CUSCINI PERFETTI E SOGNI PORTOGHESI

Stanotte ho sognato il Portogallo.
Il viaggio in macchina nel deserto spagnolo fino all'Oceano.
E mi sono svegliata con il rumore delle onde e del vento.
Con l'umidità della tenda di notte in riva al mare.
Con la sabbia tra le mani, tra i capelli, in mezzo alle dita dei piedi dove poi è rimasta una settimana.
Con la pipì delle sei da fare in giro, sulla sabbia, dove capita.
Che non vorresti uscire nemmeno a calci dal calore umano della tenda, nel freddo del mattino. Ma poi esci e c'è lo stellato più stellato che hai mai visto da quella volta a Zante, in Grecia, quando eri ragazzina.
Stellato profondo perché è buio pesto. Il cielo come con gli occhiali tridimensionali al cinema, come in città non si vede mai. O non si vede più. Grazie allo smog, al riscaldamento, all'inceneritore.
Le stelle sopra Carrapateira, la tenda in un canneto, l'oceano poco lontano.
Svegliarsi alle sette, uscire nella notte e scoprire dopo un giorno che in realtà erano le sei, scordarsi il fuso orario.
Allentare i pensieri, fare i turisti per caso.
Rientrare in tenda e vedere Fabio in dormiveglia:
-Pat dove sei andata.
-Secondo te?
-...
-Fuori. É pieno di stelle.

Ho chiuso gli occhi di nuovo. Minta sbatteva alla porta. Pensa di essere in debito di coccole e reclama i suoi diritti felini alienati dal nostro week end a Roma. La ignoro.
Ancora immagini, fotogrammi di noi due al mare.
Tu con la tavola all'alba sotto una luce grigia chiara, tra le dune. Nessun uomo in giro, come fosse la luna.
La nostra tenda sulla collinetta del campeggio di Peniche tutta scombussolata sotto un vento fortissimo.
-Secondo me si disintegra.
-Pure per me.
Tu che mi fai le foto mentre faccio il bagno tra le onde in un acqua fredda come il ghiaccio e poi mi aspetti con il telo aperto.
-Congepata?
-Di brutto!
Io che sono felice. Che tra un po' mi dimentico come si fa, ad esserlo, ed è una cosa bruttissima.
La spinta sulla tavola dopo aver preso l'onda giusta. Il brivido di provare quello che provavi tu e pensare che sì, era una sensazione speciale.
Quell'accelerazione improvvisa sotto i piedi, inaspettata, l'adrenalina pura di venire trascinati . Bellissimo.
La ricerca di un posto dove dormire in macchina sotto un tramonto rosso fuoco.
Troppa gente, troppo isolato, troppo vento, troppa paura.
Svegliarsi dopo una notte nella Espace di tuo babbo, con le frasi dei grandi nelle orecchie:
-Non dormite in macchina! E' pericoloso! Si dorme male! Non dormite niente!
-Hai dormito?
-Benissimo. E tu?
-Anche io.
-Andiamo a vedere il mare? Se ci sono onde?
-Sì.
Con i capelli ancora bagnati, perché sull'oceano, quando viene sera, fa freddo e i capelli non si asciugano più. Con i felponi e il cappuccio. I pantaloni della tuta e le infradito con le calze.
Con le labbra ancora salate. Con le braccia rigate di bianco. Sale come farina.
-Mi tira tutta la faccia!
-Anche a me.
-Quando andiamo a fare colazione me la lavo al bar.
-Sei più punk a bestia di me, pat.
-Non direi proprio, almeno io mi lavo.

Che poi era difficile lavarsi la faccia nei bar dei paesini perché quasi dappertutto in Portogallo il lavandino è nel bar. Proprio dentro al bar, non in una stanza a parte. In quella c'è solo il water. Usanze locali.
E quindi va bene tutto, ma stare lì a lavarsi la faccia davanti a mezzo paese che fa colazione, anche no.
Avevamo notato che al nostro viaggio punk a bestia in Portogallo, che poi non lo era stato così tanto, mancava la bestia, appunto.
-Ci manca il cane.
-Vero.
-Tanto ci torniamo qui.
-Sicuro. A Carrapateira e Peniche di sicuro.
-Magari tra qualche anno.
-Si, la prossima estate niente macchina.
-Magari avremo un cane tra due anni.
-Un pastore tedesco. Come Alex.
-Io voglio un Setter Irlandese.
-Ne prendiamo due.
-Tanto in questa macchina due cani ci stanno larghi.
-Ci starebbero benissimo ad alitarci sulla coppa mentre guidiamo.
-Per la gioia di tuo babbo!
-Pensa cosa direbbe tua nonna!
-Vorrebbe accopparli.
-A Borghetto Santo Spirito sarebbero in pericolo.
-Missà di sì!

Alla nonna Teresa cani e gatti non piacciono troppo. E la frase è un eufemismo.
Mi piaceva dormire in tenda con te. Anche se ci siamo litigati il cuscino per tutto il viaggio.
Io mi ero incriccata la schiena due giorni prima di partire. Mia mamma mi ha riempito di punture e tra Voltaren e Muscoril mi ha rimesso in carreggiata.
Tanto ci aspettavano qualcosa come trenta ore di macchina in due giorni. Terapia d'urto. O la va o si spacca. La colonna vertebrale, intendo.
Ero partita con uno dei due cuscini di camera mia. E uno per appoggiare la testa, di quelli da mettere dietro al collo.
Tu eri stato caldamente invitato, se non sonoramente obbligato a lasciare a casa il cuscino del tuo letto e a prendere il cuscino da campeggio, quello piccolino, che tanto bastava. Ti eri lasciato convincere per poi pentirtene dopo due giorni, al primo risveglio in tenda.
-Domani quando sento mia mamma la strozzo, sto cuscino inutile. Sono tutto rotto.
-Ma quella è la vecchiaia, Fabio. Non dare la colpa al cuscino.
-Che carina che sei.
-Ah dì, chi dei due va per i trenta?
Venticinque. Eppure me ne sento addosso il doppio. Pesanti come sassi. Come se non fossi nata nel già lontano 1987. Ma in un altro anno, in un'altra era. Sono le ere del cuore, di cui parlavo ieri.
“C'è una pesantezza che mi morde le ossa” dice Lincoln al suo generale alla vigilia della pace, ho appena visto il film e stampato in testa le parole. Una pesantezza, sì, anche io.

Ma non ti eri scoraggiato: dopo la prima notte il tuo obiettivo semicosciente era rubare il mio, di cuscini, mentre dormivo.
Una lotta sonnambula all'ultimo sangue che finiva col ritrovarci al mattino in due sul mio cuscino con la federa di Snoopy talmente zuppa di umidità che era fatica scollare la faccia.
-Hai le rughe del cuscino, pat.
-Perché tu no?

Io ero contenta perché dormivamo vicini e potevo fare la cozza senza che tu ti arrabbiassi e tu stavi al gioco perché avevi un cuscino decente sotto la testa. E vaffambagno a quello piccolino.
Anche a casa tua a Torino c'era la guerra dei cuscini. Non eravamo in tenda, ma le dinamiche erano simili.
I cuscini che ci avevano dato con il materasso, superfighi, di lattice naturale, non andavano bene per nessuno dei due.
Tralasciando che l'allergico che aveva bisogno del cuscino al lattice eri tu, io dormo nel polverone senza fare uno sternuto, i cuscini nuovi erano cicciottissimi, vita dura per chi dorme a pancia in giù come dormiamo noi.
Tu dicevi che bisognava segarlo in due parti per fare un cuscino normale, però guai a cambiarlo. Sacrosanta pigrizia.
Io al primo giro all'Ikea avevo comprato un cuscino inutile, il più floscio che c'era e dormivo con quello. Quello di lattice lo tenevo lì, per leggere, per dare al letto una forma coerente con due cuscini uguali; non con uno obeso e uno rachitico. Come se l'avessimo mai rifatto, quel letto.
Penso che tua mamma avesse definito “roba” il mio nuovo cuscino, un venerdì che era venuta a dare una pulita.
-Mia mamma ha detto che roba era questa. Si riferiva al tuo nuovo cuscino.
-...!
Non mi ero offesa. Dormivo con la mia “roba” ed ero contenta.
Tu dormivi, stoicamente direi, a pancia sotto con il tuo cuscino superpompato e il collo in una posizione a novanta gradi da fare rabbrividire qualsiasi fisioterapista.
Poi, verso le due, buttavi il cuscino giù dal letto spesso rovesciando la bottiglia dell'acqua e svegliando tutti e due con un salto. E fin qui tutto bene.
Normale routine notturna, direi.
Non peggiore di quella di quando mangiavo peperoni la sera e tenevo monologhi tutta la notte finché tu ti stufavi.
-Pat, basta! Che cos'hai da lamentarti?
-Lasciami in pace.
-Non sei stata zitta un attimo!
-Se continui a cucinarmi la peperonata.

Che poi, eri tu che cucinavi peperoni, quindi autolesionismo allo stato puro. Se mangio peperoni io parlo di notte. Tu cucinavi peperoni, io li mangiavo e di notte parlavo. Non faceva una piega. Quasi un sillogismo aristotelico.

Tornando al cuscino il problema era che verso le quattro, dopo avere buttato il tuo cuscino giù dal letto, partivi alla conquista inconscia del mio. Il mio brutto e floscio cuscino Ikea. La mia “roba”.
E via, una nuova battaglia per poi ritrovarci al mattino con la testa sullo stesso cuscino inutile e con due cuscini di lattice naturale e un Siku scaraventati per terra dalla lotta notturna.
Ho portato a casa mia il cuscino Ikea, insieme a Siku e alla federa con gli orsetti.
Me lo stringo quando mi manchi.
Quando mi viene voglia di svegliarmi con la tua testa a un millimetro dalla mia.
E di guardarti mentre dormi. O svegliarti come un bacio, come un bell'addormentato.
Come se non ci avessi provato a svegliarti con un bacio. Uno, due, tre, centomila. Non so quanti te ne ho dati.
Tutti quelli che ho potuto. Tutti quelli che ho voluto. Tutti quelli che non sono serviti a niente, se non a preparare il distacco. A renderlo meno violento. Se in qualche modo assurdo lo si fosse potuto rendere, meno violento di così.

E poi i cuscini al lattice sanno di guanti del dentista. Per questo non mi sono mai piaciuti. Forse sanno anche di ospedale. Ma ci ho pensato dopo.

Io sono fissata coi cuscini. Meglio dormire senza cuscino che con il cuscino sbagliato.
La base non mi crea problemi: dormo ovunque, sulla rete, col materasso duro, sulle assi di legno, in macchina, sul materassino gonfiabile, al cinema (dormo benissimo!), nella branda tipo croce rossa, al mare sulla sabbia o su un prato. Va bene tutto. Ma il cuscino no, quello è sacro e deve essere basso.
Più che un cuscino mi ci vuole l'idea di cuscino. Tanto perché i sogni vengano meglio.
Le prime due settimane a Milano ho dormito malissimo perché, non facendo mente locale sulla varietà di cuscini presenti al mondo, avevo comprato un cuscino a caso. Errore fatale da non ripetere mai più.
Ho aspettato con ansia che arrivassero i miei genitori da Rimini e mi portassero quello di casa.
Quando poi me l'hanno portato ho dormito ugualmente malissimo per tre mesi perché abitavo in piazzale Cuoco al primo piano con la testa praticamente in mezzo a una rotonda vicino al mercato ortofrutticolo. I camion che venivano dall'autostrada iniziavano a strombazzare e rombare alle cinque del mattino.
Un incubo. Per fortuna che a dicembre ci hanno cacciati fuori di casa e io e il mio cuscino ci siamo traslocati altrove.
Nel mio cuore rimane il “Bello” il mio cuscinino di quando ero piccola che mi portavo in giro come la coperta di Linus. Il Bello ha costretto più volte mio babbo a tornare indietro a ripescarlo in qualche albergo prima di essere brutalmente abbandonato alle isole tremiti la volta che mi accorsi, tra le lacrime, di averlo dimenticato quando ormai eravamo a casa.
Così fu sostituito con il “Ciccio” che mi ha mamma ha abbattuto quando facevo il liceo perché la gomma piuma dentro si era ammuffita. Manco a dirlo che quando l'ho scoperto mi sono messa a piangere. Maturità affettiva verso l'oggetto transizionale molto scarsa. Ma d'altra parte, ho ciucciato orgogliosamente il dito pollice fino a otto anni. In terza elementare in pratica non avevo più le impronte digitali.
Però quello era il mio cuscino da abbracciare. Mi andava bene anche con la muffa dentro.

Come la tua maglia grigia. Quella che avevi il giorno dell'ospedale. E che sapeva del fritto della sera prima. Non l'ho lavata e per ora non la lavo. Me la tengo così. Con gli scampoli del tuo odore nel letto. Con un retrogusto di patatine fritte venute male. Insieme a Siku. Al cuscino. Insieme a me finché verrà il tempo di metterla via. Per un po' o per sempre non importa. Fino a quando verrà un raggio di sole a scaldare il giorno e un abbraccio vero a scaldare la notte.

Mi sono svegliata con le onde nelle orecchie.
Che era da chiudere gli occhi pensare di essere sull'oceano e starsene lì, nel letto, ad aspettare. Perché no, grazie. Oggi non ho voglia di alzarmi. Non voglio una giornata come ieri. Non voglio piangere dieci ore e arrivare a sera con nervi e sentimenti passati come nel frullatore.
Ma così il tempo non passa mai. Si spreca e non consola.
Bisogna forzarsi. Inutile negarlo.
Forzarsi a uscire, a vedere qualche faccia nuova, a pensare al futuro.
Forzarsi a immaginarsi domani ancora sull'oceano. Ancora fra le onde. Ancora con il vento in faccia.
Da una parte sembra quasi impossibile, dall'altra è come se sentissi forte il tuo desiderio di tornare laggiù in mezzo al mare. Un desiderio che ho fatto mio. Un pensiero da dividere in due. Come la biblioteca per bambini.
Forzarsi a uscire ancora una volta al largo. E nuotare. Perché dove non si può camminare bisogna nuotare e restare a galla.

Ti ho portato due conchiglie al cimitero.
Sono tornata a piedi.
Con in testa tutte le canzoni che girano su questo blog e che ho riascoltato ieri sera prima di dormire. E stamattina sotto la doccia, appoggiando il pc sul water come faceva Fabio.
Cose che mi ha appiccicato addosso lui, come le canzoni che mi sono entrate in testa. Regali graditi di qualcuno che per qualche minuto o poco più, per il tempo di una canzone, ha pensato a noi due insieme.
Le più versioni di Blue eyes, Waves di Elisa, Ligabue e sempre e per sempre Amor Mio di Mina. Sempre nelle orecchie. La nostra canzone.
Mille e mille volte al giorno.
Senza ipod, senza cuffie. Solo in testa. Canzoni volanti come pensieri. Canzoni assorbite come il sale dell'oceano, sempre sulla pelle.
La colonna sonora di quaggiù senza te. Triste, ma sincera.
E camminando, fra la nebbia, uno squarcio di luce. E quel po' di sole, per camminare ancora,
fino a casa.

A casa ho acceso la radio giusto in tempo per le prime parole di una canzone speciale. Una canzone che ho cantato chissà quante volte a quanti concerti e che tuttavia oggi aveva un senso nuovo, più vero. E soprattutto più profondo. Come il cielo stellato nel sud del Portogallo.

“Quando batte un po' di sole dove ci contavi un po'
e la vita è un po' più forte del tuo dirle "ancora no"
quando la ferita brucia la tua pelle si farà.
Sopra il giorno di dolore che uno ha.”

Il giorno di dolore che uno ha

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Comments

I sogni piano piano tornano a popolare la notte.
E queste canzoni, come il sale, cicatrizzano le ferite.
Saranno la nuova copertina (anzi cuscino) di Linus in questo periodo transizionale forzato.
Sopra al giorno di dolore che uno ha.

spero che questa canzone ti riporti lì, sulla riva di quell'oceano.. solo musica, senza parole, perchè le parole perfette le trovi già tu..
http://vimeo.com/47637849

Missà che la perfezione non esiste. Nè nei cuscini, nè nelle parole.... Grazie per la musica.