero da quanto non era giusto.
Non era una casa da svuotare. Ma da abitare.
Mi sono ritirata come da un campo di battaglia pieno di morti.
Non gli appartenevo più. La cicatrice della tua assenza invece mi apparterrà per sempre.
Cambierà colore, come sulla pelle, ma resterà lì dove i ricordi diventano vita nuova.

L'appartamento era freddo.
Senza riscaldamento e senza vita: la nostra, quella di sempre.
Non c'era il letto sfatto. I lenzuoli tutti accartocciati.
Non c'erano tazze nel lavandino.
Né coco pops sparsi sul tavolo. O deflagrati sul pavimento.
Né capelli. I miei in giro, i tuoi nella doccia.
Né il bollitore che fumava pronto per il tè.
Non c'era odore di fritto, né di Iris, né di Fabio, né quello di bruciato del saldatore per le schedine.
Non c'era odore di niente, forse di chiuso.
I cuscini del divano erano al loro posto. Dove sarebbero dovuti stare e non stavano mai.
Di solito erano uno per terra, uno sotto i tuoi piedi e uno abbracciato a me.
E io abbracciata a te. E tu abbracciato al pc.
Avrei voluto portarli via, ma non so dove metterli. Non voglio che li abbracci altra gente.
Li avrei bruciati, penso, il letto, i cuscini, il divano, con un gesto infantile e onnipotente.
Inutile, ovviamente.
Mi dicono di non pensarci, che non cambia le cose. Di darci un taglio.
Il taglio l'ha dato la vita, non io. E mi ha aperto in due. I pensieri vanno dove vogliono andare, le cose non cambiano, ma restano, aiutano il tempo a fare il suo corso, aiutano noi a sentirci meno soli quando scende la sera. O quando scendiamo dal treno alla stazione.

Non sapevo da dove iniziare.
Avrei lasciato tutto lì se fosse servito a bloccare il tempo a quel 20 dicembre in cui siamo usciti sorridenti e insieme pensando alle vacanze di Natale.
Ma non sarebbe servito.
Il tempo è precipitato quel giorno e non si è fermato. Non lo si può rinchiudere in un appartamento.
La polvere si accumula, il tempo passa comunque, anche se non lo vogliamo. Anche se non lo aiutiamo, anche se noi ci fermiamo.
La casa, vuota o piena che sia, non sarà più quella di prima perché a riempirla eri tu che tremavi al pensiero di quanto l'avrei riempita io.
-Pat ma dove le mettiamo tutte le tue cose?
-Non importa, le rispediamo a Rimini. Basta che ci stia io qui.
-Tu ci stai. Ti metto nell'armadio!
-Meno male.

Mi sono trascinata da una parte all'altra per un po'.
Poi ho preso la tenda. In alto nello sgabuzzino. L'avevamo portata nel cortile del negozio di tua mamma per lavarla, insieme alle tavole da surf. Era un sabato caldo di ottobre. Un po' di sabbia era rimasta, ma avevamo fatto un buon lavoro. Era stato più difficile umanizzare la macchina.
La tenda, tutto sommato, era uscita bene.
Poi l'avevamo portata a casa mia.
-Dove la tieni pat?
-In terrazzo. Dentro non ci sta.
-No, in terrazzo no. Poverina. Si rovina tutta. Poi quando ci serve di nuovo è tutta rotta.
-Non ci sta qui, Fabio, devo uscire io se entra la tenda.
-Portala da me, la tengo io.
E così avevamo fatto, con la tenda. Ogni tanto la guardavamo sulla mensola più alta del ripostiglio. Ci riportava ad agosto, al caldo, al vento.
-Prendiamola e fuggiamo!
Lo pensavamo tutti e due aprendo la porta. Poi prendevamo l'aspirapolvere, di solito cercavamo lei.
E la tenda la lasciavamo lassù. A guardarci dall'alto con tutte le sue cose belle chiuse dentro.
Ora è qui in camera, appoggiata all'armadio. Non so dove metterla e forse finirà sul terrazzo.
Se ha resistito al vento dell'oceano si farà una ragione dello smog di Torino, almeno spero.

Mi sono sempre trovata bene nel pieno. Tra le mie cose. Tra i miei ricordi.
Oggi questo pieno che viene dal vuoto di casa tua mi stringe e un pò mi soffoca.
L'armadietto del bagno scoppia.
Mi piace avere più di uno shampoo, più di un bagnoschiuma, più di una crema. Mi piace poter scegliere, a seconda dell'umore, il profumo giusto.
-Ma cosa te ne fai, pat, di tutta sta roba?
-Mi lavo, al contrario tuo.

Sono invasa da salviette struccanti (e sarà un mese che non mi trucco), da latte detergente, sapone, dentifricio, creme di ogni tipo.
E ancora lo shampoo e il balsamo con le scritte in portoghese, una crema per le mani con dentro più sabbia che crema. I residui del viaggio lasciati a casa tua.
Ho portato a casa le tazze starbucks di Madrid e Valencia, le ultime due della mia collezione. Quelle degli ultimi viaggi.
-La tazza di Barcellona ce l'ho già stai tranquillo!
-Ne cerchiamo un'altra...
-Ma come? Se dici sempre che me le frantumi quando non ci sono, tutte le mie tazze.
-Scherzo Pat. Mi fa piacere se ne compriamo una insieme da tenere qui.
-Vero?
-Si.
Aprivo la credenza delle tazze e dei bicchieri e ne uscivano parole come farfalle. Mozziconi di frasi volanti. Discorsi iniziati e mai finiti. Io, te, l'università, i bambini, i cani. Le tazze, le creme, a che servono?
Le cene:
-Cucini tu?
-No tu.
-Tu.
-Tu.
-L'egiziano di via Luini?
-Meglio.
-Pizza.
-No Kebab.
-Pizza.
-Pizza Kebab.
-Ok. Chiama tu che io mi vergogno.
-Ma come fai a vergognarti di telefonare al pizzaro?
Io alzavo le spalle. Ho lasciato sul frigorifero il foglietto con il numero di telefono. Basta pizza sul lettone. Basta lettone, oggi basta tutto. Basta sogni, basta carezze. Basto io, come nella canzone di Mina, Amor mio.
Ho messo nella tua scatola i cucchiai-cannuccia di plastica. Le nuove sorprese dei coco pops.
Mi era piaciuto un sacco quando l'avevo visto nella confezione che avevi appena aperto a colazione.
-Bellol, un cucchiaio-cannuccia! Cambia pure colore!
-Sapevo che ti sarebbe piaciuto, per questo quello della vecchia confezione l'ho buttato.
-Come?
-Nella plastica. Differenzio.
-Che cattiveria gratuita! Perché?
-Perché diventi stupida con tutte queste menate. Sono robe da bambini.
-Ogni tanto fanno bene. Fanno ridere, le cose da bambini. Vado a lavarmi i denti, antipatico. Antipat.

E me ne ero andata in bagno a lavarmi la faccia e i denti.
Il mattino dopo i cucchiai-cannuccia erano due.
-L'altro!
-L'ho recuperato dalla raccolta differenziata della plastica! Mi sono sentito in colpa.
-Grazie!
-Stai scodinzolando, smettila.
-Lo provo!
Mossa intelligente: aspirare il tè bollente con un cucchiaio-cannuccia vuol dire bruciarsi la lingua in meno di un secondo e disintegrarsi la parte superiore dell'esofago.

-Mi sono bruciata la lingua.
-Perché sono solo per chi beve il latte cioccolatoso.
-Bleah.

Io lo odiavo il latte rosa dei cereali al cioccolato.
Adesso mi manca.
Ho preso le tovagliette a forma di cuore, le calamite attaccate al frigo e il biglietto di auguri in rima del tuo compleanno. Una specie di caccia al tesoro di oggetti sparsi per la casa che stava proprio in quei giorni prendendo forme abitabili.
Ho svuotato il comodino.
Ho preso la lampada rossa che avevo portato da casa mia. Tanto nella mia camera ce ne sono già quattro solo di fianco al lettto. Mi piaceva quella lì, me l'avevano regalata le mie amiche del liceo. Si intonava con la tua parete e con il comodino.
Poi ne avevamo comprata un'altra rossa all'Ikea. Facevano una bella luce calda, la sera.
La tua lampada l'ho lasciata lì. Sul letto mancava un cuscino, il terzo. E siku. E il tuo pigiama.
Le prime cose che ho portato via quando siamo venuti a scegliere i vestiti.
Avrei dovuto vestirti io.
Lavarti i capelli come ho fatto tante volte.
Non mi ricordo che maglietta ti abbiamo messo. Ci ho pensato tutto il giorno.
Ho aperto il cassetto con le magliette e ho sentito le lacrime scivolare giù.
Ognuna mi parlava di te.
Ognuna l'ho fotografata almeno dieci volte.
Con ognuna ti ho visto vestirti al mattino e poi alla sera andarci a dormire.
-Tanto domattina faccio la doccia!
-Sexy!
Molte le ho messe anche io.
-Pat mi rubi le magliette?
E molte le metterò ancora.
Molte te le ho regalate io. Quelle le ho riprese.
Dal mio armadio continuano a sbucare come funghi calze e mutande tue. Ogni volta che metto a posto. Ogni volta che cerco qualcosa che non trovo. Ogni volta che affondo nel mucchio.
Ogni volta sussulto. E mi sembra che tu non sia lontano.
I letti divisi mi dicono quello che il cuore sa già. Che tu sei più in là e io qui. A smazzarmi questo dolore che lacrime non vede e urla non sente.
Ho preso il puzzle di San Valentino del primo anno. Difficilissimo. Non l'abbiamo mai finito.
Questo febbraio a San Valentino sarò a Barcellona. Non ci avevamo assolutamente pensato, per quanto credessimo alla festa, che a San Valentino saremmo stati lì. Ci ho pensato io poi. In questi giorni in cui la città pullula di cuscini a forma di cuore e di rose rosse vere e finte. Ci eravamo fatti un regalo romantico in realtà, senza saperlo.
Ho preso la mia scatola dei vestiti.
-Così non ti espandi! Tieni i tuoi stracci nella tua scatola!
Era piena di vestiti estivi. Di calze e maglie nere che qui a casa mia vengono infestate subito dai peli bianco coniglio di Minta. E insieme a quelli neri quelli più colorati. Che ti piacevano anche se ti lamentavi. Righe, Pois, fiori.
La scatola per la sopravvivenza con te.
Un paio di jeans, due o tre magliette decenti, tute e pigiami. Tanto il vestito da sera non ci serviva per andare a prendere un gelato due vie più in là.

Ho pensato ai due giorni in cui ho sperato con tutta me stessa che ti avrei riportato a casa, la tua.
E quando ho saputo che invece a casa non ci saresti più tornato.
Ero sul pianerottolo delle scale di casa mia.
I cinque gradini che mi fanno sputare fuoco quando faccio le spese grandi o quando torno a casa con le valigie pesanti.
I gradini dove siamo rimasti tante sere insieme a chiacchierare. Al freddo.
I gradini dove mi sono sbriciolata quel pomeriggio prima di Natale.
Dove ho detto: non ce la faccio, muoio anche io. E invece no.
Io sono rimasta. Ho fatto quei cinque scalini ancora una volta verso l'ospedale.
E sono rimasta. Accanto a te prima e da sola poi.
E mi sembra di averne fatte un miliardo di scale, oltre ai quattro piani per salire fino a casa tua.
Ho le gambe stanche, il cuore che batte fuori tempo, la testa che mi sembra possa cadere per terra da un momento all'altro.

Eppure era da fare. Per fare spazio.
Per lasciare andare. A volte basta aprire le mani e mollare la presa.
Posso dire che non abbiamo perso tempo. Che abbiamo vissuto e l'abbiamo fatto fino in fondo.
Che lo rifarei mille volte, senza tirarmi indietro.
E che forse perderei ancora meno tempo.
L'amore vuole coraggio e un pizzico di audacia. Dopo tutto è un salto nel vuoto. Un bel vuoto, quello. Che si riempie giorno dopo giorno fino a quando, un pomeriggio, scompare.
Come il sole quando cade nel mare. E in un attimo viola si fa buio.
Io non scrivo poesie. Oggi c'è questa, altre scale. Eugenio Montale.

"Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue."

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A volte la vita sembra un puzzle.
E per quanto difficile, spesso non si può rinunciare a costruirla pezzo per pezzo.
Alcuni tasselli mancheranno sempre, magari rubati da Minta o tirati su dall'aspirapolvere.
Altri li si incastrerà a fatica, prima di capire che non facevano al caso nostro.
Altri ancora troveranno il loro posto a prima vista, come fosse cosa naturale.
Ma non si smetterà mai di costruire, fare errori, ripartire.
Anche se il risultato finale dovesse assomigliare poco alla fotografia sulla scatola....sarà più vero.

http://www.youtube.com/watch?v=mhH0X7RtZyM

Niccolò Fabi - COSTRUIRE

Chiudi gli occhi
immagina una gioia
molto probabilmente
penseresti a una partenza

ah si vivesse solo di inizi
di eccitazioni da prima volta
quando tutto ti sorprende e
nulla ti appartiene ancora

penseresti all'odore di un libro nuovo
a quello di vernice fresca
a un regalo da scartare
al giorno prima della festa

al 21 marzo al primo abbraccio
a una matita intera la primavera
alla paura del debutto
al tremore dell'esordio
ma tra la partenza e il traguardo

nel mezzo c'è tutto il resto
e tutto il resto è giorno dopo giorno
e giorno dopo giorno è
silenziosamente costruire
e costruire è potere e sapere
rinunciare alla perfezione

ma il finale è di certo più teatrale
così di ogni storia ricordi solo
la sua conclusione

così come l'ultimo bicchiere l'ultima visione
un tramonto solitario l'inchino e poi il sipario
tra l'attesa e il suo compimento
tra il primo tema e il testamento

nel mezzo c'è tutto il resto
e tutto il resto è giorno dopo giorno
e giorno dopo giorno è
silenziosamente costruire
e costruire è sapere e potere
rinunciare alla perfezione

ti stringo le mani
rimani qui
cadrà la neve
a breve

Mi fai rimanere senza fiato. E svuotata.
Ti abbraccio, come sempre.

"Posso dire che non abbiamo perso tempo. Che abbiamo vissuto e l'abbiamo fatto fino in fondo.". Già "solo" per questo, cara Arianna, sono certa che tu ti ritenga, nonostante tutto, molto fortunata. Molto più fortunana di infinite persone che stanno insieme anni senza darsi nulla. "Meglio aver amato e perso che non aver amato mai".
I vostri bellissimi ricordi insieme sono un tesoro prezioso che nessuno, nemmeno il tempo, potrà portarti via. I ricordi tristi, col tempo, andramnno affievolendosi. Ma quelli belli, lo sai, vivranno sempre con te.