GIRASOLI.

Oggi sono andata a prendere mia mamma alle vaccinazioni pediatriche, dove lavora.
Pieno di bambini. Piccoli e arrabbiati.
Perché provate voi ad essere felici dopo che qualcuno vi ha appena punzecchiato il sedere.

Una volta mi piaceva tantissimo quel posto, e forse tornerà a piacermi un giorno. Oggi no. Oggi meno.
I bambini? Sempre amati. Quando ero piccola andavo dall'oculista all'ospedale, il nido era al piano sotto al mio, quando avevo finito la visita io e mamma ci fermavamo sempre a sbirciare se per caso le serrande fossero aperte. Quando lo erano ci fermavamo a guardare. Sembrava un mondo incantato. Una città di gnomi smorfiosi. Guardavo chi era sveglio, chi piangeva, chi aveva i capelli e chi no.
Mia sorella non era ancora nata.
Io l'avrei voluta tantissimo, una sorellina. E anche mia mamma. E mio babbo. Tutti.

Quando è arrivata nessuno la voleva poi così tanto. O forse ci faceva meno male non pensarci più. Ci avevamo un po' rinunciato. Mia mamma ci aveva messo una pietra sopra e io avevo pensato che un cane gigante avrebbe potuto ben sostituirla.
Invece è arrivata.
Mi ricordo che eravamo in macchina:
-La vuoi ancora una sorellina.
-Si. Perchè?
-Perchè arriva.
Mia mamma aveva il cappotto. L'aveva aperto e si vedeva un po' di pancia.
-E il cane?
-Niente.
-Ok.

La Luci o Lux o Lucifer è arrivata il giorno di Pasqua. Mai avute tante uova come quell'anno. Io giravo con un quadernetto e facevo le somme dei vari grammi di cioccolato che arrivavano da amici e parenti. Avevamo raggiunto circa 4 chili. Senza contare i cioccolatini. Una standing ovation di cioccolata.
Perché la gente, ovviamente, ne portava due, di uova, un per me e una per la sorellina che per sei mesi almeno avrebbe bevuto solo latte, e quindi grazie mille.
Oggi quel posto pieno di bambini e di futuro urlante mi ha messo un po' tristezza.
Ho cercato di leggere un libro, ma mi distraevo di continuo. Leggere mi fa schizzare i pensieri in giro. Mai successo prima. Mi ha sempre aiutato a tenerli fermi in un punto. Su una riga. Su una pagina.

Pensavo a quel bambino che avrei voluto da te.
Mi imponevo di pensare a quello che era stato tra noi due, non a quello che sarebbe potuto essere.
“Pensa a quello che è stato e che è stato bello”.
“Pensa a cosa eravamo non a cosa saremmo stati.”
Ma non ci riuscivo. Non ci sono riuscita.
Pensavo che sarebbe potuto essere Pietro come tuo nonno o Maia o Iris. E che saremmo stati felici. Quel che eravamo non avevo bisogno di pensarlo. Non ho bisogno di pensarlo. Me lo porto dentro. È il primo respiro quando mi sveglio e l'ultimo quando mi addormento.
E le onde sul polso che sono visione senza pensiero.
Quello che è stato pulsa. Quello che saremmo potuti essere è una barca di carta che va lasciata andare su onde lievi. Questo è il tatuaggio.

Ho portato a guidare la Luci. Avresti dovuto farlo tu. Ricordi? L'avevi promesso. E siccome ogni promessa è debito l'ho portata io. É stata brava. La macchina è partita. Ha anche saltato e si è spenta innumerevoli volte, ma per essere la prima guida è andata bene.
Io ho dovuto fare mente locale ai pedali. Se dovessi dire quale è il freno senza schiacciare il pedale non saprei farlo. Come la tua password che non si trova da nessuna parte:
-Mi dici la password del tuo pc fabio?
-Non la so nemmeno io.
-Cioè?
-La so solo digitare.
-Troppo nerd!

La mia prima guida era stata pessima. Una giornata di primavera in cui non avevo voglia di andare a scuola. E piangevo. Mia mamma non sapeva più cosa farmi fare e allora mi ha portato in una via semideserta e mi ha detto:
-Vuoi imparare a guidare?
Ho provato, ma con la Panda classe '87 la scuola guida era di gran lunga più difficoltosa. Ho acceso il motore, l'ho spento, la macchina ha rimbalzato, ma non è mai partita quel giorno, la panda. Mi sono rimessa a piangere:
-Non voglio guidare mai più.
Sì come no. Poi ho imparato come tutti. Male, ma ho imparato.

Tu mi hai insegnato un bel po'. In Portogallo, a Yeres, a Fuerteventura, volevi che guidassi, a me, in realtà piaceva più farmi transitare:

-Scala le marce, pat. Tu guidi tutto come se fosse un motorino.
-Che palle.
-Così la uccidi, la macchina.
-Allora guida tu.
-Ma non c'è bisogno che ti offendi.
-Guida tu e ciao.
Certe volte lo so sono simpatica fino al midollo, ma l'uomo che vuole insegnare a una donna l'arte dell'accarezzare il motore dovrebbe rendersi conto che è tempo sprecato.

Poi, per fortuna, l'Espace di tuo babbo aveva il pilota automatico:

-Pat, questa si guida come la tua vespa. Sei felice?
-Si!
-Si vede, scodinzoli.

Meraviglioso il cambio automatico. Per i negati, caldamente raccomandato.

Al Rally di Fuerteventura penso spesso, il primo viaggio insieme.
Ho una nostra foto nel portafoglio. Sembriamo più piccoli ora che la guardo. Lo eravamo. A me sembrava non fossimo cambiati di una virgola in questi tre anni. Eravamo cresciuti invece. Cresciuti sotto gli occhi gli uni degli altri a un punto tale che non ce n'eravamo accorti. Non ci siamo accorti del cambio di espressione, delle rughe, della stempiatura. Ci siamo troppo cambiati per esserne consapevoli.
Le Canarie, Fuerte, tutte quelle strade sterrate. Indimenticabili. Anche perché in tempo tre giorni mi era venuta una cistite tremenda. Ho fatto la pipì su tutte le dune dell'isola, manco un cane che segna il territorio. Tu mi prendevi in giro, ma io stavo davvero male.
Eravamo andati al Pronto soccorso. Mi avevano fatto l'analisi delle urine, l'infermiera aveva detto, in spagnolo:
-Non c'è infezione. Niente antibiotico.
Tu lo capivi e facevi da traduttore.
-Avete viaggiato tanto in macchina?
-Claro que si.
-Avete fatto tanto sesso?
Tu ti eri illuminato e sempre in spagnolo le avevi risposto, molto soddisfatto:
-Claro que si.
E vi eravate messi a ridere entrambi tu e l'infermiera. Io volevo morire di cistite in quel preciso istante.
-Beva molta acqua e state tranquilli.
Ce ne siamo andati, Fabio tutto soddisfatto, orgoglio maschile, io rossa come un pomodoro.
Situazione tipica!

-Pat ne hai sempre una.
Mi diceva.
Fra mal di pancia, mal di testa, mal di stomaco è vero, ne avevo sempre una o forse mezza. Poi una grossa l'hai avuta tu.
Poco tempo fa, un tuo collega si era sentito male in università. Aveva una forte influenza, l'avevate spedito al pronto soccorso con un'ambulanza, ma con una flebo di Plasil l'avevano spedito indietro.
Avessero rispedito indietro pure te. Sogno quasi ogni notte che ti riporto a casa. A casa, da me.

Tu ti eri spaventato tantissimo.
La sera, nel letto, mi avevi detto:
-Pat?
-Si?
-Sai cosa pensavo oggi? Mentre lo portavano via...
-Cosa?
-Che se mi fosse successa una cosa del genere avrei voluto te lì a tenermi la manina.
-Ma io ci sarei stata. Lo sai. Io ci sarò qualsiasi cosa accada.

E invece non c'ero. A tenerti la manina. E mi sento una persona stupida che fa promesse e non le mantiene. Ci sono stata dopo. Sapevi che stavo arrivando. Che stavo pedalando fino a farmi uscire un polmone verso di te. Ma la manina, mi dispiace, non ho fatto in tempo. Ho chiesto, non pensare che non ci abbia provato:
-Posso entrare?
-No, durante il massaggio no.
-Ma non disturbo.
-No, mi dispiace. Devi chiamare i suoi genitori.

Ieri tuo babbo mi ha chiesto di scrivere qualcosa da mettere sul tuo sito per dire che, beh, per dire quello che è. Che non ci sei più.
Continuano ad arrivare mail di persone che chiedono informazioni. La gente telefona. Fa male a noi, fa male a loro. Perfetti sconosciuti che ti cercano per lavoro e vengono trascinati in un vortice di “mi dispiace, non so cosa dire”. Inutili, dolorosi, falsi talvolta.
Talvolta suonano come “Porca miseria, mi serviva per lavoro, ora come faccio, ora dove lo trovo uno che faccia ste cose”.
Uno. Per molti sei uno qualsiasi. Un cervello che c'era e non c'è più. Per me eri l'amore e delle schedine non me ne importa niente.
Oppure me ne importa, ma nei giorni in cui respiro. Nei giorni di apnea ci sono solo io. E te. E i tuoi. Il resto non conta.
É stata la cosa più difficile che io abbia scritto dal 20 dicembre a questa parte.
Ho guardato il monitor del pc per un'ora.
Quando la vista ha iniziato a traballare ho scritto:

“Avremmo voluto che fosse sempre e solo Fabio a scrivere su questo sito e a rispondere alle vostre mail.
Ma Fabio non c'è più. È morto il 23 dicembre, all'improvviso, senza che nessuno potesse farci nulla.
Per questo, nelle ultime settimane, non avete ricevuto risposte alle vostre domande, né nuove notizie sul sito o sul forum.
Io, Arianna, la sua ragazza e i suoi genitori leggiamo impotenti alle mail che arrivano ogni giorno da ogni parte del mondo, Fabio avrebbe risposto a tutti, con calma, alla sera, dopo una giornata di lavoro. Lo faceva sempre e ne era felice.
Credeva nella condivisione della ricerca, nel lavoro fatto insieme, nelle idee buone che costruiscono un mondo migliore.
Noi faremo tutto il possibile perché qualcuno riesca a portare avanti nel migliore dei modi possibili il suo lavoro.
A voi chiediamo un po' di tempo e un po' di pazienza.”

L'ho riletto e mi ha fatto schifo.
Avrei voluto cambiare tutto e scrivere:

“Carissimi,
non mi sentirete per qualche tempo, sono in un'isola sperduta sull'oceano a surfare onde da paura e a fare l'amore con la mia pata sulla spiaggia. Non c'è internet e il telefono non prende. Per quanto riguarda Arduini, Quadricotteri e simili, sarete ricontattati al mio ritorno. Se ritorno!”

Poteva essere una versione non ufficiale.
Mi suonava bene questo messaggio con la tua voce. Proprio bene.
Mi chiedo dove tu sia.
Se in cielo ci fossero onde saresti su una tavola.
Se ci fosse bisogno di manutenzione informatica, staresti smontando e rimontando pezzi.
Ma io spero che tu, ovunque sia, abbia un ricordo di me. La memoria della terra che dicono si perda.
La tua memoria di quaggiù vorrei essere io. Ma è una memoria egoista. La tua memoria di quaggiù dovrebbe essere l'amore che hai ricevuto. Da me, dai tuoi genitori, da chi ti ha accompagnato per un po' nel tuo cammino. Da chi ti ha scelto.
La scelta, poi il destino. Un ossimoro ingiusto.
Tu, per me, sei la memoria della vita che pulsa e va avanti. Io vivrò, senza te. Perchè tu avresti voluto così. Oggi in macchina ho fatto un giro a vuoto. Ho cantato e pianto tanto. Mina. Anche in doccia. Io vivrò, purtroppo, senza te. E questa canzone sullo sfondo. Tutto il giorno.

“Io vivro' senza te
anche se ancora non so
come io vivro'
Senza te, io senza te
solo continuero' e dormiro'
mi svegliero', camminero'
lavorero', qualche cosa faro'
qualche cosa faro', si, qualche cosa faro'
qualche cosa di sicuro io faro': piangero' “

io vivrò

A volte ho la sensazione che dal polso dove c'è il tatuaggio il dolore come di uno spillo si irradi in un altro punto. Poco sotto il gomito, su uno zigomo, dietro la schiena. Mi sembra di soffrire di qualcosa che si non si trova da nessuna parte, eppure è dappertutto. Una sensazione strana. Acuta.
Come di acciacchi.
Mi sembra di essere invecchiata dieci anni. Piango per nulla. Che è tutto. Ma da fuori non sembra un granchè.
Vedo le rughe per cui tu mi prendevi in giro farsi più scure. Le pieghe scavare la pelle.

-Non fare tutti quei musini.
-Tristina.
-Dai che ti viene la bocca all'ingiù. Poi diventi brutta.
A forza di stare con me li facevi anche tu i musetti, su skipe ce ne mandavamo un sacco, di faccine.

Skipe: resistere alla tentazione di rileggere quel fiume di parole. Di frasi. Di baci.
C'è l'ultima conversazione di quel giovedì. Prima della telefonata. Prima di tutto.

[12/20/2012 11:52:51 AM] arianna ioli: noi stasera ci vediamo o no?
[12/20/2012 11:53:00 AM] Fabio Varesano: si!
[12/20/2012 11:54:03 AM] arianna ioli: molto bene
[12/20/2012 11:54:14 AM] Fabio Varesano: :)
[12/20/2012 11:54:20 AM] Fabio Varesano: eri tutta calda stamattina
[12/20/2012 11:55:27 AM] arianna ioli: ma io avevo freddo
[12/20/2012 11:55:34 AM] arianna ioli: brrrrrr
[12/20/2012 11:55:38 AM] Fabio Varesano: poi ti scaldo io.

Quanto freddo avrei sentito dopo non lo sapevo. Il freddo nelle ossa. Il freddo dei denti che sbattono gli uni contro gli altri senza riuscire a fermarli. Io avrei voluto scaldare te, mentre la tua temperatura scendeva a 32 gradi. Le tue mani, i tuoi piedi, il tuo viso. Tu che eri sempre caldo.
Io che avevo sempre freddo.
E ora ne ho di più.
Oggi ho scritto sulla pagina di venerdì 18 gennaio: RITORNO A TORINO.
Ho riletto quelle tre parole e mi è venuto da vomitare. Ho sentito in bocca un sapore di qualcosa andato a male. Nel naso l'odore di disinfettante del tuo reparto di ospedale. Diverso da quello di tutti gli altri reparti. Mi era già successo, con le patatine fritte nei giorni in cui aspettavamo il tuo funerale. Le avevamo mangiate insieme la sera prima di tutto. Mercoledì. Vederle lì nel mio piatto, mi aveva dato fastidio, quasi nauseato. Un conato.
Ho chiuso l'agenda.
L'ho riaperta poco dopo: le stesse tre parole, una sensazione diversa, un formicolio strano.
Ho voglia di tornare. Ma ho paura. Paura che non ci sia nessuno ad aspettarmi. Perché oggi mi sembra che se non sei tu, allora nessuno.
Bianco o nero. Come la vita che credevo sfumata, ma che ritrovo improvvisamente e crudelmente cristallina.

Paura di scendere dal treno e vedere la banchina vuota.
Paura di entrare nella mia camera e vedere i letti divisi.
Paura di non trovarti da nessuna parte e di trovarti troppo al tempo stesso.

Ma qualcosa mi spinge a tornare. Ho riletto ancora una volta stasera quelle tre parole piantate nero su bianco sulla pagina di venerdì.
Non sarà bello scendere dal treno. Le chiavi di casa faranno rumore di schianto. Il cuore pure.
Eppure qualcosa sarà.
Ci deve essere ancora qualcosa lì per me. E per te.

Stanotte vorrei sognare girasoli. Girasoli in cui correre. Girasoli da annusare. Girasoli in cui perdermi. Ho sempre pensato siano fiori felici. Girasoli dappertutto.

Tornare a Torino e trovare ad aspettarmi un enorme prato di Girasoli.
E in mezzo a loro, ovviamente, tu.

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