BIANCO NEVE. BIANCO LATTE

Ieri ho aperto il frigorifero.
A parte che mi viene da chiamarlo Frigor, non so perché e Fabio se la rideva sempre.
-F-R-I-G-O, signorina ho-fatto-il-liceo-classico. Ma come parli?
Spettacolo deprimente:
Sei yogurt alla soya con frutta e cereali (ma dove?) che scadono oggi.
Altri sei che scadono il 3 febbraio.
Stessa marca. Stesso gusto. Sempre alla soya.
6 succhi al mirtillo.
Un mattone di parmigiano importato da Rimini che non so bene se e quando aprire.
Sei carote ovviamente.
E già con tutti questi sei ci sarebbe da preoccuparsi.

Nella credenza:
tisane di tutti i tipi, quelle sfuse sono alla ribalta chiuse in barattoli di vetro che occupano tutto lo spazio (scarso) disponibile.
Tre scatolette di tonno che mi fanno venire la nausea solo a vederle e che verranno vendute al migliore offerente. Spero Maela. Spero che nella sua dieta rientri il tonno sotto forma di proteina. Spero di poterle spedire presto nello scompartimento di sopra.
Mio babbo deve averle comprate nei giorni prima del funerale per la sussistenza sua e di mia sorella. Ma a me il tonno fa schifo totale. Solo vederlo. Solo pensarlo.
Il tonno in scatola, ovviamente. Quello fresco crudo o cotto che sia mi piace tantissimo.

I primi mesi di vita milanese, troppo occupata a capirci qualcosa di quella città e scarsamente interessata alla questione alimentare, aprivo una scatoletta di tonno e una di mais o carotine o piselli o simili aggiungevo olio e salsa di soia e facevo pranzo, cena o quel che capitava con quel miscuglio.
Se non avessero inventato gli yogurt ci avrei fatto anche colazione.
Poi basta. Quando è stato gennaio non potevo più vedere una scatoletta nemmeno al supermercato.
E mi sono arresa all'ovvietà: dovevo cucinare. E comprare la verdura al mercato.
No, la sindrome della scatoletta doveva essere stroncata sul nascere.
Ci ho messo quattro anni circa a mangiare il mais bonduelle di nuovo, accuratamente mischiato all'insalatina novella, ma il tonno ancora mi fa venire la nausea.

Potrei fare un elenco infinito delle cose per cui andavo matta e che ho mangiato tutti i giorni, più volte al giorno, per un periodo di tempo più o meno lungo e che ora mi infastidiscono anche quando sono comodamente adagiate sugli scaffali del supermercato: dal pago alla fragola, allo yogurt Vipiteno al cocco, dalle merendine kinder colazione più alle caramelle alla liquirizia ripiene.
Ne avrei altre. Innamoramenti precoci al limite dell'ossessivo compulsivo che si sono più o meno velocemente trasformati in schifo totale al limite della sopportazione visiva.
Fabio me ne diceva di ogni al riguardo.

-Pat, tu non sei mica normale.
-No, infatti.
-Va be. Ti voglio bene lo stesso.

Ma rimaniamo sulle cose da fare:
Sbarazzarsi del tonno. Mangiare gli yogurt alla soya.
Avevo deciso di iniziare a mangiarli per abbassare un po' il colesterolo che grazie alla pillola era leggermente alto.
Yogurt alla soya, dunque.
Nel frigo c'è anche una bottiglia di latte ad alta digeribilità. Latte. Insieme alle carote bollite, una delle poche cose che alla sera mi va quasi sempre. Le cose che scendono.
Però. C'è un però.

A me c'è un solo latte che piace da impazzire. Un po' meno ai miei enzimi, in realtà, ed è quello super intero. Nella bottiglia di vetro.
Quello buonissimo e grassissimo che poi è inutile dare la colpa del colesterolo alto alla pillola.
Quello che che appena bolle un po' fa lo straterello di panna. So che a molti questa frase farà venire da vomitare solo a leggerla, a me invece piace. Mi ricorda i campeggi con la parrocchia di quando ero bambina. La panna del latte bollito in pentoloni giganti, quelli che mia nonna usava a Natale per i cappelletti in brodo.
Una delle cose che vorrei fare nella vita e con i tempi che corrono, non so se ci riuscirò mai, è bere il latte della mucca appena munto.
E so che è un controsenso con lo yogurt di soia. Ma pazienza.

Una sera tornando a casa dalle Multisale di Beinasco, io e Fabio avevamo scoperto uno di quei distributori automatici di latte nella bottiglia di vetro, appunto. Ci eravamo fermati quella volta perché avevo insistito e tante altre ancora.
Io lo chiamavo il “latte della mucca” e volevo sempre fermarmi a prenderlo per berne un po' prima di andare a dormire. Fabio, lui preferiva prendersi una Coca Cola al Mc Donald una volta usciti dal cinema. Anche se poi si lamentava che non era vera Coca Cola.
In un periodo di emergenza come quella che sto vivendo io il frigo di Fabio ospiterebbe, ne sono sicura, Coca cola come se piovesse e pancetta per l'amatriciana. Nel freezer Paella surgelata e tagliatelle ai funghi Carrefour, una sua nuova scoperta di cui approfittava appena io non c'ero.
Io odio anche le tagliatelle, stessa categoria lungoide degli spaghetti.
Anche se a dire il vero, il vizietto del latte prima di dormire, una volta ogni tanto lo stavo attaccando anche a lui:

-Pat...
-Eh?
-Lattino anche per me!
-Coi biscotti?
-Si. Mi stai attaccando i vizi, mannaggia a te.

Una sera ci siamo fermati al distributore del latte che nevicava. Aveva iniziato appena eravamo usciti dal cinema. Il film, non me lo ricordo proprio.
Ci siamo congelati fra il prendere la bottiglia, aspettare, riempirla.
Scendevano dei fiocchi giganti. Fiocchi bianco latte. Io ero davvero contenta. Per la neve, per il latte della mucca.
E Fabio mi aveva detto.
-Pat, basta poco per farti felice.
Non bastava poco. Bastavi tu. Una bottiglia di latte e la neve dal cielo.
-Allora andiamo a fare i freni a mano vicino alle Gru. E mi fai un video.
Approfittatore al cento per cento.
E lo guardo ancora il video, sul tuo cellulare. Mi ero congelata per fartelo.
E ci sei tu sulla neve con la Panda che sbanda in qua e in là.
Fine gennaio dell'anno scorso. Saperlo che non saresti vissuto un altro anno ancora.
Un'altra neve ancora.
Una neve decente.
Il meteo di ieri si ostinava a dire che avrebbe nevicato.
Io aspettavo il bianco. Come il latte della mucca (quello di soia è giallo e non profuma di buono), come la neve, come la ciabatte bianche a forma di orsetto che avrei voluto diventassero nere nella polvere di casa tua. Avrei voluto sentirti dire:
-Sono diventate grigie. Te l'avevo detto.
Bianco come la mia pelle che si copriva di puntini se mi baciavi con la barba di due giorni.

-Mi hai fatto il morbillo.
-Sei carina lo stesso.
-Non posso andare in giro con il morbillo.
-Almeno tutti sanno che sei la mia pata.

Che lo ero. Ed ero felice
Stanotte ha nevicato. C'era una luce strana fuori dalla finestra. Entrava quasi verdognola, nessuno ha chiuso le persiane. Ho sognato un sacco di cose che non mi ricordo. Tante facce. Tante persone. Come se galleggiassero nel bianco.
Stamattina poca neve. Uno straterello appena. Abbiamo messo il guinzaglio a Minta e l'abbiamo portata fuori. Non era molto convinta. Si aggirava di sbieco e correva appena la chiamavi. Mai stata così ubbidiente. Tu le avresti fatto un video, io solo qualche foto.
Avrei potuto portare fuori anche Siku dopotutto è un orso polare.
Sarebbe stato bello avere un cane. Un San Bernardo gigante. Sarebbe stato bello avere te, con i tuoi scarponcini da neve di cui ti eri vantato per almeno un mese. Fino a quando ormai era primavera.
Avevamo fatto due giri intorno alla biblioteca perché dovevi dimostrarmi che non ti saresti bagnato né raffreddato i piedi.
Non te li eri bagnati affatto poi però mi dicevi:
-Pat, mi stanno andando a fuoco i piedi! Avrei dovuto portare le ciabatte per stare dentro.
Io quel primo anno a Torino ho girato con le tyger con dentro due paia di calze tutto l'inverno. E di neve ne aveva fatta un mare. Ero giovane a quanto pare.

Qualcuno dice che lo sono ancora. Eppure sento un mondo che mi pesa sulle spalle.
Un mondo di pensieri di cose che ci sarebbero potute essere, non ci sono più e non ci saranno.
Un mondo di cose belle e di baci che anziché volare verso l'alto mi schiaccia sulla terra.

Perchè oggi né la neve né il latte della mucca saprebbero strapparmi un sorriso decente.
Un sorriso che bastasse ad essere felice un attimo soltanto. Senza di te.

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Comments

Come esplora questa cosa nuova, con paura, con la voglia di andare avanti ma anche rifugiarsi al sicuro. Grande Minta. Grande Arianna.

I tuoi "Cantici" sono inni alla vita, linfa pulsante che corrobora,cura l'animo delle persone distratte.
La tua implosione ed esplosione ha proiettato i tuoi frammenti "nell'infinito", ora Fabio li sta cercando
per ricomporti e compiacersi del suo capolavoro!
GRAZIE Arianna per il Coraggio e la Speranza che mi hai spalmato, ora avrò meno paura della Vita.
Un abbraccio.