UNA CAREZZA

Fare un elenco delle cose che mi mancano di te annoierebbe un ghiro in letargo.
Sono troppe. E poi mancando tu, mi manca la terra sotto i piedi, figurati il resto.
Potrei dare sfogo ai luoghi più comuni sorpresa di come ci azzeccherebbero tutti:
mi manca l'aria, il fiato, il respiro, vorrei morire anche io, non ce la farò mai.
Tutti veri.
Ma poi i luoghi comuni sono, appunto, comuni. E quello che a me manca sono le piccole cose non comuni. Quelle che riguardavano solo me e te. Quelli che forse per gli altri non sono nemmeno pezzi di vita, ma schegge inutili di esistenza.
Sono le schegge a mancarmi da impazzire. Mi fanno saltare per aria i secondi. Il solo pensiero di non poterle ritrovare a Torino o altrove mi fa male come se si conficcassero dappertutto.
Mi sembra di camminare sulle uova dei tuoi ricordi finché qualcuna si rompe. E tutto salta per aria.
Le piccole cose che mi mancano erano il mondo che avevamo costruito.
Con fatica. Perchè l'amore è fatica. Tanta e bella.

Mi manca.
Quando il mio piede non trova la tua gamba sotto le coperte.
Era la sicurezza di trovarti lì, di notte. Certezza che ora si è sbriciolata. Non c'è un nome per questo.
C'è un vuoto tangibile.
Una cosa che prima c'era e ora non c'è. Non mi manca l'aria. Mi manca un corpo, il tuo, accanto al mio.

-Puoi mettere il piedino se vuoi.
-Piedone, ho il 41.
-Ma è congelato! Pat.
-L'hai detto tu che potevo metterlo.
-Guarda che non scappo, non stanotte almeno.

Da quando sei in ospedale non ho mai dormito da sola. Sempre nel lettone, sempre con qualcuno. Sempre con le gocce. Con siku. Mi gira la testa al pensiero di allungare il piede e non trovare un punto di appoggio. Come in giostra.

Mi manca appoggiare la schiena alla tua pancia e arrotolarmi come un gatto. Come una conchiglia. Vasi comunicanti di cose belle, o brutte. Di amore e di tristezza. Tu mi stringevi e fuori non c'era più nulla. Una nicchia tra i due corpi come un punto di domanda.
In questa posizione il che ne sarà di noi diventava domanda non necessaria. Risposta già decisa dall'incastro perfetto dei corpi, senza bisogno di guardarsi in faccia.
La tua faccia sui miei capelli.
Sarà quel sarà, se noi saremo così, sarà bello.

Mi manca cercarti nel letto enorme che avevi comprato nella casa nuova.
-Non ti trovo in questo lettone.
-Dovrai cercarmi.
-Non farò fatica.

Mi manca il fischio che facevi quando mi chiamavi. Ogni tanto, per strada, mi sembra di sentirlo. Mi giro, ti cerco e non ci sei. Avrei dovuto registrarlo. “Pata!” fischiato però.
Mi sembrava di sentirlo anche quando eri ancora vivo, ma ti sapevo lontano dal luogo in cui camminavo.

Mi manca vederti mangiare i cereali al mattino. Che a volte mettevo pure la scatola davanti alla tua tazza per non vedere appena alzata quel latte rosa che fanno i coco pops.
-Che schifo.
-Zitta tu, con le tue brode. (Brode cioè i miei tè e tisane super fighetti della biobottega da cinque euro a confezione).
-Ma quanti choco pops metti?
-Pat! Ma io devo crescere. Guarda il latte tutto cioccolatoso...
-Bleah.

Mi ricordo quando ti avevo presentato per la prima volta a Michi e alla Fra. Dopo le cento volte in cui alle ore più indecenti tu suonavi e io scendevo.
In tuta, in pigiama, mezza svestita. Col freddo di dicembre nelle ossa. A mezzanotte, all'una, alle due. Stavamo in macchina o sulle scale.
I baci della metà strada. Della metà scala. Della metà porta.
Poi un giorno eri salito.
E Michi mi aveva detto mentre tu non sentivi:
-Ma quanto è alto?
-Così posso mettere i tacchi!
Non sapevo allora delle tue colazioni. E di tacchi ne ho messi ben pochi.
Se no gli avrei risposto che eri così alto perché mangiavi tanti coco pops e bevevi tanto latte.

Una persona che mi vuole bene mi ha detto che dovrò scegliere una persona all'altezza. In tutti i sensi. Mi ha fatto ridere. Nella testa ho sempre le parole che mia nonna, donna alta, con due figlie femmine nella media, ripeteva sempre. Maschi o femmine che fossero: “Altezza metà bellezza”.
Tu eri perfetto. Io questa frase la ripetevo a mia sorella, cinque o sei centimetri più bassa di me, per farla incavolare. In realtà sono contenta di non avere subito il trauma di vedere la mia sorella minore superarmi in altezza. Anche se sarebbe stato davvero un micro-trauma.

Ogni tanto pensavo a voce alta, quando c'eri anche tu, che mi sarebbe piaciuto avere i nonni ancora vivi, ancora in forma, per quando ci fossimo sposati, per quando avessimo avuto un figlio. Tu due nonne le hai ancora. Speciali, entrambe. Che avrebbero spaccato il muro dell'ospedale con la testa per vederti uscire di lì con le tue gambe.
Io ne ho una per metà. Il corpo c'è, la testa no.
Tu dicevi che la vita è così. Che i vecchi muoiono. Ma muoiono anche i giovani e fa ancora più schifo.
Ora non so più di cosa dispiacermi.

Mi manca vederti entrare in casa e dire:
-Dov'è Minta?
-Ah ciao anche a te, Fabio, ma non odiavi i gatti?
-Ciao! Mintina!
-Ciao Fabietto!
-Pat! Ciao anche a te.
Eri sempre allegro. Quasi sempre. Più di me sicuramente. Se eri scazzato, di solito era perché non ti era venuta una schedina. Ma ti sgamavo subito.
-Che c'è?
-Le schedine. Non funziona un cazzo.
-Parla bene.
-Lasciami stare.
E poi ti trovavo alle due alle tre di notte ancora alzato. Ostinato.
Al mattino ti svegliavo ed era come svegliare un orso in letargo.
-Fabio sveglia.
-Pat. Uff.
-Fabio. Che ora hai fatto ieri sera?
-Le tre. Mi è venuta la schedina.
Sorrisetto assonnato. Abbraccio. Bacio. E ti lasciavo dormire, con il sorriso sulle labbra.
Eri carino. Quando ti veniva una schedina lo eri di più.
-Carino.
-Sonnino.
-Io vado, ciao.
-Ciao.

E poi magari dopo un'ora mi arrivava un sms tutto offeso: “Ma pat, stamattina sei andata via senza nemmeno salutarmi. Nemmeno un bacetto”. Va be, come no.

Mi manca venire a casa tua. Salire i quattro piani di scale. Togliermi le scarpe, accasciarmi sul divano. E vedere te che ti alzi, ti siedi vicino.
-Bello il mio divano!
-Si. Bello.
-Per farci l'amore prima di cena.
-Anche.
-Mancano i cuscini.
-Ti regalo per il nostro anniversario. Tre cuscini.

Ti erano piaciuti. Forse perché non erano colorati come li avrei voluti io. Forse per questo a te erano piaciuti tanto.
E finiva che cenavamo sempre tardi.
Il divano. Che fine farà il divano? La metto tra le domande da non pormi.

Mi manca il pappagallo sotto casa tua. Il nuovo arrivato. L'avevamo scoperto di ritorno dal viaggio in Portogallo. Ci piaceva:
-Pronto. Paolo? Pronto! Merda. Ciao. Paolo. Roberto. Cazzo. Ciao. Paolo.
Urlava se nessuno gli dava da dire.
A noi piaceva quando urlava:
-Amoreeeeeeeee.
Noi, che amore non ci siamo mai chiamati e non ci saremmo chiamati mai. Noi che pochi ti amo e molti ti voglio bene. Noi che l'amore non è la storia del principe e della principessa, ma una casa in costruzione. Fatica, sbattimento e soddisfazione. Fare le cose in due. I programmi in due. Il futuro in due. L'amore. Senza tanti giri di parole. O senza bisogno di inserirlo ogni due per tre nelle frasi del quotidiano. L'amore di cui si è certi viaggia velato.
L'amore sta nella pancia e non si vede, ma si sente. E basta così.

Ogni tanto ci chiamavamo “Amore”. Ma per finta. Con la voce del pappagallo. E scoppiavamo a ridere tutti e due. Un amore nasale. Tanto finto nella parola, quanto vero nell'essenza.
Quel pappagallo ci metteva di buonumore.
Solo a noi due adulti. Poi piaceva ai bambini.
I bambini lo chiamavano dai terrazzi. Anche io, ogni tanto, mentre stendevo i panni:
-Paolo. Ciao!
-Pat, dai, che i vicini ci sparano!
E Paolo, probabilmente era il nome del pappagallo, iniziava a parlare e gracchiare. E si sentiva la gente che si lamentava:
-Pappagallo di merda.
-Tirategli il collo.
-Lo ammazzo.

Io e Fabio ridavamo. A noi il pappagallo faceva compagnia. A casa tua sentivo la mancanza di una presenza animale. Sarebbe arrivata prima o poi. Con me.

-Quando poi vengo qui, voglio anche il gatto.
-Già prendo te. Pure il gatto?
-Due al prezzo di uno.
-Che fortuna!
-Si. Vero?
-E anche i libri.
-No, pat i libri no. Ti regalo il kindle per Natale.
-Non ci provare. Regalami una mensola.
-Non ci pensare.

Ne saremmo venuti a capo prima o poi. Ne sono sicura. La mensola, i libri, il gatto. L'importante eravamo noi due. E ora mi manchi da impazzire. Perché so che avrei rinunciato a tutto. Per te. A tutte le cose che credevo importanti. Perché d'importante c'era il resto e mi bastava.
Ora faccio fatica a ritrovare le cose importanti. A fare una scala dei valori in cui tu non ci sei.
Tutto è disorientato.
Ci sono io. E non so bene cosa farmene. Di me, intendo.

Ieri sono passata vicino a un kebabbaro. Quell'odore mi ha dato fastidio. Quanti ne abbiamo mangiati? All'inizio senza cipolla.
Dai, almeno all'inizio ci si da un tono! Poi con dentro di tutto e di più.
Ci piaceva. Trasgressione etnica. Piccante con cipolla.
Ora mi dà fastidio anche solo l'odore. Mi rendo conto di essere sensibile come un animale. Forse perché la ferita è aperta. Ci sono odori, sapori che non sopporto. Tutti quelli della mia vita con te.
Ce lo chiedevamo ogni tanto.
-Ma perché all'inizio prendevamo il kebab senza cipolla?
-Ah boh.
-Già. Troppo buona.
-Che scemi.

Mangio carote bollite con burro e parmigiano. È la cosa che mi scivola via più facilmente. Carote.
Forse il colore dà un tono a queste giornate grige. Il sapore non è invasivo. Lascia il gusto sopito. E sopiti i pensieri.

Mi manca girare con te in macchina con gli stessi due cd di Vasco importati su chiavetta. Le canzoni d'amore e un altro. Saltavamo quelle troppo tristi: la nostra relazione, anima fragile. Quelle che a cantarle ci veniva il magone.
Troppo tristi. Il resto lo cantavamo. E poi ci guardavamo:
-Dobbiamo cambiare le canzoni sulla chiavetta.
-Già che palle. Sempre le stesse.
-Però le cantavamo lo stesso.
-...e ogni volta che dopo piango ogni volta che rimango con la testa tra le mani e rimando tutto a domani...
Vasco Rossi. Uno dei pochi che piaceva a tutti e due.
Poi rimanevamo in silenzio.
-A che pensi?
-A niente. E tu?
-A niente.

Invece pensavamo a tutto in quei momenti. A volte c'era un po' di malinconia. Il futuro era già difficile. Oggi mi sembra insormontabile. Ogni volta... più insormontabile. Da rimandare a domani, come nella canzone.

-Pat. Sei triste?
-Un po'.
-Ma no. Dai. Io ti voglio bene.
-Non ho un lavoro.
-Chissenefrega. Ti metto a fare figli. Alle Canarie.
-Allora tutto risolto.

Mi strappava un sorriso.

C'è una conversazione su WhatsApp del 30 settembre.
La riguardo ogni tanto perché mi fa ridere:
Io che mando uno scheletrino a te.
Tu: Perchè? Che brutto! Poi aggiungi una Cacchina e una Melanzana.
Io: Perchè mi mandi una melanzana per colazione?
Tu: è un cazzone gigante.
Io: allora ok.
Tu: Ti aspetto a casa.

Sono cavolate. Eppure c'è quella spensieratezza che ci aveva sempre accompagnato. Quel dirsi le cose in faccia.
-Ho voglia di fare l'amore con te.
-Non parlarmi per mezz'ora che oggi non è aria.
-I tuoi maledetti capelli nella doccia.
Quel poter permettersi di tutto. Quel vedersi sempre. Anche quando si stava male. Anche sul water. Anche quando uno vomitava. Io, di solito.

Questo mi manca. Di stare con te. L'assenza di facciata. Fra tutto, niente o mezzo, avevamo scelto tutto.
Uscire in ciabatte. In braghetti. In minigonna, in telo da mare.

Anche se poi tu eri geloso. Ho un pagliaccetto a fiori molto estivo. Molto riminese, che ti faceva impazzire.

-Ma pat ti pare il caso di uscire così? Ti guardano tutti.
-Sei tu che mi guardi in realtà. Ci sono quaranta gradi. Devo mettere il burka?
-Ma qui non siamo mica a Rimini. La gente non è abituata.
-Ma sono loro che non stanno bene, è luglio, ci sono 40 gradi, quei jeans faranno fatica a staccarseli dal sedere prima di andare a dormire.
-Se qualcuno ti guarda poi lo prende le botte.
-Fai pure.
-Comunque...
-Comunque cosa?
-Questo è il germe terrone che emerge prepotentemente in te.
-Di brutto.

Quel pagliaccetto a fiori. Non so se tenerlo a spasso o metterlo nella tua scatola. Di tante cose che ti piacevano, che non ti piacevano, che ti facevano arrabbiare o che ti facevano arrapare non so cosa farne. Se metterle via e tenerle solo per te. Per noi. O se continuare a tenerle addosso. Un ricordo portato sulle pelle. Attorno alla vita. Come le tue mani. Un ricordo indossabile. Sembra una cosa bella. Anzi molto bella, ma altrettanto dolorosa.
Ho paura di sentirli scottare quei vestiti. Che pungano.
Come il vestito azzurro acqua di Intimissimi. Una delle poche volte che ti avevo trascinato in centro, era giugno.
-Ti starebbe benissimo.
-Sembrerei una salsiccia.
-Macchè salsiccia. Staresti benissimo.
L'avevo provato e comprato. Per te.

E ora lo guardo. Fuori stagione. Fuori luogo. Fuori tutto. Che me ne faccio senza i tuoi occhi che lo trapassano, di quel vestito?

Un'altra cosa che mi manca tantissimo è farmi asciugare i capelli da te.
Io non li asciugo quasi mai, ma se me li asciuga un' altra persona mi fa stare bene.
È più una coccola che un evitare di prendersi il raffreddore o di incriccarsi il collo.
Non ho mai preso un raffreddore per essere uscita al freddo con la testa bagnata.
Trovo farmi asciugare i capelli da una persona che mi vuole bene , una cosa dolce, intima, mi fa smettere di piangere. Come se rimestolasse i pensieri.
Tu l'avevi trovata buffo e tenero, questa cosa.
Che mi piacesse farmi asciugare i capelli. Che mi rilassasse.
Pensavi che tutte le donne stessero ore e ore a sistemarsi i capelli nel migliore dei modi possibili.
Io no.
Io i capelli non li asciugavo. Però se me li asciugavi tu era un'altra cosa.
Quando mi vedevi un po' triste o un po' pensierosa, mi dicevi sempre:
-Fatti una doccia. Poi ti asciugo i capelli.
La doccia, per lavare via i pensieri, le lacrime, lo smog, i piccoli dolori del quotidiano.
I capelli asciugati da te, per ricaricarmi di cose belle.
Poi mi facevi ridere:
-Sono professionale?
-Per niente.
-Sai cosa ti costa questa asciugatura?
-Non voglio saperlo.

Il phon mai più fatto da te. Forse sarà una delle cose a cui non mi abituerò mai. E che mi mancherà sempre.
Mi manca. Ogni volta che esco dalla doccia piangendo con le mie canzoni nelle orecchie.
Ogni volta che vorrei un po' di affetto me lo immagino come un vento caldo sui capelli scompigliati dalle tue mani.
E mi mancano le chiacchiere con te.
E le coccole di cui non potevo più fare a meno.

-Sei una drogata di coccoline.

Lo sarei rimasta. Penso sia arrivato il momento della disintossicazione obbligatoria. La crisi di astinenza è violenta. Mi sei scivolato via in un'ora. Un'ora soltanto. Mi sarebbe bastato un secondo per un'ultima carezza. La tua mano sui capelli ancora una volta.

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Le piccole cose...

E' già il nome perfetto per una libreria, un posto caldo, un luogo sicuro.
Che sembri una carezza sulla pelle.

o sui capelli.

L'ho letto e ho pensato a te, a voi.

Cai chuva. É noite. Uma pequena brisa
Substitui o calor.
P’ra ser feliz tanta coisa é precisa.
Este luzir é melhor.

O que é a vida? O espaço é alguém para mim.
Sonhando sou eu só.
A luzir, em quem não tem fim
E, sem querer, tem dó.

Extensa, leve, inútil passageira,
Ao roçar por mim traz
Uma ilusão de sonho, em cuja esteira
A minha vida jaz.

Barco indelével pelo espaço da alma,
Luz da candeia além
Da eterna ausência da ansiada calma,
Final do inútil bem.

Fernando Pesssoa

"Cade la pioggia. È notte. Una leggera brezza
subentra al caldo.
Per essere felici tante cose servono.
Un rilucere è migliore
Cos’è la vita? Lo spazio è qualcuno per me.
Sognare di esser solo.
Rilucendo, come chi non ha fine
e, senza volere, s’addolora.
Estesa, lieve, inutile passeggera,
sfiorandomi reca
un’ombra di sogno, sulla cui scia
la mia vita giace.
Barca indelebile nello spazio dell’anima,
luce di candele oltre
l’eterna assenza dell’anelata calma,
faro dell’inutile bene.
Che si vuole, e, se giunge, si disconosce,
che se fosse, sarebbe
il tutto d’averle… E la pioggia aumenta
nella notte ora fredda."