ABITI NUOVI PER VECCHI PENSIERI


YERES, MAGGIO 2012

Ieri sera ero troppo stanca per rileggerlo...
Abiti nuovi per vecchi pensieri.

Ieri al cimitero c'era un girasole. E non l'ho messo io. Era già un po' congelato, ma bello. Ho aggiunto una gerbera gialla.
È già febbraio. O solo febbraio. Non lo so più. Questo modo strano in cui passa il tempo, a singhiozzo. Avanti e indietro. Spesso a stento, come un sussulto.
Mi chiedo dove sia finita la linea, del tempo. Il mio si rincorre, un criceto sulla ruota, in certi giorni sembra impazzire.
Il girasole, comunque, mi ha strappato un sorriso.
Purtroppo durano poco, come i sogni d'estate.
Ho sempre pensato che mi sarei sposata quando ci fossero stati girasoli da raccogliere.
Sempre che ci fossimo sposati, io e te, prima o poi.
Del vestito non me ne fregava niente, andava bene di seconda mano, ma dei girasoli, un po' sì.
Campi di girasoli, mazzi di girasoli, girasoli in fronte al sole.
L'estate calda che arriva all'improvviso a fine giugno, per il mio compleanno, di solito. Un caldo afoso. Un caldo che vuoi solo bere e non si riesce nemmeno a fare l'amore.
Ci siamo trovati sudati, appiccicati,umidicci. Un compleanno che sembrava un bagno turco.
-Un gelato da grom?
-Molto meglio.
Piazza Santa Rita piena di bambini, di anziani, di cani con la lingua di fuori. Tutti a bere al torello, quando non lo chiudono.
Il gelato si scioglie troppo in fretta per gustarselo.
-Mangiamo una granita?
-Sì. Io alla mandorla.
-Che schifo. Io limone.
-Che schifo.
-Vuoi assaggiare?
-No. Tu?
-No.
-Ma che ci stiamo a fare insieme io e te, se manco la granita...
-Boh!

Giugno, luglio, agosto li brucia, i girasoli. Rimangono resti marroni, teste grandi su gambe fragili. Girasoli stecchiti. L'anima ocra volata in alto, con il sole delle nove di sera, con le giornate lunghe, con i tramonti violacei. Il buio scende prima.
E già si pensa all'inverno. Tu, lo pensavi presto. Non avevi voglia di freddo, ma di neve, di quella sì.
Non nevica quest'anno. Solo freddo.
I fiori blu che piacciono a me sono resistenti. Senza acqua, al gelo, non appassiscono, semplicemente resistono.
Bisognerebbe prendere esempio. Resistere. Senza moltiplicare le rughe, le occhiaie, le ore di sonno arretrato.

Ho dormito nel tuo giaccone. Con la testa che affondava e affogava, quasi senza respirare.
Mi sono cullata in un ricordo morbido. Il tuo piumino sembra attutire il colpo delle cadute. Una dopo l'altra. Un pianto e poi passa. Un passo indietro, uno avanti e uno di nuovo indietro per non perdere l'equilibrio, come su un filo.
Sono come Philippe Petit tra le torri gemelle di New York. Qualcosa doveva cadere. Penso a lui che cammina leggero e poi le immagini delle torri a terra. Sbriciolate, Ground Zero. L'11 settembre della mia quarta ginnasio. Forse dovevo capirlo lì, che dovevo cambiare scuola.

Dal buio della tua giacca mi cullo come in apnea nei ricordi di tutte le notti passate nella tua camera, quella di sempre.
È come se respirassi un'aria più densa. Eppure lì dove manca l'ossigeno il cuore batte ancora. Talvolta è un sollievo sentirlo.
La cicatrice tira, come i punti di qualche giorno. È la tua assenza che si fa spazio. Che cerca un posto nel mondo, un posto dentro di me, un ricordo che vive nel corpo. Non un buco da riempire giorno dopo giorno con qualcosa di nuovo.
Cerco il giusto equilibrio tra i vuoti e tra i pieni.
Nel buio della tua giacca apro e chiudo gli occhi. Tanto non riesco a dormire.
Faccio un respiro profondo che non apre i polmoni, mi sembra faccia il rumore delle bottiglie che si schiantano nella campana del vetro per la raccolta differenziata.
Apro gli occhi e non ci sei più, rimane solo il tuo giaccone vuoto, come un guscio senza lumaca.
Li chiudo e ci sei di nuovo, dappertutto.
Tu, la tua risata, il tuo calore dopo la piscina, i film che abbiamo iniziato e che io non ho mai finito di vedere, la coperta marrone che ci portava tua mamma, il materassino da gonfiare, il caldo del mattino, la tuta grigia sbiadita.
-Pat sei una stufetta. Non ci si sta dal caldo quando dormi qui.
-Ma io ho freddo.
-Perché espandi il tuo calore verso di me.
-Veramente va in alto...
E poi le discussioni per la porta:
-Aperta.
-Chiusa.
-Socchiusa.
-Chiusa, poi te la apro quando dormi.
-Poi non la riapri mai.
-Te lo prometto.
E per la tapparella:
-Tirala giù tutta.
-Due righe no.
-Ma poi ci svegliamo all'alba.
-Ma se è dicembre, l'alba è alle otto.
-Hai ancora paura del buio?
-No, ma non mi piace dormire in un sarcofago.

Riapro gli occhi. La porta è socchiusa e la tapparella non è del tutto chiusa. Come piace a me. Ma tu non ci sei. Se chiudessi tutto mi verrebbe un attacco di panico.
C'è il tuo giaccone. Qualche foto di noi due, qualche biglietto. Il tuo orologio che fa bip a ogni ora e che io non sento più.
All'inizio lo sentivo, di notte. Poi mi sono abituata.
Al mio swatch non mi abituo in questi giorni, mi dà fastidio il ticchettare delle ore. Forse perché non sono mai a tempo.
Mi vengono in mente le stanze colorate di casa tua, quell'altra. Una domenica passata a dare il bianco.
Tuo babbo che ti insegnava a usare il rullo e non andava mai bene. Tu che lo insegnavi a me e non andava mai bene uguale. Il rumore delle gocce di vernice che cadevano sui teli di plastica.
-Missà che sbagliamo qualcosa.
-Missà anche a me!
Alla sera avevamo la schiena rotta, le braccia indolenzite e il collo piegato a forza di guardare all'insù. I capelli sporchi.
-Siamo carini!

Mi andrebbe un viaggio.
Forse al mare. Un mare, qualsiasi. O al caldo.
Per fare sciogliere i pensieri. Per fare spazio al futuro. Qualunque sarà.
Forse bisognerebbe andarci incontro, semplicemente. Aprendo le braccia. Vivere quello che capita, quando capita. Ma io non ne sono capace. Mi piace costruire. Fare spazio e riempirlo. Svuotare e ammucchiare.
Penso alla libreria. Ai soldi che avevo messo via per comprarmi una macchina, forse, una macchina. Mi chiedo se mi serva ancora.
Penso a quanto avrei voluto un motorino per arrivare più in fretta a casa tua.
Senza autobus. Senza bici. Senza che dovessi venirmi a prendere quando ero stanca, perché lo eri anche tu.

-Io non voglio, Pat, il motorino.
-Ma a me serve. Per esserti più vicina, faccio prima, in bici è lontano e col tram ci metto una vita.
-Ma poi sto in pensiero.
-Lo so guidare io il motorino. Lo guido da sempre.
-Sono gli altri che mi fanno paura. É Torino, qui, non Rimini. La gente è matta. Non senti come suonano appena scatta il verde.
-Suoni anche tu.
-Non è vero.
-Un po' sì.
-E poi è pericoloso anche in bici, un motorino mi serve,sono stanca di andare in bicicletta, di prendermi tutta quella pioggia.
-Io sono in pensiero anche in bici e poi scusa in motorino ti bagni uguale.
-Sì, ma arrivo a casa più in fretta e senza sgobbare.
-Allora un macchina, Pat. Non mi convinci.
-Ma finché non lavoro... Vorrei un motorino.
-Poi te lo rubano e ti metti a piangere. E poi devo stare io qui a consolarti.
-Sai che fatica?! Uno usato.
-Pat, no.
-Ma così ci vediamo sempre poco e poi siamo stanchi.
-Ti vengo a prendere.
-Non è quello... Poi ci andiamo a fare i giri in collina, alla Cremonini.
-Mi sta sulle balle quello lì.
-Io lo trovo carino.
-Io sono carino molto di più.
-Senza dubbio sì.

Un abuso di “carini” qualche volta. Per fortuna che non l'ho comprato, il motorino. Sarebbe stato un mezzo per raggiungere te. L'avrei rivenduto immediatamente. Adesso non lo voglio più.
Forse perché fa freddo. Forse perché se pedalo di giorno mi stanco e riesco a dormire meglio di notte.
Forse al primo raggio di sole, mi tornerà la voglia. Forse no, non lo so.
Anche marzo sembra lontano.
Un'altra primavera. Altri temporali, giornate lunghe. Mi chiedo quali odori avranno, cosa mi ricorderanno. Quanto spazio dovrò ancora fare, quanta strada.
Sono domande inutili, che scavano senza preparare il pensiero. Fanno un buco ai blocchi di partenza. Nulla di più.
Quando mi sono trasferita a Torino, nonostante i miei genitori avessero cercato di dissuadermi -è lontano, è difficile, noi non ci siamo-, avevo voglia di ricominciare.
Una nuova avventura, una nuova via, un nuovo capitolo. Adesso no. Sono stufa. Che palle.
Il daccapo mi fa paura. Il ripartire non è una partenza vera e propria. È un surrogato. Un qualcosa che si deve, non che si vuole. Bisogna farselo andare bene in ogni caso.

Odio la pioggia quando non è un temporale. La pioggia umida e basta.
Odio i temporali quando sono in bicicletta.
Amo i fulmini che squarciano il cielo. I lampi che lo illuminano. Stare in macchina abbracciati mentre il cielo si rivolta sul tettuccio.
Mi manchi quando piove, di più quando c'è il sole.
Eppure ci vorrebbe un temporale. Uno di quelli buoni. Che cambia l'aria, cadono i pollini, l'odore dell'erba arriva fino in città. Il temporale che scopre le zolle.

Odio i fiori finti ai cimiteri.
Morti su morti.
La rogna di andare a mettere i fiori ai propri cari risolta con petali di stoffa. Peccato non sia obbligatorio. E che non sia la stessa cosa.
Metto un fiore ogni volta che ti penso. Anzi pianto un seme, sperando che cresca.
Mia nonna buttava via i fiori finti che mettevano le sorelle di mio nonno a suo marito.
-Mi fanno ancora più tristezza.
Anche a me, fa tristezza, la stoffa che sbiadisce con il freddo e con il caldo.
Meglio un sasso allora. Una conchiglia, una foto, un brandello di maglietta. Qualcosa che non appassisce, ma rimane comunque più vero.

Penso alla libreria.
1. che non ci devo pensare fino a settimana prossima. Sono troppo in tilt per pensare ad alcunché. La settimana prossima è dopodomani.
2. Che non ce la posso fare senza di te. Che era un progetto insieme. Che non doveva andare così. Che non trovo il senso né del tutto né della parte.
3. Che mi piacerebbe tantissimo. Che quando ci penso sono triste, poi felice, poi triste di nuovo. Poi penso alla tua faccia. Tu forse non avresti rinunciato a un sogno, se fossi morta io. Forse l'avresti portato avanti per tutti e due e non perché mi amassi meno.

Allora ripenso alla libreria. A una frase del film su Lincoln che mi si è raggomitolata in testa:
“Dovremo improvvisare, sperimentare, quel che avremo, quando l'avremo”. Fine lì.

Penso al 55 che prendevo per venire fino a casa tua. Le volte che non è passato e sono venuta a piedi. 50 minuti tondi. Le volte che mi stufavo di aspettarlo.
La domenica pomeriggio, tanto, non passava mai.
I pranzi che ho saltato per essere da te alle due. Il prima possibile, ma dopo che i tuoi erano usciti.
-Escono sempre la domenica.
Gli amori quando sono clandestini. Era divertente.

La pioggia sulla tenda piantata a giugno di fronte al lago. Sempre lo stesso, Savines-le-lac.
Una giornata di sole e di vento forte, insolito per quel posto.
Gli amici di tuo babbo di quando andavi in windsurf con loro. Ritrovati, sempre lì, su quel lago.
Poi i nuvoloni, la pioggia che iniziava a picchiare.
-Pioverà dentro?
-Per me no.
-Però fa freddo.
La pioggia fuori, il resto dentro. Il lago sullo sfondo.
-Mi fa paura il lago.
-Perché?
-Mi sembra subdolo. Fa i gargarismi.
-Pat, ma che discorsi sono?
-Tira a fondo, non come il mare, che tiene a galla o porta a riva.
-Ma le onde sono pericolose. L'oceano...
-Non morirò mai affogata nel mare, è una certezza.
-Piove ancora.
-Sì.
-Se piove dentro?
-Andiamo a fare l'amore in macchina. Sotto la pioggia, come piace a te.
-Ma a me piacciono i temporali.
-Da qui a domattina.
-Ti voglio bene.
-Buonanotte.

Ripenso a quel week end. Alle nuvole sopra al lago. Al vento. Le mie matite che volavano.
I libri che non stavano aperti. A te che ti eri divertito come non mai.
-Sono tutto pompato!
A me mentre provavo a tirare su la vela e al vento che me la risbatteva nell'acqua.
-C'è troppo vento oggi pat, per imparare.
-Proviamo domani.
Poi domani pioveva. E sarà una di quelle cose lasciate a metà. Il windsurf, come la tavola. Quelle cose che mi mancherà non avere imparato da te. O non avere imparato punto.
C'è una canzone che ho amato molto prima che arrivassi tu. E che ora pensando a quel week end mi balla in testa.
Di amore e di pioggia.
La lascio qui, in deposito. Per la pioggia che verrà. E per il sole che oggi non c'è, domani chi lo sa.

Pierangelo Bertoli. “La prima pioggia”

Fu una nuvola casuale sul mattino
che colse l'innocenza e la calura
che spinse due ragazzi da un giardino
al riparo dentro a un tetto e quattro mura
e lui con le mani circondò i suoi fianchi
dicendo che cercava di asciugarla
lei gli scostò i capelli dalla fronte
lui capì che era il consenso per spogliarla
E la pioggia cadeva convinta
sulle cose sulla gente senza trattenersi più
e la pioggia copriva compiacente
testimone di un istante che perdeva le virtù
Lì nel chiuso del castello improvvisato
le voci si scambiavano i pensieri
i corpi finalmente rivelati
e quasi sconosciuti fino a ieri
e lui le guardava il seno sollevarsi
e le esplorava il corpo gentilmente
lei lo strinse a sè incapace di fermarsi
e il timore fu un ricordo solamente
E la pioggia cadeva convinta
sulle cose sulla gente senza trattenersi più
e la pioggia copriva compiacente
testimone di un istante che perdeva le virtù
Prepotente la dolcezza ritornava
a renderli più forti e più sicuri
e la stessa forza che li trascinava
li trovò in un nuovo abbraccio più maturi
E la pioggia cadeva convinta
sulle cose sulla gente senza trattenersi più
e la pioggia copriva compiacente
testimone di un istante che perdeva le virtù
la prima pioggia

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Comments

Da "Trattato di funambolismo" di P. Petit

"L'errore è partire senza speranza, lanciarsi senza fierezza nella figura che si è certi di mancare.."

..curiosa sul mio comodino se ti va!

..perché "ognuno a modo suo ha davanti una corda tesa per attraversare il vuoto.."

Ciao, sono una amica dei tuoi zii del lago, siamo in montagna e stiamo leggendo il tuo blog ........ Un abbraccio

La mia seconda base piemontese...Una volta era la prima, ma è passato del tempo!
Ciao a voi e ai vostri laghi bellissimi.