ARRIPATA

Arripata, agipata. Anzi agipatissima.
Come avresti detto tu. Di me, della tua pata.

Sono a Torino. E non nevica. C'è un sole tenue, c'è Minta che fa le fusa e gli scoiattoli nel parco.
C'è il bar della colazione con le paste buone, quelle che ti avevo portato una mattina nel letto.
E c'è il mercato di corso Sebastopoli che alle otto si mette in movimento. C'è la ragazza che vende i biscotti di Meliga più buoni del mondo. Che scricchiolano sotto i denti per la farina grezza.
Ci sono le montagne. Non si vedono ma ci sono.
Tu, non ti si vede e non basterà una giornata di sole a farti tornare.
Ci sono le mie tre lampade sul comodino. Più quella da lettura che mi ha regalato Laura.
Più le due grandi.
C'è la nostra foto del nove dicembre a Milano, guardiamo altrove e ridiamo.
C'è Una nuova cartolina da Madrid.
Ho perso un altro cappello. E se mi chiedo dove io abbia la testa in questi giorni. Penso che la risposta sia che è volata via con te. Da qualche parte. Non so dove. Scollegata dalle cose da fare, da ricordare.
C'è un gran casino come sempre dopo i ritorni, dopo le valigie svuotate. Ci sono i libri nuovi e cose che non so dove collocare. Sacchettini di carta dappertutto.
Ci sono i letti divisi. Uno di qua e uno di là.
Sembra che non abbia un senso questa disposizione della camera. Sembra una camera per gli ospiti.
In attesa che qualcuno arrivi.
Rivorrei la mia camera di prima, il letti uniti vicino alla televisione e il comodino scomodo, dall'altra parte. Che per spegnere la sveglia devi alzarti, un supplizio.
Ma forse sarebbe peggio.
La mancanza di senso della camera direi che è il minimo sindacale di questo ritorno.
I letti sono divisi, i pensieri pure, il cuore, lo sterno, quello che sta nel mezzo e dovrebbe essere intero è diviso pure lui. Anzi spaccato.

Ma si potrebbero riunire, tutte queste cose, intendo.

Mi sembra che tu sia in vacanza da qualche parte senza di me. Magari coi tuoi amici, le tavole e tutto il resto. Surf trip per soli uomini. Perché no? Ti avrei tenuto un minimo broncio e poi aspettato a bracia aperte.
Devo fare mente locale: per ricordarmi che non è così. Per ricordarmi che tu non torni né adesso né tra una settimana, né mai più.
Sono convinta che manchi a Minta, aveva scoperto che con te poteva fare le ore piccole dormendo fino alle due o alle tre nel letto anziché essere cacciata subito.
Ho stampate nella faccia le immagini di te con la tua tuta rossa da pompiere e Minta su una gamba, su un piede, sotto un'ascella, sempre appiccicata. Sempre appiccicati.
E tutte le foto che ti ho fatto l'unica volta in cui ti sei addormentato prima di me, con Minta vicina.
The Family. Davvero.
La camera è piena di polvere. Sembre la polvere di una casa di campagna. È passato meno di un mese. Di questo tempo doloroso e dilatato. Meno di un mese. Poco. Un puntino sulla linea del tempo.
Ho passato lo Swiffer. Per lo meno non ci sono briciole.
Il neon del bagno continua a metterci dieci secondi prima di accendersi.

-Pat, dopo Natale lo cambiano sto neon.
-Basta aspettare un attimo.
-Ma poi si fulmina e ciao.
-Uff. Lo cambieremo, se ti da fastidio.
-Sì, mi dà fastidio. Manca un uomo in questa casa.

Vero, uomo che manchi, si è rotta pure la lavastoviglie.
Ora è dopo Natale. Che fare? La lavastoviglie non scioglie la pastiglia, quindi non lava i piatti, gli stipiti della porta sono rotti, piove sul terrazzo.
Il mio pc giallo ha il tasto dell'accensione che si accende grazie a due stuzzicadenti, ho rotto una tazza, mi è caduto il cellulare per terra cento volte. E mi sembra che ogni volta ci metta più tempo ad accendersi.
Certe volte invece, semplicemente, sono io che vorrei prenderlo e scaraventarlo contro il muro, il cellulare.
E anche il tuo quando mi chiamano per consigli sulle schedine che io non posso dare.
Come se cambiasse qualcosa.
Come se poi mi sentissi meglio.
A rompere qualcosa.
Invece mi sento solo svuotata. Sventrata. Tale e quale a prima.
Mi sembra di essere distruttiva. Rotta io, rompo tutto quello che mi capita tra le mani. Un terminator.

Ho lanciato in giro qualche libro, mentre li catalogavo con la libreria Anobii che le mie amiche mi hanno messo sul tuo cellulare il giorno di Capodanno, prima di andare via.
-Così avrai qualcosa da fare, nei prossimi giorni.
E l'ho fatto. Ho scannerizzato codici a barre. Ho svuotato mensole. Ho spolverato. Ho lanciato i libri con violenza sul tappeto della camera. Ho rimesso su i libri. Ho sistemato, catalogato. Ho cercato i miei libri preferiti senza trovarli. Senza sapere più quali fossero. Il terremoto è stato tanto grosso che non so più se i libri che mi parlavano ora mi parlano ancora. Mi chiedo se torneranno a farlo un giorno
Cime tempestose, Guerra e Pace, Lo stano caso del cane ucciso a mezzanotte, l'Accabadora. Mi chiedo se e quando avranno qualcosa da dirmi.
Ora li vedo lì muti, archiviati e catalogati. Come pezzi di carta qualsiasi, prima erano pezzi di cuore.
Libri letti sui treni (sono pieni di biglietti), sugli aerei, letti in Spagna, in Portogallo, a Freiburg. Libri letti alla fermata del tram con meno dieci gradi, letti in biblioteca quando aspettando te non riuscivo a studiare. Poi quando arrivavi tu mettevo via il libro di lettura e tiravo fuori quello di filosofia, mi davo un tono!
Ho tenuto in camera a Torino le guide delle Canarie e del Portogallo. Pensavamo all'Indonesia per l'estate prossima. Estate, che parola terribile a sentirla ora.
La mia libreria Anobii è finita. 709 libri, mi dice. Più una decina che non sono riuscita a trovare.
Un buon numero per una che fissa da stamattina un libro senza riuscire ad aprirlo. Come fosse di fuoco. O come se temesse che gli si sbriciolasse tra le dita. Dita come fuoco. La paura di vedere bruciare le pagine.
Vorrei che questa neve cadesse. Che facesse bianche le strade, bianche le macchine, bianchi i pensieri.
Tutto bianco.
La pioggia mi mette tristezza, il sole mi innervosisce. Il freddo mi anestetizza. Meglio il freddo allora. Meglio non sentire le mani, i piedi, la punta del naso, che sentire la tua mancanza.
Meglio congelarsi. E risvegliarsi tra dieci anni al tepore di un bacio.
Meglio la Bella addormentata nel bosco. La bella congelata. Il cuore che rallenta i battiti.
Meglio così.

Minta lecca Siku, forse sente l'odore di Arturo, l'altro gatto. Forse sente il tuo odore, io non lo sento più, ma gli animali si sa, hanno olfatto più sensibile. Farei volentieri cambio per sentire ancora un po' di te dal tuo maglione, dalla tua tuta rossa.
Nella tua scatola c'è la rosa che ho staccato via dalla corona il giorno del tuo funerale.
Ha profumato tutta la scatola. Un profumo dolce forse troppo. Mi fa girare un po' la testa.
Un profumo che sa di cose perdute, di cose lasciate. Rose rosse. Tua mamma le avrebbe volute arancioni. Ma a me l'arancione non piace. Una volta ho buttato in un cesto Caritas un'intera batteria di vestiti che volevo fare rossi e invece, sbagliando le dosi, mi erano venuti tutti arancioni.
Un disastro.
E poi tu avevi postato quella foto su facebook con la camera appena verniciata e la scritta “love room”. Era alla prima mano di vernice. Più che rosso passione sembrava arancione carota.
Poi era venuto un colore più caldo, quasi mattone, con la seconda e la terza mano.
E l'ingresso verde.
E una parete della cucina azzurra.
Colori scelti quasi a casaccio dopo un impuntamento iniziale da vero nerd.
-In questa casa tutto nero, bianco e grigio. Tutto essenziale.
Poi l'influenza di Pat e Mamma tua si era fatta un po' sentire.Qualche parete colorata. Un po' di allegria. Sei vecchio dentro.
Passo davanti ai negozi che vendono mobili, soprammobili, negozi seri, negozi di cavolate, l'obi.
Guardo e penso a come starebbe questo o quello a casa tua.
A come ti arrabbieresti se ti prendessi una cosa di questo o quel colore e a come poi con il tempo, finirebbe per piacerti.
Ho la deformazione mentale di chi cerca cose da mettere in casa. Una deformazione vuota che non porta a nulla.
Al mercato c'erano le margherite azzurre come quelle che ti ho preso per il funerale. Bruciate anche loro, con tutto il resto.
Penso agli odori. A tutto, ma agli odori soprattutto. Che odore fa una margherita quando brucia? E un corpo?
Chissà se c'è qualcosa che non brucia. O che brucia più lentamente. Chissà come la pelle si accartoccia. Chissà se c'è davvero un'anima che va. Altrove. Verso l'alto, come il calore che si espande.

Non lo so.
So che non ci sarai più tu a spegnermi il pc quando mi ci addormenterò davanti guardando rai.tv.
A togliermi il libro dalle braccia.
A spegnere la lampada.
A tirare giù le tapparelle perché, al buio, si dorme meglio.
A staccare la batteria del pc, del cellulare, della televisione. A spegnere il modem. Il risparmio energetico.
Discorso tipico dell'una di notte quando tutti sanno e tu per primo, che i miei neuroni dalle undici in poi sono disconnessi.

-Bisogna staccare le prese, pat. Si consuma anche con le cose spente. Capito? Non puoi lasciare tutto attaccato e poi i corto circuiti...
-Si, hai ragione. Staccale.
-Bisogna chiudere le persiane, pat.
-Mai chiuse in vita mia.
-Ma entra la luce.
-Allora?
-Si riposa male. Lo sai che si riposa bene solo col buio totale.
-Se lo dici tu. E se le chiudi tu. Io non le chiudo. Quando sto per addormentarmi chiudo gli occhi e dormo, non faccio il giro del mondo.
A casa mia, poi, rimaneva sempre uno spiraglio di luce. Le persiane di legno erano un po' rotte e non si chiudevano bene. Le tue nuove tapparelle invece chiudevano fuori anche il raggio di luce più insistente. A me il buio totale ha sempre messo angoscia.
-Fabio...
-Pat.
-Lascia uno spiraglio aperto. Mi sembra di essere in una tomba con tutto questo buio.
-Ma al buio si dorme meglio.
-Ma a me mette l'ansia svegliarmi e non vedere nulla. Mi sento il cuore in gola.
-Ma Pat. Ci sono io.
-Ci sei, ma non ti vedo. Voglio vedere subito che ci sei. Non dopo.
-Ti lascio una riga allora.
-Grazie.

Invece non ci sei più. E vado a dormire con la radio accesa, con la lampada colorata accesa. Con le persiane aperte e non me ne frega nulla del risparmio energetico.
Mi alzo di notte con il cuore in testa anche con la luce e con la radio. Dolcissima radio delle ore notturne. Figurati senza.
Mi sveglio e ho il cuore in gola perché non vedo niente.
Non vedo quello che vorrei vedere.
Stamattina aspettavo la neve.
Stamattina aspettavo te tornare da un viaggio di cui non ero stata informata.
Stamattina le lacrime scendevano lente e calde sulle guance e non potevo fermarle.
Lasciarle andare. Come il mare. Salate.

Sul mio letto ci sono due cellulari, due pacchi di fazzoletti da naso, l'agenda vecchia, l'agenda nuova.
Una conchiglia grande: l'accosto all'orecchio e ci sbatte dentro il mare. Come dentro me.
Il mare sbatte, il vento soffia. La nostalgia del mare per chi vi appartiene.
L'idea dell'infinito che ti aveva fatto tanto ridere quando ci eravamo parlati una delle prima volte.
Eppure è così.
Il mare, le montagne, una dimensione nuova oltre il soffocare della città. La dimensione dell'infinito.
Il mare, per chi ci è nato vicino, si muove sempre dentro, come una ninna nanna. Nel silenzio se ne sente il rumore.
C'è un posto dentro me dove c'è il mare, il mio.
C'è un posto dove ci sei tu.
Ci sarà un posto nuovo per fare spazio ad altro. Il cuore può contenere all'infinito.
Chi dice che scoppia, non ha mai amato abbastanza. Di spazio ce n'è. Si impara a farlo.
A me lo hai insegnato tu.
Ci sono anche due vasetti con le conchiglie sul letto. Uno con la sabbia. E uno piccolo che vorrei portare da te, al cimitero, ma non so se posso. Se ci sta.

Devo fare ordine.
Ordine fuori. Ordine dentro. Ok. Può essere. Donna Moderna, ogni due settimane spara un articolo del genere, che va sempre bene alla fine dei conti. Per ogni stagione.
Può anche essere vero.
Però io sono, ingenerale casino fuori e casino dentro. Nell'ordine non mi sento a mio agio.
Nei periodi di bonaccia sono casino fuori e moderatamente casino dentro.
Ora sono casino totale fuori (dove le metto tutte le cose che ho transitato su approfittando della macchina?) e casino totale dentro. Mi manca un punto fermo. Tutto ruota, tutto galleggia.
Casino totale che ogni tanto scompare e subentra il vuoto. Che è peggio. Un ordine fittizio. Ordine per forza. Ordine facile perché non c'è niente.
Il mio oroscopo dice che in questi giorni sono arrogante e devo rispettare di più le opinioni altrui.
Ottimo, grazie. Arrogante io?
Ieri ho guidato sempre io per venire a Torino. Sulle tre corsie, sulle quattro, sulle due corsie della Torino-Piacenza al buio e infestata dai camion. I camion: ne ho mandati a stendere uno su tre e mi sono trattenuta dall'alzare il dito medio a quelli che fanno i rodei.
Ma insomma, cavolo, due corsie. Avete il limite degli Ottanta e vi superate l'un l'altro così due chilometri di autostrada devono andare ai novanta all'ora per colpa vostra?
Comunque, Fabio, hai fatto un buon lavoro con me.
Sono una pilota provetta!
Quando guidavo in autostrada le prime volte con la macchina di tuo babbo avevo una paura fotonica a superare i camion.
-Ma pat, non superi?
-Non ci passo.
-Ma cosa ti credi di essere grande come la corsia?
-Più o meno.
-E allora loro? Dai superali per favore se no tra un mese siamo ancora qui.

E ho imparato anche quello. A superare i camion, in due corsie strette, con la macchina grande.
E con te che ridevi perché io ne avevo per tutti da dire. E ogni tanto facevo un urletto come fossimo sulle montagne russe.
Non sono una guidatrice provetta, ma sono politicamente corretta. In macchina.
In bici, motorino e simili sono più provetta, ma assolutamente anarchica e scorretta.
Unica parte scorretta della mia guida di ieri sono state le tre chat su facebook e due su whatsapp intavolate con rapidità sorprendente al primo ingorgo infernale nel sottopassaggio del Lingotto.
Multitasking. Ovviamente, donna.
Ora con autostrade, camion e cellulari tecnologici, davvero un buon lavoro.

Potessi insegnarmi ora anche a come sopravvivere senza di te. O a come fare contemporaneamente altre cose mentre lo imparo, a essere felice poi. Dopo. Nonostante.
Invece mi viene da starmene qui.
Guardo Minta che guarda i piccioni. E mi sembra l'unica cosa viva della stanza.

Vorrei cambiare l'aria. Fare entrare il freddo e chiedergli che mi porti una ventata di te.
O che la faccia uscire, perchè alla fine, per dirla con zucchero, non va via, l'amore è nell'aria.
Anche quando sembra che l'aria non ci sia. Anche quando si soffoca. Non va più via.

zucchero

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Comments

Sono contenta che tu sia a Torino, nonostante tutto. Ti farà stare male, lo so, ma ti aiuterà a capire, a capirti. A Torino c'è la quotidianità degli ultimi anni della tua vita, ci sono le tue cose, quelle che hai scelto e che appartengono solo a te. Ti aiuteranno, ne sono certa a scoprire un nuovo modo di viverle.

La scelte e il destino che le mette in discussione. Fa malissimo, ma sono contenta anche io di essere qui. E poi ci sono gli zii dei laghi vicini, da qualche parte.

Ci sono,ci sono!!