RESPIRI, BATTITI E STAMPANTE 3D

Ieri Santa Messa di trigesima.
Mi sono persa in mezzo a parole che ho sentito lontane. Su un Fabio qualsiasi che non era il mio.
Perché lui, cioè Tu, un Fabio qualsiasi non lo saresti mai stato. Né per me né per nessuno.
Enrico mi ha detto una frase che gli ripetevi spesso:
-Non devi mica conquistare il mondo!
Penso intendessi non tutto insieme. Ma passo a passo. Mattone su mattone. Come costruivi le cose importanti della tua vita, il tuo lavoro, la nostra storia. Con la pazienza di chi ricomincia daccapo se qualcosa va storto. Con l'ostinazione di chi insiste.
Io pazienza non ne ho. Ma insisto. E ricomincio daccapo ogni giorno. Ogni mattina che mi sveglio e non ci sei. Per ora è un eterno ricominciare ogni mattina. Come dopo un terremoto.

Attendo che le giornate si dispongano su una linea. Che il tempo fluisca. Che i pezzi si incastrino, almeno qualcuno, come nel puzzle che non abbiamo mai finito perché era troppo difficile e noi eravamo troppo scarsi.
Sto cercando il mio filo, parte da te. Inutile domandarsi dove mi stia portando, per ora, devo solo camminare e srotolare. Arianna, dopotutto, rimane la storia di un filo e di un gomitolo.

La Messa: dal microfono mi giungeva notizia che i nostri cuori erano paralizzati. Le parole mi arrivavano allo stomaco come pugni. Nella mente entravano e uscivano subito, senza fermarsi.
Non riuscivo a concentrarmi.
E allora mi sono concentrata sulle ragnatele del soffitto. E sull'acqua che scrosciava di continuo nel fonte battesimale.
Tralasciamo che in cinque secondi mi scappava la pipì. E che le ragnatele erano davvero tante e giganti.
Mi sono distratta, e concentrata sul mio respiro finché ho sentito tutti i battiti del mio cuore in gola.
Del mio e del tuo.
Ci capitava di respirare insieme. Quando ero agitata, quando mi veniva da piangere, mi mettevo sopra di te a respirare, erano momenti dolci, profondi. Sono andata a ripescare quei respiri lenti che ora fanno male.
E ho pensato che no, il mio cuore non è affatto paralizzato. Ma sta bene, pulsa, vive e ti ama ancora mentre con fatica ti sta lasciando andare.
É arrabbiato, forse, ma non paralizzato.
A volte è come se corresse. O galoppasse.
Mi piacerebbe tornare a cavallo almeno una volta, assistere al battito del cuore che si sincronizza con gli zoccoli duri che picchiano sull'erba.
Fabio aveva paura. Non mi ha mai portato. Non gli piaceva non avere il controllo del cavallo. Sono imprevedibili, mi diceva. A me invece piaceva.
Mi piaceva questo ritmo mai prevedibile del galoppo, come mai prevedibile è il ritmo del cuore quando la vita lo chiama a resistere, dopo averlo spezzato.

In più mi piacerebbe lo chiamassimo Fabio e basta. Non Varesano Fabio. Cognome e Nome. Come ai militari. Come al liceo.
Fabio. È un bel nome.
Dovrebbe bastare.
Le parole superflue sono indelicate quando si soffre. Basta il silenzio del respiro che si ricompone. O cerca in tutti i modi di farlo.

Stasera mentre si parlava di cuori paralizzati, di colpe commesse e di ringraziamenti inutili io guardavo le ragnatele e nel silenzio sentivo il mio cuore che batteva per due.
Avrei voluto che si scoperchiasse la chiesa, che il tetto si aprisse con le sue ragnatele e la sua vernice sporca.
Che la pioggia cadesse. E mi entrasse nelle ossa, come mi sei entrato tu.

So che qualcuno ha passato la notte a leggere questo blog.
Io ho passato la notte col mal di testa.
Poi mi sono svegliata e ho saputo che qualcuno aveva passato la notte a leggere il blog. Persone che non conoscevano né me né Fabio. Persone che si sono immerse in questa storia e non l'hanno lasciata fino all'aurora.
E la cosa mi ha fatto piacere e insieme paura.
Perché io non so cosa riesca a catturare così le persone che non ci conoscevano.
Forse è perché qualcosa si deve salvare, di noi due. Di Fabio e di me. E non le anime, come direbbe qualcuno, ma l'amore.

Sono passata al Dipartimento di Informatica. Piano rialzato. L'ascensore sale. Primo piano.
Il tuo ufficio.
Le tue cose (poche, per fortuna). Fossi stata io quasi due anni in un ufficio ci sarebbe voluto un camion per portare via tutto.
Mi è bastata una busta grande di Intimissmi e un sacchetto Esselunga.
Ho preso la Brita e il bicchiere che ti avevo regalato, perché ti lamentavi che le bottigliette piccole finivano subito e quelle grandi pesavano troppo.
Un carro armato e un cannone di plastica che ti servivano per testare le tue schedine e con cui facevi sempre finta di spararmi. Mi sparavi quando venivo a prenderti prima che rischiassi di passare la notte in dipartimento.

-Fabio!
-Pata! Non bussare mai!
-Dormi qui?
-No, vengo via.
-Spicciati.

Per i tuoi 27 anni, volevo farti una sorpresa, ero venuta in dipartimento e non ti avevo detto niente. A casa tua non si festeggiano troppo i compleanni. Eri rimasto “basito” quando avevo tirato fuori dalla borsa una crostatina, una candelina e l'accendigas.

-Ecco qui, tanti auguri!
-Pure l'accendigas?
-Non trovavo l'accendino a casa.
Nessuno fumava. Niente accendini. Giusto per il diffusore, che però a giugno non si usa poi tanto.
-La devo soffiare?
-Certo! Ed esprimere un desiderio.
-Come alle elementari.
-Sì, come alle elementari. É una cosa bella.
-Era una vita che non soffiavo su una candelina.
-E allora?
-Grazie, pat, che sei venuta fin qui. Pure con l'accendigas!

Mi sembrava di rivederti oggi, mentre soffiavi la candelina.
Mi sentivo le gambe mollicce. Paola ed Enrico mi hanno detto di non essere più passati nel tuo ufficio. Li capisco. Io dovevo passare per forza. Un'ultima volta.
E ti vedevo mentre soffiavi le candeline, mentre ridevi quando entravo senza bussare, mentre alzavi gli occhi al cielo quando io ti dicevo: “andiamo, ho fame, andiamo andiamo!”.
E poi ti vedevo sorridere mentre io ti venivo in braccio e tu mi sparavi con il cannone e il carro armato di plastica.

-Ti uccido.
-Si proprio. Poi chi cucina?
-Non ti uccido più. Hai salva la vita, per oggi.

Ci siamo divertiti, devo dire. Eravamo un po' bambini. E questo ci ha reso più felici.

Poi ho portato via un pacco di fogli di carta. Carta? Tu? Non avrei immaginato che ci fosse tanta rumenta di carta nel tuo ufficio. Più tardi ci do un'occhiata e quello che non serve ti prometto che lo riciclo.
Prima di uscire ho fatto una foto alla tua stampante 3D. Non era tua, ma avevi un permesso speciale con cui potevi portartela a spasso. Eri tutto contento quando te l'hanno fatto. Mi hai aperto il bagagliaio:

-Guarda qui?
-Che roba eh?
-La stampante 3D.
-Sublime meraviglia.
-Sei proprio una pata filosofa, tu. Non capisci niente.

Mi avevi stampato un anellino fucsia.
Mi ero messa a ridere.

-E' la prima cosa che ho stampato con la stampante 3D. È per te.
-Dove lo devo mettere?
-Nell'anulare sinistro.
-E' un anello di fidanzamento?
-Quasi.
-Carino. Molto fabiesco...!

Poi l'avevo tolto perché era ruvido e mi dava fastidio. Me ne avevi promesso uno liscio. Ma non hai fatto in tempo.
Per quante cose, Fabio, non hai fatto in tempo.
Però le cose che hai fatto in tempo a fare sul lavoro e nella vita, tra cui passare questi tre anni con me, queste ti prometto che saranno per sempre. Che andranno nel mondo, nella rete che tanto amavi. Ti prometto un passaparola gigante. Come piaceva a te. Come avresti voluto tu.

Ho guardato le tue cartacce. Sono cose che si trovano su internet. Appunti tuoi senza nome e senza titoli. Indecifrabili. Cose di altri che evidentemente ti erano sembrate interessanti.
Due quaderni monocromo verdi uguali.
Erano appunti di cose che erano nella tua testa e che non sapremo mai.
Mi sono tenuta la fotocopia fronte-retro della tua carta d'identità. Hai una faccia da uno che si è appena alzato dal letto. E lo spazzolino smaciullato. Il tuo di casa mia l'avevo buttato tornando dall'ospedale l'ultima sera. Il 23.
Poi mi ero pentita.
Ma avevamo già buttato il sacchetto.
Ne ho trovato un altro, questo lo tengo. Finisce nella scatola. Con tutto il resto.
Mi manchi tanto. Vorrei tirare fuori qualche tua foto e mettermi a piangere, ma visto che è quasi ora di cena tenterò di uccidere una zucca. Avresti alzato gli occhi al cielo:
-Che palle queste zucche! Che ci trovi di tanto interessante!

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E' un Amore pieno di Vita quello che racconti, Arianna. E lo racconti nonostante la sua preziosità, generosamente.
Le notti sono i momenti peggiori, ma anche quando sembrano interminabili alla fine arriva miracolosamente l'Aurora.

Forse sei tu... una delle persone che non ha dormito immergendosi qui dentro. L'Aurora: mai dire mai più.

Al liceo Fabio era Vare. Almeno cosi' lo sentivo chiamare dai suoi compagni. E l'ho sentito tante volte. A scuola, si sa, i nomi si abbreviano, i ragazzi vanno di fretta. Io sono la mamma di uno di loro. Una mamma che ti legge di notte, di giorno, prima di andare in ufficio, o mentre aspetta che la lavatrice finisca la centrifuga.
Vare e' sempre stato quello proprio in gamba. Quello che aveva fatto il liceo proprio giusto per lui, lui si che ce l'aveva fatta. Persino io mi permettevo di essere orgogliosa di lui, per quella strana proprieta' transitiva per cui se un amico di tuo figlio ha successo, anche tu gioisci per lui. Almeno io sono una mamma fatta cosi.'
La mia professione mi ha permesso di incontrare Fabio adulto, conoscendo cosi' anche l'uomo che era diventato. Ero con mio figlio il 23 dicembre, quando ha ricevuto la telefonata, quella telefonata, di un amico comune, anche lui del liceo, anche lui con il nome abbreviato.
E in quel momento anche il suo dolore e' diventato il mio, peccato che quella proprieta' transitiva non possa moltiplicare la felicita' e dividere il dolore. Avrei voluto rubarne un po' alla mamma di Fabio (scusami, ma il mio primo egostico pensiero e' stato per lei)
Sei entrata nella mia vita, cara Arianna, quando Fabio, anzi, Vare, ne e' uscito.
So che ti chiedo molto, io che per te sono una sconosciuta, ma, per favore, non smettere di scrivere.
Io continuero' a leggerti su uno schermo, nell'attesa di leggerti su carta.

Lo prendevo sempre in giro per i suoi nomignoli... Ne aveva un sacco.
Fabio e Arianna. A me piaceva così.
Il dolore non si divide, si impara, purtroppo.