SARA' COME SARA'. MAI DIRE MAI PIU'

Sarà come sarà se sarà vero. Sarà come sarà.
Sarà che mi dirai vai avanti e poi nasconderai la fine del sentiero,
però ti leggo nel pensiero.
...
Sarà che mi vedrai nascondermi durante il temporale e rialzarmi la testa e bestemmiare quando torna il sole.
Sarà come sarà se sarà vero. Sarà come sarà...
Sarà che inciamperò da qualche parte
e poi ripartirò da zero, però ti leggo nel pensiero.
E chiedimi perdono per come sono
perché è così che mi hai voluto tu
prendimi per il collo prendimi per mano che non mi trovo più.

ti leggo nel pensiero

Stamattina mi sono alzata con in testa questa canzone di De Gregori. Bellissima. D'amore vero. D'amore arrabbiato. Di quello che rivolta i sentimenti.
Anche io ti leggevo nel pensiero. E ora sarà come sarà. È stato vero. E lo sarà ancora.

Mi sono seduta sul letto e poi ributtata giù.
Sono uscita dal piumone e poi sono rientrata.
Poi ho messo un piede fuori. Tanto per vedere cosa succedeva a stare nel limbo. A stare a metà.
Tra il freddo e il caldo. Tra il sonno e la veglia.
La gatta mi ha dato un morso al piede. Le ho tirato un calzino e l'ho rimesso dentro.
Troppo duro questo mondo. Queste nuove mattine lente a cui non sono abituata.
Sarà bello quando troverò qualcosa per cui valga la pena schizzare fuori dal letto come una furia. Vestirmi, pettinarmi, lavarmi la faccia, truccarmi (si come no, tempo da perdere!).
E poi litigare il water della prima pipì del mattino con qualcuno, qualcuno che purtroppo non sarai tu e forse sarà meno divertente:
-Prima io,
-Te la faccio in testa,
-Io addosso.
-Tutta lì?
E poi fare il tè e poi andare. Pedalare. Con il freddo, con il caldo, con la pioggia e con la neve.
Con la voglia di iniziare la giornata.
Che poi magari sarà una giornata del cavolo ma non si può sapere prima. Prima bisogna andarci incontro alle giornate. Buone giornate o del cavolo che siano.

Ora lascio che le cose mi tornino indietro. Le mattine sono come un rimbalzo infinito.
Ho richiamato Minta, lei ha fatto un balzo sul letto e si è messa in mezzo ai peluches in contemplazione dei piccioni.
Sarebbe stato più gratificante se si fosse messa in contemplazione mia, così, per sentirmi un attimo interessante. Ma la mia faccia non è delle più esilaranti e contro i piccioni sarebbe difficile combattere anche per una Penelope Cruz strizzata nel vestito rosso di “To Rome with Love”.
Lei, in tutto il suo splendore e in due metri di gamba, lei, l'unica cosa davvero bella di quel film non avrebbe avuto partita contro i piccioni di Minta. Ma vuoi mettere?
Piccioni grassocci che ondeggiano sul terrazzo a cui Minta non ha accesso. La dura vita del gatto domestico. (Al momento a dieta, aggiungerei).
Si è agitata un po' per farsi spazio sopra il piumone, poi mi ha leccato le pellicine del pollice che sanguinavano perché cerco tutto il giorno di sbriciolarle anche se non me ne accorgo.
Ho guardato la nostra foto sul comodino.
21 gennaio. Il giorno dopo.

Un mese fa la fine del mondo è arrivata davvero. La fine del mio, di mondo. Che non ha alcun valore rispetto a tutti i miliardi di mondi che con lui si intrecciano ogni giorno. Ma era il mio.
Era importante per me. É passato un mese e un giorno da quella mattina nel letto di Fabio. Nel lettone:
-Se non ci alziamo facciamo tardi.
-Non alziamoci allora. Chi ce lo fa fare?
-Infatti.
-Ci alziamo ma facciamo colazione al bar.
-Che palle, i compromessi.
-Dai, Pat. Tra poco è Natale. Avremo tutto il tempo per stare nel letto a non fare niente.

Tutto il tempo. Io ce l'ho. Tutto il tempo per stare nel letto a vegetare. Ma non lo voglio. Non me ne faccio niente.
-Prenditi tutto il tempo che ti serve.
-Ci vorrà tempo...
Nessuno lo ha chiesto. Mi viene da dire, il tempo. Io no di certo.
Non l'abbiamo avuto, noi, tutto il tempo. Questa è l'unica cosa che importa.

Un mese e un giorno esatto dalla mia fine del mondo. Mi manchi da morire. La giornata sarà infinita.
Mettersi in marcia: il primo pensiero doloroso, il primo doloroso respiro. Fa male dappertutto. Poi alzarsi. Fare muggire la mucca bollitore. Preparare il tè. Almeno le cose di sempre. Una parvenza di normalità che non c'è. Sembra tutto uguale a prima, invece è tutto crollato.
Il mio mondo sta in piedi con gli stuzzicadenti. Come il tasto di accensione del mio PC. É un lento giocare a shanghai con le emozioni, con il dolore, con la vita. Finchè mi stufo di tutto questo tempo immobile e crolla tutto.
Mi metto a piangere e ricomincio daccapo.


Quella maledetta mucca bollitore l'avevo comprata a Milano, poi a forza di metterla a scaldare sul fuoco più grande l'avevo in pratica sgozzata. Un buco gigante sotto il collo nella parte di plastica.
Alla fine l'avevo buttata e ne avevo comprata un'altra. Leggermente diversa. Non era come la volevo, ma pazienza. L'avevo comprata a Rimini e portata a Torino. Difettosa: non fischiava. Io, un bollitore che non fischiava non lo volevo proprio.
Anzi a dire la verità il bollitore mucca doveva muggire. Nemmeno fischiare.
Allora l'avevo riportata a Rimini e l'avevo cambiata. In un ritorno a casa in treno con il tutto e di più di base e, in aggiunta, il bollitore.

Tu te la ridevi. Tu che il tè solo se avevi mal di pancia. Tu che, ma pat cosa te ne fai di tutte quelle bustine diverse. Tu che, quelle a casa mia non entrano. E sono entrate eccome.

Ero tornata a Torino con il bollitore cambiato. Non fischiava nemmeno quello. L'avevo dato indietro e comprato dell'altro, forse una pentola. Ci avevo rinunciato. Bollivo il tè nella pentola, ma era una cosa che mi dava fastidio.
Poi lo scorso otto dicembre, per i nostri tre anni insieme, il mio regalo:
-E' utile, come sempre, ma ti piacerà.
La mia mucca bollitore, quella vera, originale, la prima. E muggiva pure, l'avevi trovata, ovviamente su internet. Tutto su internet.
-Sono contenta.
-Lo so. Però pat vedi di non demolire anche quella. Metti la fiamma bassa. Funziona anche sul fornello a induzione... Così la potrai portare da me.
Il fornello a induzione era quello che di casa tua. Bellissimo.
Era una previsione sul futuro. Me la sarei potuta portare dietro. E usarla anche sui tuoi fornelli.
Abbiamo fatto la prova della calamita, si attaccava, perfetto. Andava tutto bene.
Invece, mi domando dove andrà a finire. Dove andremo a finire. In quali e quante case ancora dovrò passare. Quante scatole da fare, quanti pezzi da lasciare. Quanto scotch marrone da consumare.
Lo stesso che adesso tiene in piede gli stipiti di metà casa che altrimenti ci crollerebbero in testa.
E con questi pensieri inizio la giornata già stanca, affaticata, con la schiena a pezzi come se avessi appena finito di traslocare in una mansarda al sesto piano senza ascensore.
Mi sentivo la febbre stamattina.
L'ho provata: 34,5. Me la sentivo e basta, direi.

N.B. NUMERO 1. Dovrei riuscire a sublimare le lacrime e a non piangere mentre scrivo perché mi si inceppa il touch del PC e non riesco a fare più niente per venti minuti.

Comunque oggi mi viene da piangere in generale, sul touch in particolare. Mia mamma dice che non bisogna fissarsi sui numeri. Perché allora ogni numero avrebbe qualcosa di sbagliato.
Il 20 perché ti ho salutato per l'ultima volta, con un sorriso.
Il 21 perché la speranza di riportarti a casa è crollata.
Il 23 perché tutto è finito in un corridoio che mi è sembrato il più lungo del mondo.
Il 28 dei funerali.
Il 25 perché non era Natale.
L'8 perché era il nostro anniversario.
L'1 perché era il tuo compleanno.
Eppure a me questo 21 sembra il più terribile di tutti. Il 21 è stato il giorno dello strappo. Veloce. Deciso. Preciso. Non mi è mai piaciuto sentir parlare di ferite lacero contuse. Suona male.
Eppure sento che la mia è una ferita del genere. Delle peggiori.

Però è il 20 che vorrei fosse il tuo giorno. Il 20 ti ho salutato con la mano e con un bacio a quel palo dove era appesa la bicicletta. Tu c'eri. Eri tu. Eri vivo e sorridevi.
Io sono partita poi mi sono girata e ti ho salutato di nuovo mentre tornavi indietro a prendere la Panda.
-Ciao Fabietto, a stasera.
-Ciao ciao pat.

E poi basta. Niente ospedale, niente telefonata delle 16.35 dal tuo cellulare. L'ultima.
Ogni tanto guardo la cronologia per vedere se è successo davvero. Niente.
Solo i nostri sorrisi. E quel salutarsi con la mano andando incontro alla giornata, buona o del cavolo che sarebbe stata. Solo quello, ogni 20 di ogni mese.

N.B. NUMERO DUE I vestiti neri o blu o grigio scuro. Quelli tristi da crisi cosmica non si addicono alla convivenza con un gatta dal pelo bianco, tigrato e rosso, insomma un chiaro tricolore:
Fabio quando era entrato aveva riso:
-Ma di che colore è sta gatta?
-Ah boh.
E poi aveva iniziato a sternutire e gli erano venuti tutti gli occhi rossi e all'infuori come un camaleonte. Con il tempo si era abituato. Anche a Minta.
La Maria, la signora ucraina che ci aiuta in casa, dice che i gatti di tre colori portano fortuna. Speriamo, in ogni caso vorrei evitare di farmi venire una crisi compulsiva da rullo acchiappapeli, quindi dovrei, piano piano, tornare ai miei vecchi vestiti colorati. Più allegri, più indulgenti con i peli di gatto, della serie ci sono, ma, per fortuna, si vedono poco, più adatti alla mia pelle anche se forse non proprio all'umore del momento.
Però dal momento che ci sono sempre stati, spero che con la naturalezza con cui li ho sempre portati, ritornino al loro posto.
Colorata. Come dice la canzone. Perché è così che mi hai voluto tu. Perché così ti piacevo e sono certa che così vorresti vedermi tornare e andare avanti, anche se hai nascosto la fine del sentiero.
-Pat sembri l'arcobaleno.
-Pat c'è un colore che non hai addosso oggi?
-Fabio ti ho preso un regalo a Valencia: una maglia giallo canarino.
-....

N.B. NUMERO TRE, IL PIU' IMPORTANTE. Mai dire mai più.
Quando sono tornata a Torino ho incrociato il Palavela, dove Fabio andava a pattinare sul ghiaccio. Era il suo sport invernale. Si divertiva, si era comprato i pattini. Era contento quando andava e quando tornava, se io non lo accompagnavo, si fermava a dormire da me.
Di solito il lunedì. Qualche volta andavo anche io, ma mi congelavo e dopo un'ora me ne andavo a bere un te al bar e lo guardavo sulle scalinate.
Gli ho fatto un sacco di video. Il cellulare è pieno. Era migliorato in due anni.
A me piaceva, ma:
-Tu sei una pata marittima. Sul ghiaccio mi congeli.
-Già. Però mi diverto.
-Vieni anche tu stasera?
-Nooooooooo. Tutto quel freddo, non ho mica ammazzato nessuno, ti aspetto sotto il piumone.
-Ok. A dopo pata congelata.

A luglio non vedeva l'ora di ricominciare, il pattinaggio su ghiaccio. A luglio? Santo cielo.
Freddo al solo pensiero.
Ancora dovevamo partire per il Portogallo.
-Ho voglia di ricominciare a pattinare.
-Sul ghiaccio?
-Sì.
-Non sei normale nemmeno tu.
Eravamo al mare a Rimini.
Sono passata davanti al Palavela uscendo dall'autostrada. Ci sono passata davanti e ho pensato: pattinaggio su ghiaccio, mai più. Troppo male. Iniziato e finito con Fabio.
A Rimini, di norma, si pattina di più coi pattini in linea che su lastroni congelati. La pista del pattinaggio sul ghiaccio è comparsa a Natale da non più di dieci anni, piccola e affollatissima.
No. Basta pattinaggio sul ghiaccio. Troppi ricordi. Già penso ai tuoi pattini. Ci metterei della carta di giornale dentro per poterli usare io. Per non farli restare lì, appesi.
Fanno tristezza le cose che non si usano. Morte pure loro. Voglio portare via delle magliette da casa tua. Per usarle. Per metterle addosso.

Poi verso sera, ho visto Aurora e Daria. Il primo invito serale non declinato. Senza offesa per gli altri. I bambini sotto i sei anni hanno un attrattiva troppo grande su di me. Come Minta con i piccioni.
Ci siamo viste in piazza Carlo Alberto perchè ci dovevano essere le giostre, per Aurora.
Le giostre erano chiuse, c'era la pista di pattinaggio, però.
C'era il lastrone di ghiaccio su cui avevo detto “Mai Più”.
E c'era un tipo che affittava i pattini blu. I soliti pattini blu.
E c'era Aurora che quando ha visto la pista si è accesa come una lampadina.
-I pattini.
Non sapevo se ridere o piangere. Mai più, pensavo. Mai più.
No, Aurora, nemmeno per te. Mai più sul ghiaccio.
Però mi veniva da ridere. Perchè sapevo come sarebbe andata a finire ed era giusto così.
Quando sua mamma le ha detto di chiedere a me se avevo voglia di pattinare con loro, lei, con la faccia più ruffiana delle facce di Aurora mi ha chiesto:
-Arianna, hai voglia di pattinare?
Sorriso.
-Certo che sì.
Come dire di no. Come essere così stupidi da non sapere che i “Mai Più” crollano a terra con la voce di un bambino. Per quanto ruffiana possa essere.
E poi non ha aggiunto “Perfavore”, quello fa crollare i muri, probabilmente riuscirebbe a farsi dare tre cucchiaini stracolmi di zucchero bianco puro con tre “perfavore” ben assestati.
E allora abbiamo messo i pattini e pattinato. E ti ho pensato, Fabio. Ovvio che ti ho pensato.
Ti ho pensato mentre andavo con la mano di Aurora chiusa nel guanto rosso e chiusa nella mia.
Ti ho pensato quando rideva, quando cadeva.
Quando diceva: "è freddo".
Ti ho pensato ogni volta che la lama fendeva il ghiaccio e lasciava la scia.
Ho pensato a te. E ho pattinato. Perché i “Mai Più” non hanno un senso. E oggi è stato più chiaro che mai.
Le prime volte che mi hai portato a pattinare mi raccontavi che a te aveva insegnato il papà di Sara, la tua amica d'infanzia. Che vi portava spesso a pattinare insieme. E che avevi imparato da piccolo.
Avevi dei bei ricordi di quei pomeriggi passati a pattinare.
Io, la prima pista di pattinaggio sul ghiaccio, l'avevo vista che andavo al liceo. Ma a tre anni mia mamma mi aveva già piazzato sui pattini a rotelle, non era stato difficile imparare con tutti gli altri tipi.
Soffrivo il freddo però. Quello sì.

-I miei figli a tre anni sapranno già pattinare sul ghiaccio.
-Certo, se il babbo insegna...
-E la mamma?
-La mamma sta sulle scalinate con un tè caldo, un libro in mano e si rilassa.
-E io ne faccio dei campioni.
-Scusa e se sono femmine?
-Non accadrà. Ma nel caso insegnerò anche a loro.
-Troppo gentile. Gran concessione, grazie.

Non è vero che non andrò “Mai più” sui pattini. E non è vero che non mangerò “mai più” patatine fritte perché quel maledetto e bellissimo mercoledì sera. Quello dove sull'agenda ho scritto “sera da fabio” abbiamo mangiato patatine fritte.
Quelle che avevo nel freezer le ho buttate nel bidone.
Ma anche su questo “Mai più” si potrà contrattare.
Se sarà la vita a chiedermelo.
E non mi meraviglierebbe che la vita avesse sembianze bambine.

Stasera su raitre c'era lo speciale su Gaber, non ho fatto in tempo a guardarlo tutto, ero uscita a cena e Aurora aveva scovato al ristorante, locale romantico, cuscini per terra, cibo curdo o simile, una dozzina di folletti sopra a una tenda. Quindi, nonostante l'impuntamento iniziale che voleva mangiare a casa sua. Alla fine, di fronte a questo via vai di folletti non voleva più venire via.
Ho visto una mezz'oretta verso la fine. Mentre mi mettevo il pigiama.

“Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all'amore il resto è niente. “

Giorgio Gaber

N.B. NUMERO QUATTRO. So ancora andare in bicicletta e mi piace tantissimo. Oggi primo giro in centro e primo ritorno in notturna (quasi). Via Ferraris, solita prostituta che vedo tornando dal centro alla sera da due anni a questa parte, solita via De Gasperi e casa. Una sensazione strana. Di cose buone. Mai dire mai più. Sarà come sarà, se sarà vero.

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Comments

E l'urletto arrivati a corso Einaudi, quello è fondamentale...
Ti voglio bene.

Ho letto tutte le tue pagine. Nessuna delle mie più o meno libere associazioni di idee mi sembrava adeguata per scrivere un commento. Oggi è passato un mese e hai scritto le tue parole più belle, se ha un senso fare una graduatoria squallidina; di quelle da rileggere spesso la sera, prima dell'esame di coscienza e del sonno.
Qui in Grecia, dopo quaranta giorni di lutto si celebra il mnimòsino, la festa del ricordo. Si fa festa con le persone care e, dopo il rito in chiesa e un pranzo infinito, ancora si mangia la kolìva.
Ecco un'ottima ricetta
http://www.foodgeeks.com/recipes/greek-kolyva-koliva-wheat-berry-memoria...
Quel che si dice un inno alla vita e non alla sopravvivenza, con tutto il rispetto per le carote bollite!

...però, l'ho presa in prestito. Su google analytics vedo da dove mi leggono, è bello sapere che quando metto la freccetta sulla Grecia, quelle visite sono le tue. un abbraccio forte...

Cara Arianna mi è venuta un'idea, per non dover dire < mai più> , ti andrebbe di ricordare quella giornata dell'infanzia passata tra i monti nelle Marche, rivivendola? Ovviamente assieme a i tuoi genitori e magari la tua sorellina(quella volta non c'era).Sicuramente non ti farei trovare le tue tisane,ma magari del latte fresco, di mucca vera forse anche una ricotta,vera anche quella.Io e mia moglie(Marisa)saremmo veramente gratificati se tu accetassi l'invito,se ti andasse l'idea,quando torni a Rimini,basta che tu lo dica alla Mamma , sarà lei a comunicarmelo.Con tutto L'affetto possibile Luciano e Marisa

Mi andrebbe. Sarebbe bello. Ho chiesto alla mamma di voi. Siete dolcissimi, mi allargate un sorriso. Aspettiamo la primavera...o l'estate, la stagione dei funghi mi sembra tanto lontana.

le tue parole sono un fiume di lacrime per chi legge...
ho associato questa canzone ad esse http://www.youtube.com/watch?v=y8AWFf7EAc4
Il mai è per gli immortali ed è la tua umanità che ti farà andare avanti...

Musica intensa. Nessun mai, infatti. Speriamo...