TORINO TOCCATA E FUGA. QUESTIONI DI LETTO

Primo ritorno a Torino.
Dopo tanti infiniti ritorni, il primo senza te ad aspettarmi.
È stata durissima. Più di quanto pensassi. Scendere a Porta Susa è stato come prendersi un pugno nello stomaco. Una volta, alle medie, avevo preso un pallone da basket, sullo stomaco.
La stessa sensazione: che il mondo si fermi e il respiro non torni.
Questa è Torino senza te: un pugno in pancia.
Questa Torino in cui io, ostinata fino al midollo voglio tornare. Nonostante la paura. Nonostante i ricordi, nonostante tutto.

Avevo un colloquio per cui, comunque vada, sarà valsa la pena questa toccata e fuga. Questo ritorno non previsto e non programmato. Questo spostamento a cui non ero preparata.
Toccata e fuga perché scrivo dal treno, sono a Parma, sto già tornando a casa.

Il colloquio, dicevo, finalmente un colloquio con qualcuno che è sembrato interessato a me Arianna. No a me, possibile stagista inutile da tenere tre mesi e poi spedire a casa con un calcio in testa (siamo fini...)senza averle insegnato nulla. Un colloquio fatto da qualcuno che voleva capirci qualcosa del mio, di ego, non vedere risplendere di luce propria il suo. Io dopo due anni di Scuola Holden, senza che nessuno si offenda, di ego smisurati ne ho visti abbastanza. E non intendo assecondarne altri.
Non mi faccio castelli. Questo è il periodo delle botte in testa. E fanno molto più male del solito. Sono fragile. Non pensiamoci su.

Ero in anticipo. Dietro alla via del colloquio c'era lo spaccio delle Robe di K. Un altro dei posti dove da un po' io e Fabio dicevamo di dovere andare. Gli eterni rimandabili. É un posto stracolmo di ceste, a loro volta stracolme delle scarpe Superga più improbabili sulla piazza. Le mitiche Superga con i nani prima di tutte, simili a quelle che, quando le avevo comprate tre anni fa, ti avevano fatto rivoltare giù dalla sedia dallo sgomento:
-Quanti anni hai pat?
-23.
-Ma ti pare? Con quelle scarpe?

Io le avevo pagate un sacco, ma davanti a quelle scarpe con Cucciolo mi ero illuminata. Mi capita di rado. Mia mamma l'aveva visto e me le aveva comprate. Mi aveva regalato un momento felice più che un paio di scarpe. Le ho rispolverate in questi giorni. A essere sincera le ho nei piedi.
Comunque, in quel posto: immense ceste di Superga improponibili ai sani di mente, tutte in offerta.
Da perderci la testa, che di questi tempi fa bene non so quanto.

Peccato non ci fossi anche tu, perché ti saresti divertito di fronte alla mia esaltazione momentanea e ti saresti opposto al mio acquisto: delle meravigliose scarpe a 14, 90 euro (N.B.. Ho dato alla commessa 24, 90 e l'ho mandata visibilmente in tilt, ok, lasciamo perdere, che poi divento stronza) con papaveri rossi su sfondo bianco. (Molti papaveri, poco sfondo bianco. Cioè il bianco direi che si intravede proprio se uno si impegna).La fantasia assomiglia alla maglietta che mi ha regalato mamma a Pasqua e che non volevo comprare perché in minuscolo dietro a una manica c'è scritto Armani jeans. Quella maglietta, ora che ci penso, è in una scatola nell'armadio di casa tua: casa tua, che sarebbe diventata casa nostra. Dovrò ricongiungerla alle sue scarpe gemelle. Tempo al tempo.

Comunque cavolate.

Da vera zingara quale sono ho lasciato le Superga nuove a Michele, non potevo andare a fare il colloquio con Superga assurde in borsa, e gli stivali di pelo, che non voglio riportare a Rimini perché, non conoscendo il freddo mi prendono tutti in giro, a casa dai tuoi. Poi recupererò tutto, con calma. Intanto lascio a Torino pezzi di me. Come fossero punti di appoggio per la risalita. Mi vengono in mente le pietre colorate della parete per arrampicare.

Ho dormito nel tuo letto.
Nel tuo letto di quando ci siamo conosciuti. Nel tuo letto lungo, che se no non ci stavi, con la trapunta a scacchi. Nel tuo letto di quando venivo a casa tua e fuggivo prima che tornassero i tuoi genitori dal lavoro. Rimaneva solo il mio profumo. “Iris”. Così mi chiamava tua mamma ancora prima che ci conoscessimo. Iris, così mi sarebbe piaciuto chiamare una figlia, se fosse stata femmina.
E la prima volta che ci siamo incontrate io e Laura, sulla porta, mi sembra ieri, io rossa come le ballerine che avevo nei piedi. Le ballerine che ho preso a Londra nel 2006 e che non ho il coraggio né di mettere né di buttare.
E tu che ridevi.
-Ma lei è così, diventa rossa.
Grande presentazione.
Come fosse la cosa più incredibile del mondo.

E le volte che mi hai fatto diventare rossa apposta, mentre eravamo a tavola con i tuoi, con battutine cretine a sfondo sessuale che a te divertivano e a me imbarazzavano a tal punto che avrei voluto che la sedia sprofondasse nel salotto della signora del piano di sotto.

C'è stato un periodo, il secondo tempo, dopo il primo tempo delle gite in macchina, in cui tu stavi con me fino alle due, alle tre di notte, poi te ne tornavi a casa tua, nel tuo letto. Ben stanco, ma se non ancora felice, soddisfatto.
Mi ricordo che una sera, avevi incrociato tua mamma:
-Ma sei stravolto, cosa ti fa quella lì, ti succhia il sangue? É un vampiro?
Perfetto. Avevo pensato. Iniziamo bene.
Che poi, a rigor del vero, il vampiro eri tu. Che te ne andavi nel cuore della notte, fermandoti a mangiare una pizza o un kebab in corso Sebastopoli prima di tornare a casa.
Poi mi mandavi un messaggio: “Notte polli. Pizza funghi e salsiccia. Sono stato bene.”
Peccato che nel cambio di cellulare i tuoi vecchi messaggi siano andati persi. Tutti.

Poi siamo diventati grandi. Basta fughe di notte, ti fermavi a dormire. Quello che ho sempre amato, fin dall'inizio, era svegliarmi al mattino con te accanto. Stringermi un pochino a te, sentirmi dire:
-scavati!
E tu che ti lamentavi che erano le sette, l'alba, che avevi sonno, che ti facevo caldo, per poi richiamarmi quando prendevi coscienza. O per lo meno quando prendevi parzialmente coscienza.
La piena presa coscienza avveniva verso le undici, dopo mezzo litro di latte marroncino di innumerevoli pugni di coco pops, dopo la loro lenta digestione e dopo la cacca:
-Cacchina o caccona! A seconda dei giorni. Solo allora, si può dire, eri pienamente tu. Fabio.
Ancora adesso appena apro gli occhi la prima cosa che faccio è cercarti con la mano. Lo facevo sempre, per assicurarmi che ci fossi ancora. Che fossi ancora lì. Ora è un gesto meccanico e inutile.
Mi ricorda che tu non ci sei. Che io sono viva. O sopravviva. E che mi devo alzare. E ogni mattina è una pugnalata. Io che allungo la mano, tu che non ci sei. E non è un incubo, né ti sei alzato, incredibilmente prima di me per andare a insegnare Html a Palazzo Nuovo. Non ci sei e basta.
Alzarsi dal letto, vestirsi, lavarsi la faccia e trovare qualcosa da fare: imperativi categorici kantiani.

Ho dormito comunque nel tuo letto. Gran fatica a trovare sonno. Nonostante le gocce, nonostante le coccole di tua mamma, nonostante Siku bello a farmi compagnia. È un Siku viaggiatore ormai.
Guardo spesso la foto che mi hai mandato una mattina che ero uscita presto per prendere il treno.
“Baci da me e siku, :-( ci manchi”. Siete carini.

A proposito di letti. Il tuo letto era sacro.
È vero che i letti di casa mia sono piccoli e traballanti, ma sempre meglio di nulla, eppure da bravo uomo, che se non dorme otto ore di notte, di giorno poi sbarella e da bravo allergico, che se c'è polvere, poi respira male, e da bravo Fabio che un po' rompino lo sei sempre stato, mi facevi una testa tanta, con sti letti.
C'è stato un periodo in cui mi arrabbiavo sempre perché la domenica sera non volevi dormire nel mio letto, ma nel tuo, a casa tua. Perché, dicevi, se dormivi male la domenica sera, e nel mio letto dormivi male perché era corto, ballonzolante, perché c'era la polvere in camera e via dicendo.... Poi eri rincoglionito tutta la settimana.
A me, che quando preparavo gli esami dormivo cinque ore a notte e quando dormivo a casa tua dormivo sul materassino gonfiabile, per di più con un cavolo di cucù molesto che tic tac tic tac avrebbe fatto impazzire anche una persona equilibrata quale io non sono, sembrava assurdo.
Mi arrabbiavo un sacco. Però assecondavo. Spesso la domenica sera venivo io a dormire dai tuoi.
Però la questione cucù, l'abbiamo risolta, nonostante tuo babbo caricasse le sue pigne come fossero figli, io alle undici toccavo il pendolo e....ciao ciao cucù.
Ieri, il cucù, me l'hanno silenziato subito. Ci mancava solo lui. Senza offesa, è carinissimo, ma non adatto ai nevrotici.

In ogni caso ti pare una cosa normale che se la domenica non dormivi otto ore nel tuo letto perfetto, tutta la settimana sarebbe stata condizionata? Un'esagerazione bestiale, o maschile. Che poi è lo stesso.
Io, dormo dappertutto, in generale.
Oppure non dormo proprio, come in queste settimane.
Se dormo dormo, se non dormo, non dormo.
Questioni di letti, mai fatte. Un po' questione di cuscini, ma questa è un'altra storia.

Quando hai fatto la casa nuova, l'unica cosa di cui ti importava davvero era il letto. Il letto e il materasso: assolutamente matrimoniale, con materasso doppio.
-Voglio dormire a stella quando non ci sei e fare l'amore per bene quando ci sei.
Come porre obiezioni?
I primi tempi che dormivi da me, univamo i letti e li legavamo insieme con le tue cinghie per mettere le tavole da surf sul tettuccio della macchina. Così nessuno cadeva nel buco tra i due materassi. Poi ci siamo stufati. L'idea era buona, ma rifare i letti era un delirio e ogni tanto qualcuno si graffiava la schiena con qualche pezzo di cinghia che sbucava da non si sa dove.
Avevi scelto un super letto per casa tua. Si dormiva bene. E si stava bene abbracciati. Senza cadere in nessun buco. Senza che nulla cigolasse. Penso a che fine farà. Mi vengono i brividi al pensiero che altre persone ci dormiranno insieme, altre persone ci faranno l'amore. È troppo brutto. Eppure, è così.
La prima volta che abbiamo dormito nella casa nuova abbiamo mangiato la pizza dell'egiziano di Via Luini dal cartone sul letto e poi sullo stesso letto abbiamo fatto l'amore. Non c'era niente ancora in giro. Nemmeno la cucina, il tavolo, niente. Solo il letto. Io e te. Era stato bello.

I tuoi avevano opposto qualche resistenza al materasso doppio: difficile da portare su, difficile da girare, difficile da rifare. Ma non c'era stato nulla da fare.
Alla fine in qualche modo l'avevate portato su, tu e tuo babbo, quarto piano a piedi; il problema nel rifarlo al mattino, non è si è mai posto, non l'abbiamo mai rifatto per la disperazione di tua mamma. Girare il materasso, non abbiamo fatto tempo. Forse, l'avremmo girato.

In compenso, i miei amichetti e amichette hanno dormito ovunque per colpa tua nelle ultime settimane pur di stare vicini a me che, ingrata, piangevo perché volevo te e solo te.
Ti dico solo, tanto perché tu, ovunque sia (spero in un bel letto comodo disposto a stella come hai sempre sognato, ma a pancia sotto, così mi vedi), che la Michela ha dormito:
Giovedi 20 nel suo letto a Bologna,
Venerdi 21 nel mio letto a Torino con me,
Sabato 22 nel suo letto a Bologna,
Domenica 23 nel letto di Maela a Torino perché io volevo dormire con la mia mamma,
Lunedi 24 nel letto del medico di guardia in ospedale,
Martedi 25 nel suo letto di Riccione con tutti i suoi peluches,
Mercoledi 26 nel suo letto a Bologna,
Giovedi 27 nel mio letto a Torino, anzi nei miei due letti in tre con anche mia mamma,
Venerdi 28 da Michele con Fra e Irene (Michele, nel sacco a pelo da bravo ex Scout sotto il tavolo perché il Suo letto era occupato da tre donne e viste le tristi circostanze non poteva saltare addosso a nessuna di loro),
Sabato 29 a casa mia a Rimini sul materasso per terra in camera dei miei dove dormivano già in tre nel letto matrimoniale.
A queste nottate ne sono seguite altre soprattutto nel letto della guardia in ospedale tra nasi fratturati, tonsille esplose, cisti sebacee da incidere e narici mangiucchiate da cani tignosi disturbati da padrone ubriache.
In tutto questo la mia amica, l'ho mezza distrutta. Difficile sopportare il dolore delle persone a cui si vuole bene senza potere fare nulla per tirarcele fuori.
Le altre amiche sono andate poco lontane da questi livelli. Si è trattato di un nomadismo di soccorso. A capodanno casa mia è stata invasa. Avrei preferito un allegro pigiama party a questo tenero stringersi intorno a questo a dolore che in qualche modo ci ha coinvolti tutti. Coinvolti e sconvolti.
É dura quaggiù.

Sarei voluta andare in macchina a Torino. Io, la scatola con le tue cose, qualche canzone per piangere, qualche canzone per urlare. Che non è giusto. Non è proprio giusto.
Poi i miei genitori, la nebbia, il ghiaccio, le file, l'angoscia. Non c'è stato niente da fare. Non sono in forma. Se lo fossi stata mi sarei impuntata e l'avrei avuta vinta. Invece ho ceduto. Ho preso l'ennesimo treno carico di pensieri. E sono partita.

A casa mia ho diviso i letti. Com'erano prima che ti conoscessi. Uno da una parte e uno dall'altra. Eri tu che mi avevi convinta a tenerli uniti. E così erano restati per tre anni. La stanza ha un aspetto strano. Ho messo la nostra foto di Milano sul comodino. Poi basta. Basta perché non avevo più niente da fare, niente da dire, niente aria per respirare.

Tua mamma sarebbe stata una nonna speciale. Annusiamo la tua giacca quando siamo troppo tristi.

Tuo babbo mi ha accompagnato in stazione. Non eri tu. Ma questo ha aiutato a farmi arrivare con mezz'ora di anticipo e non all'ultimo nano secondo.
Come quella volta per le vacanze di Natale. Io, una valigia rossa immensa, lo zaino, un sacco di plastica di winni the pooh pieno di regali. Mi hai praticamente lanciato sulla carrozza. Me e tutta la mia roba. Ero arrabbiatissima.
Però sapevo di te. Sapevo di Fabio dappertutto. Il tuo odore mi aveva fatto compagnia per tutto il viaggio. Tu mi avevi chiamato mille volte, ti avevo risposto solo a Bologna:
-Sei ancora arrabbiata?
-Sì.
-Io profumo tutto di Pat.
-Io puzzo di te.
-E poi il treno mica l'hai perso.
No. Infatti non l'avevo perso. Ma mi ero arrabbiata. Ci penso ora, seduta su questo treno verso Rimini e mi viene da ridere e da piangere insieme.
Non sai cosa darei per farmi un viaggio di ritorno sommersa dal tuo odore, pensarti mentre fai le tue schedine e saperti tranquillo, a casa, profumato di me, di Iris, di Pat. Immaginarti felice.
Felice come sempre quando ti rimaneva il mio odore addosso per tutto il giorno.

Perché il cuore non è solo nel petto. Ma nei profumi, negli odori, nei sapori. In quei sensi che sottovalutiamo, ma che sono i primi a comparire e gli ultimi che ricordiamo quando, alla fine, ce ne andiamo.
Io spero che ti sia arrivato il mio profumo familiare. Che qualcosa il tuo naso abbia sentito di tutto l'Iris che mi spruzzavo in quei giorni mentre mi vestivo per venire da te in ospedale.
Non ti ho potuto salutare, mi dispiace, soltanto dolcemente stringerti in un abbraccio profumato un'ultima volta.

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Comments

Ari...Le scarpette nuove (che apprezzo molto!) sono piene di rosso mica per caso.
Sono le scarpette di Dorothy, che quando batti i tacchi voli a casa.
Tu batterai i tacchi e sentirai forte SOLO i ricordi buoni. Quelli che insieme alle lacrime fanno venire a galla un sorriso.
Come il pensiero di Fabio che dal suo letto a stella lassù, ti ha fatto la pernacchia mentre frugavi nella cesta pullulante di meraviglie superga.
Ma poi le ha accettate di buon grado. Come quelle di Cucciolo. Una quieta tolleranza. Una punzecchiatura qua e là. Tanto, infinito, amore.

Carissima Arianna sono capitata sul tuo sito quasi per caso e mi sono profondamente commossa. Nel tuo modo di scrivere c’è una forza e una sensibilità non comune. Coltiva questo tuo dono che è, e sarà una risorsa davvero speciale. Abito con la mia famiglia in Corso Salvemini 54E quindi Fabio lo conoscevamo: siamo ancora increduli e un velo di tristezza è sempre presente, ma ci imponiamo di pensare a lui come eravamo soliti vederlo: pieno di entusiasmo, sorridente e pronto a scambiare quattro chiacchere davanti all’ascensore o nel cortile … Per la mia bimba che ora ha dieci anni Fabio rimarrà il suo eroe buono che la scorsa primavera ci ha aiutato a riportare alla sua mamma e al suo nido un uccellino che era caduto accidentalmente nella rimessa.
Nell’amore degli affetti più cari o semplicemente nel ricordo di chi come noi lo conosceva appena Fabio continuerà a vivere. Un grande Abbraccio

Infatti, lo era, un buono. Con gli occhi blu.

...contenta che il colloquio sia andato bene... ma non troppo, in verità... io un pochino ancora ci spero di portarti a Heidelberg...non è che voglia farti pressione ora con questa cosa, però quando torni e ci vediamo quella famosa sera ne riparliamo un pochino per benino, eh! anni fa dicevo che volevo fare di Torino il centro da cui partire infinite volte, e sta effettivamente diventando un po' così per me. Insomma, volevo dire che ti aspettiamo da queste parti... facci sapere quando arrivi! un abbraccio bello, d. & a. (che vuole farti sapere di essere stata brava oggi al concerto del papà, anche se non è proprio vero... e poco fa ha di nuovo affondato un attacco pro-cioccolato andato a buon fine)

Mi ha molto colpita leggere quest'elegia degli odori; non ne parliamo mai, quasi temessimo di essere i soli a sperimentarne quelle evocazioni capaci di schiantarci, come se gli altri non potessero crederci. O forse non ci piace pensare che l'olfatto passi attraverso le poco nobili narici: scarsamente gettonate tra i poeti, sempre troppo sottili nei nasi delle Madonne rinascimentali. Io amo molto questo senso così primitivo, che spesso mi dà uggia ma talvolta anche veri soprassalti; però non trovo mai gli aggettivi giusti, oppure il momento adeguato per parlarne. E' un po' appunto come la cacca, riservata nella sua fenomenologia solo a due o tre intimi. Per questo trovo commovente come tua abbia reso onore a Fabio nell'interezza della sua umanità, che solo il sapere molto sentire (alla faccia della Holden-un inchino a Fedor D.) dà ali alle parole.

Emozionante come sempre..