NESSUNO SA DI NOI di Simona Sparaco

Molti libri che mi colpiscono dalla copertina più che dal titolo. E non perché la copertina sia particolarmente bella, mi colpiscono e basta. Una sorta di attrazione magnetica.
Li vedo e li devo comprare. So che può sembrare compulsivo, ma è così.
Questo libro era alla Feltrinelli di Porta Nuova, fra le novità.
Ho sbirciato i quarti di copertina e ho scoperto con sgomento che la storia era triste. Anzi tristissima. Che l'autrice aveva fatto la Holden e viveva tra Milano e Singapore. Ho letto due righe a caso e ovviamente l'ho comprato.
Ed è un libro bello, anzi bellissimo. Una scrittura che cattura, piena di immagini tenere pur nella durezza del tratto e dell'intreccio.
L'ho letto tutto d'un fiato e sono contenta di averlo fatto, ma anche che sia finito.
Lo metto qui per chi si sente abbastanza fragile per farsi coinvolgere fino a piangere e per chi si sente abbastanza forte per leggerlo rimanendone fuori, come un bel romanzo e basta.
È la storia di un dolore immenso. Di una madre e di un aborto terapeutico al sesto mese di gravidanza. Di un bambino mai nato. Di un'assenza che scava le viscere. Che c'è ma non si vede se non riflessa in chi soffre, nell'assenza che appartiene a chi rimane.
La storia inizia con un precipitare senza ritorno. Un'ecografia: in Lorenzo c'è qualcosa che non va. L'inizio della fine. Il giorno? Il 20 dicembre.

Perché sono andata avanti?
Forse perché sono stupida.
Forse perché avevo voglia di piangere su una storia diversa, che non fosse la mia.
Forse perché non credo troppo alle coincidenze. La storia è tutta intorno a Natale, mi sono sentita trascinata dentro. Come se quel punto sulla linea del tempo fosse la lama che apre le ferite di tutti.
Da lì in poi bisogna ricucire.
Sono andata avanti, fino alla fine. Mi sono fermata per dormire, mangiare e per andare in piscina.
Ci ho trovato tanto di me. Di un dolore e di una solitudine universali per quanto diverse siano le cause.
“È successo che eravamo felici. Sembravamo volare sopra le nostre vite, così meravigliosamente incoscienti. Poi in un istante qualunque, siamo precipitati. E adesso siamo qui, senza sapere se resteremo paralizzati a vita, su una sedia a rotelle, o se incerti e zoppicanti, prima o poi, ci rimetteremo in piedi e ricominceremo a camminare”.
Ho affondato, pagina dopo pagina. E ne sono uscita, come dalla vasca della piscina. Con il fiato corto e con addosso un odore diverso che mi è rimasto per tutto il giorno.
All'inizio ho pensato che a lei, a Luce, la protagonista fosse rimasto Pietro, il suo compagno.
A me no.
Poi ho capito una cosa che già sapevo. Che non ci sono paragoni. Che nei dolori più tremendi l'ostacolo più grande siamo noi stessi. Che ognuno è solo al mondo finché non decide di guardare avanti e camminare.
Mi sono ritrovata nell'assenza che sbrana il libro.
Nell'abbandono di Luce.
Nel tentativo di Pietro di reagire. Nonostante il dolore. Chi reagisce non tradisce, non ama meno né soffre meno: “Quando si cade da cavallo bisogna risalirci il prima possibile”, dice Pietro.

“-Dobbiamo cercare di guardare avanti.
-E dimmi allora cosa c'è avanti? Cosa vedi di tanto interessante?
-Io vedo te. Mi risponde lui, guardandomi dritto negli occhi.”

Mi sono ritrovata nelle note stonate di un mondo che pare impossibile senza di te.
Nella perdita irreparabile.
Nell'unicità di chi si ha amato. Nessuno non si può sostituire con nessun altro. Si può solo cercare di fare spazio.
E ancora:
Nel male che spacca le ossa.
Nel fiato che manca.
Nel respiro che ogni tanto viene meno.

Per tutto queste cose è valsa la pena essere arrivati fino all'ultima pagina.

Il dolore ci racchiude in una solitudine “alta”, come su una stella, e ci costringe a guardare il mondo da lontano. Possiamo scegliere di restare per sempre lassù, a guardare tutto dall'alto, oppure di scendere con un salto
su questa terra desolata eppure bellissima”.

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Comments

Io aspetto di trovare un libro scritto da te tra le novità della Feltrinelli di Bari. In quel caso mi basterebbe leggere il nome dell'autrice per comprarlo.
Forward, Ari.

Aspetta e spera!!!!!!!!!!!!

Volevo scriverti da tanto tempo ma tutte le parole mi sembravano prive di senso e lo sono. Poi questa storia mi obbliga a intervenire. Quando tua mamma aspettava te anche io ero incinta, dovevate nascere quasi insieme tu e Nicola, tu un pò prima fine giugno e lui circa a metà luglio. Mi riflettevo nella gravidanza di tua mamma che anticipava quello che io avrei vissuto dopo un paio di settimane. Poi alla fine di maggio non ho sentito più alcun movimento nella mia pancia, Nicola era morto prima di nascere all'ottavo mese. E' stato uno dei dolori grandi della mia vita, quando vedevo te il pensiero andava sempre a lui come poteva essere e come non sarebbe mai stato, mi rendo conto che anche adesso sapere tue notizie mi coinvolge particolarmente. Il resto lo sai, il solito "tempo" mi ha portato Enrico e poi anche Francesco, un abbraccio.

Se le parole fossero prive di senso le prime a esserlo sarebbero le mie.
Lo vanno a cercare... dove non c'è.
Sono contenta di sentirti qui. Non sai quanto!
Come sempre, nonostante tutto.

Arianna
ps Ci incrociamo da Pino...!

Non sono pratica di queste diavolerie, ma mi sforzerò: da qualche giorno ho saputo e da qualche giorno ho un pensiero per te. questa mattina, a scuola, è successo qualcosa sul mio cell. e sei comparsa tu e il libro: allora mi sono detta "è il segnale". E riprendo la strada per ritrovarti, dopo averti seguita su fb, da lontano mentre, guardando le foto, sorridevo in cuor mio della tua felicità. Ritrovata, dopo i tempi inquieti del liceo. Ora custodisco anche i tuoi dolori che mi fanno piangere davanti al pc. Un abbraccio

Un abbraccio anche a te. Da questo nuovo tempo inquieto e triste.

"Continua a leggere se ti va..." Così mi avevi scritto e così ho fatto Arianna.
Stamattina alla radio ho sentito questa canzone e sei entrata tu nei miei pensieri...

Ligabue - M'abituerò

M'abituerò a non trovarti
m'abituerò a voltarmi e non ci sarai
m'abituerò a non pensarti
quasi mai, quasi mai, quasi mai.

Alla fine
c'è sempre uno strappo
e c'è qualcuno che ha strappato di più
Non è mai
qualcosa di esatto
chi ha dato ha dato e poi
chi ha preso ha preso tutto quel che c'era
non conta più sapere chi ha ragione
non conta avere l'ultima parola... ora.

M'abituerò a non trovarti
m'abituerò a voltarmi e non ci sarai
m'abituerò a non pensarti
quasi mai, quasi mai, quasi mai.

Alla fine
non è mai la fine
ma qualche fine dura un pò di più
Da qui in poi
si può solo andare
ognuno come può
portando nel bagaglio quel che c'era
e le macerie dopo la bufera
ricordi belli come un dispiacere... ora.

M'abituerò a non trovarti
m'abituerò a voltarmi e non ci sarai
m'abituerò a non pensarti
quasi mai, quasi mai, quasi mai.

M'abituerò a non trovarti, io m'abituerò
a voltarmi e non ci sarai
m'abituerò a non pensarti, io m'abituerò
quasi mai, quasi mai...

M'abituerò a non trovarti
m'abituerò a voltarmi e non ci sarai
m'abituerò a non pensarti
quasi mai, quasi mai, quasi mai..

http://www.youtube.com/watch?v=GBVagEcdeic

Mi piace questa canzone. L'ho ascoltata tante volte. Ma forse non ci si abitua, quasi mai. Un abbraccio Viola. Ho ripensato spesso alla tua mail che mi aveva tanto sospresa.