SOPRAVVISSUTA

Sopravvissuta.
All'antro del tatuatore, all'ultimo film di Gabriele Muccino e alla rottura di Giallino, il mio PC, al momento l'unico.

L'unico perché il PC più grande, ormai anziano, funziona solo con Ubuntu, quindi solo con Fabio. E per ora sta a Torino, dimenticato in una scatola. Io e Linux? Due mondi separati e guai a chi mi commenta che usarlo è facilissimo.

Ieri non ho scritto. Avevo bisogno di una pausa.
Di recuperare energie. Fabio l'ho tenuto solo per me.
Chi legge questo blog. Piange e ride. Va avanti se riesce, se è troppo si ferma, torna indietro.
Magari passa l'aspirapolvere in salotto e ci ritorna più tardi.
Io scrivo. E per scrivere devo andare a cercare a tentoni un amore che prima avevo ogni giorno legato al dito come un palloncino e ora non più. Era una cosa che tenevo stretta e sicura tra le braccia, chiara nei gesti, nelle piccole cose. Lavarsi i denti insieme, scegliere da tre anni ognuno la stessa brioche nello stesso bar. Darsi un bacio prima di separarsi al mattino o mandarsi un sms con scritto: “Arripata” o “Arripato” quando si andava da qualche parte.
-Arripata?
-Si. Sono a Rimini.
Di solito ero io la viandante. Ho infinite mail, messaggi e chat con queste quattro parole.
Ora tutto questo va cercato in un luogo più profondo della superficie delle cose. E questo scavo costa fatica.
E le riletture, le mie, scavano dentro e mi fanno piangere. Ogni volta come la prima, ogni volta di nuovo daccapo. Ma non posso mandare Fabio nel mondo pieno di errori ortografici e congiuntivi sballati. Anche se, a dire la verità, ogni tanto qualche congiuntivo glielo correggevo:
-Pat che palle. Tempi morti.
-Macchè morti. Tempi ignoranti.
-Tu te la tiri solo perché hai fatto il liceo classico.

Mi ricordo che gli avevo raccontato allibita di un colloquio fatto a Tecnocasa poco prima di Natale dove il tipo del colloquio non aveva infilato un congiuntivo manco a pagarlo, né imbroccato un periodo ipotetico giusto. Io che, ve l'ho detto, ho fatto il liceo classico, il che comporta uno snobismo educativo, ero uscita da quel colloquio con lo stomaco rivoltato da tutti quei penso che è interessante, credo che è vero e simili e soprattutto con la convinzione che nemmeno “sarebbe stato l'ultimo posto di lavoro sulla terra, l'avessi accettato”.
Avevo raggiunto Fabio al bar per fare colazione insieme, c'era un po' di neve, la prima frivola neve, tu che l'aspettavi così tanto non hai visto una nevicata decente quest'anno. Mi dispiace.
E mentre gli raccontavo del colloquio e mi innervosivo ancora di più. Lui rideva:
-Ma pat, lascia perdere, più comandano più sono ignoranti.
-Si, ma non è giusto.
Non è giusto niente. Come non è giusto che tu sei morto e io sono viva e non so dove sbattere la testa.
Per fortuna non mi hanno richiamata.
Penso perché avessi (o avevo?) le unghie azzurre. Il giorno prima con Aurora ci eravamo fatte un manicure scioccante per perdere tempo, io azzurro puffo chiaro, lei fucsia Lady Gaga. Fantastiche.

Del film dicevo. Il film è una cacchiata. Un filmetto a tutti gli effetti. Un film-grammo. A poterlo quantificare.
Se pensate al Muccino de “La ricerca della Felicità”, meglio che andiate a vedere tre ore di lo Hobbit e passa la paura.
Io, tra l'altro “La ricerca della Felicità” l'avevo visto da sola, a Milano, quando abitavo dietro a un cinema abbastanza interessante, in via Spartaco. Ero arrivata praticamente in pigiama, tanto, convinzione che ho tuttora in determinate circostanze: con sopra il cappotto, se mi spoglio quando la sala è buia nessuno mi vede (in pigiama vado anche a fare la spesa) e avevo pianto fiumi di lacrime appallottolando innumerevoli fazzoletti che sembravano essere stati centrifugati in lavatrice.
A proposito di fazzoletti: farmi lavare la sua tuta rossa con fazzoletti annessi e disseminare palline bianche ovunque era una specialità di Fabio. Fabio che allergico, con setto nasale deviato non andava a dormire se non aveva in tasca, sotto il cuscino o sul comodino uno, due, tre o un pacco di fazzoletti da naso. Io li compravo solo per lui e per Aurora che da quando la conosco, poverina, non l'ho mai vista senza candele o croste varie al suo bellissimo micronaso.
Oltre alla solita presa in giro per i miei fazzoletti con twetty, i puffi, barbapapà e simili, che mi servono per intortare la bambina quando fa i capricci, finiva sempre che quella tuta rossa, che è stata il pigiama di Fabio per tutti i mesi freddi in cui siamo stati insieme (i mesi caldi, sante mutande!) veniva lavata con valanghe di fazzoletti in tasca.
Ora vorrei che quella tuta rossa, che adesso è nella tua scatola e che indosso ogni tanto quando sono triste, avesse nella tasca un tuo fazzoletto. Vorrei non averla lavata proprio quel mercoledì sera. Vorrei avesse il tuo odore di quando dormivi, che era diverso da quello di quando eri sveglio. Vorrei ma non è. È pulita e profuma delle mie gocce da bucato, per questo, forse, non mi è familiare.

La colpa dei fazzoletti era mia, perché non svuotavo le tasche prima di metterli a lavare, ma nella mia famiglia se abbiamo un raffreddore in quattro all'anno è tanto, nessuno si soffia il naso al mattino e i fazzoletti sono soprattutto per le tristezze diffuse, cinematografiche o reali che siano.
Mai comprato tanti fazzoletti come in questi venti giorni. Già venti.
Una sera ho tirato fuori dalla lavatrice un bucato quasi tutto nero, disseminato da brandelli di fazzoletti di carta e, mentre stavo pensando a come farti a polpette, tu hai telefonato:
-Ciao pat.
-Ciao.
-Che fai?
-Ti mando gli accidenti.
-Perché? Io sono così carino.
-I tuoi maledetti fazzoletti nella tasca del tuta, ho tutto il bucato...
-Sei carina Pat, non ti arrabbiare, vengo a cena lì stasera. Fammi l'amatriciana.
-Pretendi pure.
-Sì, ciao.
E via. Mi hai insegnato che non vale la pena litigare per le cavolate.
Anche se, alla fine, i pantaloni e le maglie nere le spulciavo io, brandello e brandello dai tuoi maledetti fazzoletti da naso!

Il film “Quello che so sull'amore” è un filmetto per passare due ore senza pensare. Anche se a volte cadeva talmente di tono che mi sembrava di vedere la faccia di Fabio passare sullo schermo. O scorrere le nostre foto del Portogallo. Bellissime, quelle foto.
Se tutto quello che Muccino sa sull'amore è in quel film, io ne so molto di più e me lo hai insegnato tu.
Anzi ce lo siamo costruito insieme il nostro libretto: “ Amore: istruzioni per l'uso”. Che non servirà più a nessun altro, perché quello, scritto nei cuori e nelle dita, scritto nei gesti e nella giusta intonazione della voce era solo nostro. Mio e tuo. Sarebbe catarchico poterlo gettare in mare. Sarebbe il povero Adriatico, nessun oceano in vista, andrebbe bene lo stesso. Ma non si può. Non si può perché è inciso sulla pelle proprio come un tatuaggio.
Qualcuno ieri mi ha detto che noi la eravamo a tutti gli effetti, una famiglia. Perché ci eravamo cambiati. Qualcuno che conosceva Fabio prima che conoscesse me e che ha visto me diventare una donna accanto a lui. Qualcuno che ci osservava, nel tempo, sulla distanza.
Eppure a me manca da morire non avere avuto i giorni per far nascere da questo cambiamento qualcosa di nuovo, qualcosa di bello. Bello più di noi che un giorno, per caso, ci siamo conosciuti e amati. Qualcosa di voluto.
Il tempo, dicono, bisogna lasciarlo passare. Io preferisco la vita che pulsa e fa male, al tempo che scorre via inutile. Non farò scivolare nulla di quello che siamo stati, cercherò di non farmi ancora più male fissando il pensiero a quello che saremmo potuti diventare. Ma il tempo no. Per il tempo io non ho pazienza. Il tempo lo guardo: è il mare calmo che si muove a stento, dà un po' di quiete e poi subito noia. La vita è l'onda che piaceva a te. È andare in alto mare cercando prima di non prenderla in testa, l'onda, e poi di afferrarla con tutta la forza e l'amore del mondo.
Eri contento per due giorni quando prendevi un'onda bella e ti mettevi in piedi.
In piedi. Mi penso in piedi e mi vedo subito in acqua.

Il film ha due cose belle:
1. Il protagonista maschile adulto davvero notevole (e qui ho una fitta alla testa, immagino Fabio che infila uno spillo alla mia bambolina vudù, in realtà ho una fitta alla testa perché ho pianto troppo e dormito male), contornato di oche, i personaggi femminili, un tempo davvero gnocche e sexy oggi malamente rifatte e a stento riconoscibili, per non fare nomi: Catherine Zeta-Jones e Uma Thurman.
2. Le lentiggini più dolci del mondo del protagonista maschile bambino.
Fine.
In più, penso di avere naturalizzato un po' lo snobismo torinese del frequentatore di piccoli cinema d'autore in centro, per cui, le due signore sui quaranta che hanno commentato tutto e dico tutto il film, devono ringraziare i loro santi che avevano vicino mia mamma e non me. Io, infatti, dopo una trentina di minuti le avrei menate, mia mamma si è limitata ad alzare gli occhi al cielo.

Sul finale, il protagonista maschile, bello e sexy viaggia in macchina decappottabile, verso un nuovo stato, un nuovo lavoro e una nuova vita, lasciando indietro il figlio e la donna che ha amato e ama. A un tratto, si ferma. Tutto intorno campi e natura. Va bene, vagamente suggestivo.
Le due:

-Noooo, ma cosa fa?
-Si ferma?
-Adesso torna indietro! Si torna indietro. Dai se no perché si fermava?
-Che carino torna da lei.
-No da lei no, dal figlio.
-Lei si sposa con l'altro.

A parte che, se non per tornare indietro, si sarebbe potuto fermare, essendo uomo, solo per fare la pipì in un campo e ricongiungersi a madre natura, ma in ogni caso intuizione geniale da Archimede Pitagorico: torna indietro, et voilà, il finale. Geniale, oserei dire.

E ancora.
-No, ma cosa fa quella? Gli salta addosso?
-Ma va là!
-Si si, o pora me, gli salta addosso. Un'altra...Dì te,che roba!

All'uscita. Marito e moglie a braccetto, non teneramente abbracciati, solo che si esce passando per una specie di scala esterna di sicurezza e lei aveva dei tacchi 12 a spillo vertiginosi, ovviamente ripieni di borchie.
Lui: Dai, non proprio da Oscar, però carino...
Lei: Se, se carino, a te basta che giochino a calcio e il film diventa carino.

Ce ne siamo andate ridacchiando. Il film non era carino, carino era Gerard Butler, no Fabio, ovviamente tu eri molto più carino. Però finiva bene, e forse, anche se a te del calcio non è mai importato nulla, avresti detto carino anche tu. Fosse stato il tuo lieto fine, anziché lui, lei e il figlio che giocano a calcio in giardino avresti scelto lui, lei e il figlio che surfano piccole onde dell'oceano.
Fosse stato il mio, avrei aggiunto lui, lei e una figlia, femmina, che surfano ecc... ma, in ogni caso, va bene così.
Anzi non va bene. Quante volte ci siamo immaginati così? Noi due, i nostri figli, il mare, le onde.
Troppe per non soffrire di non averlo potuto fare.

Tornata a casa, ho cercato di accendere il PC per iniziare a scrivere qualcosa, ero in crisi di astinenza da digitazione, ma non c'è stato nulla da fare. Questo ha scatenato una tempesta che si è abbattuta veloce sul mio già precario equilibrio ed è finita verso le due per esaurimento energie misto a benzodiazepine.
I miei hanno assistito impotenti. È ovvio che la rottura del pc è stata quello che il mio prof di Storia Medievale avrebbe chiamato Casus Belli, il motivo profondo, al solito, eri tu. Tu che mancavi. Tu che non ci sei più.
Eppure mi rendo conto di quanto sia importante per me, ora, il mio mondo virtuale, Openoffice, la possibilità di liberare i pensieri quando lo voglio. In quel PC c'è una delle chiavi di volta di quello che sono io ora. Pezzi sparsi qua e là tenuti insieme da non si sa bene cosa. Qualcosa di magico che è la scrittura, le parole, i brandelli di cuore che il pensiero di te, vivo, tiene insieme per qualche ora mentre scrivo. Mentre ti penso, mentre ti parlo.
E poi penso a quando l'abbiamo comprato, il netbook, insomma, il giallino o come si chiama. Siamo andati a prenderlo nel tardo pomeriggio qui a Rimini, poi abbiamo cenato, abbiamo guardato le stelle dalla terrazza di casa mia. Il PC era nella scatola, ci guardiamo domani, avevo detto, buonanotte.
Mi ero svegliata alle quattro per andare a fare la pipì, tu eri impallato sul mio nuovo PC, sembravi un alieno avvolto da luce azzurrognola:
-Ma cosa fai?
-Ti metto a posto il PC.
-Potevi aspettare domani...
-Non ce la facevo a vederlo nella scatola, tutto soletto.
-Va bene. Io vado a fare la pipì.
-Potrei lasciare giù il PC solo per una cosa.
-Scordatelo. Buonanotte.
-Dormi bene, pat.

Al mattino tu dormivi come un sasso, il PC era in carica e già pronto per l'uso. Con skipe, facebook, le mail, tutto sistemato. Le mie password le sapevi tutte.
-Pat che password sono queste? Sicurezza dei miei stivali.
-I miei gatti.
-Ma devi usare i numeri, le maiuscole, minuscole, i segni di punteggiatura.
-Io preferisco i gatti.
Se morissi io, sarebbe facilissimo aprire il mio PC, il tuo mondo invece, sembra essere inaccessibile a noi comuni mortali. Una muraglia cinese.

Sopravvissuta al film direi bene, sopravvissuta alla rottura del PC un po' a pezzi, ma sopravvissuta.
Sopravvissuta anche all'antro del tatuatore.

Ho fatto un breve sondaggio sul male che si sente, nel fare un tatuaggio, i giorni scorsi. Per i maschi, tutti: un male cane, indescrivibile, male da morire; dalle femmine ho ricevuto risposte meno tragiche:
-Massì come la ceretta.
-Il silk-epil
-L'agopuntura.
Questo testimonia che la soglia del dolore dell'uomo è decisamente inferiore: d'altronde loro non hanno il ciclo, non fanno figli, cerette poche: non sono allenati; nonostante i pettorali e le facce da duri.

Del dolore non ho mai avuto paura. Quello al polso dico, e infatti non l'ho sentito.
Forse l'hanno sentito più le due amiche che avevo portato con me: il ticchettare della pistola, la mia mano che diventava bianca, la concentrazione del ragazzo dalle braccia completamente tatuate che ho apprezzato perché non mi ha chiesto nulla. Solo se, alla fine, andava bene. Lo ringrazio per il suo silenzio che non ha invaso un'esperienza che era solo mia. O nostra. E tale volevo che rimanesse.
Io odio parlare per forza.

L'altro dolore, invece, era inevitabile. E l'ho sentito forte. Snervante a tratti. Dal polso al cuore, fino al midollo, se si può averne coscienza. Come un brivido dalla schiena agli occhi, fino a una lacrima. Forse due.
Non era il polso, lì era un graffio di gatto.
Il cuore è dove ha fatto più male. Al polso punture di spillo, ma dentro, dove nessuno ha visto incidere, io ho sentito trapassare.
L'incisione più profonda non si vede. Non posso mettere una foto. Dovete accontentarvi della barchetta. La ferita, quella vera, è altrove. È oltre.
E non esiste una pomata per farla cicatrizzare in fretta.
È e sarà per sempre. Sul polso rimane il disegno che ho fatto io. Tre onde, una barca, un cuore.
Il segno da guardare quando dentro farà meno male o troppo male.

Nei giorni in cui sarà meno male mi ricorderà che lì, in quel punto che tutti vedono e nessuno sente è passato tutto l'amore del mondo.
Quando farà troppo male invece, rimarranno le tre onde, e la barca a ricordarmi che ti devo lasciare andare e che, nonostante tutto, tu sarai sempre con me.
Lasciare andare il dolore, trattenere l'amore. Questo il senso di un segno forse un po' infantile.
Nella barchetta di carta c'è tutto: la tavola, la vela del windsurf, le cose che scivolano e quelle che restano. È la memoria che passa sul corpo.
Chi mi amerà nuovamente, se mai ci sarà, accetterà tutto questo passato. Non potrà fare a meno di accettarlo. È un passato pulsante che sta lì, disteso su un disegno tenero al polso, sommerso da mille braccialetti. E concentrato in un punto del cuore a cui solo io ho accesso.
Lì dove fa male. Lì dove manchi. Lì dove ogni giorno, per qualche secondo, mi dimentico di respirare per sentirti un po' di più. Un po' più dentro, un po' più mio, un po' più per sempre.

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Sei tornata.

Lasciare andare il dolore.Trattenere l'amore

Nel leggerti io riesco sempre e solo a piangere. Se non sapessi che Fabio è realmente vissuto penserei che le tue parole sono pagine strappate da un libro, le leggo tutte d'un fiato sperando forse che, come nelle trame di alcune storie d'amore cinematografiche, ci sia un imprevedibile lieto fine. Purtroppo non sarà così, mi dispiace e non mi capacito di quanto a volte sia crudele e ingiusta la vita.

Piacerebbe anche a me, che fossero rubate a un libro triste di metà ottocento. Non sai quanto.