TRE ANNI E UN MESE. MILANO, FORSE NO.

Oggi sono stata a Milano.
Ho dipanato la matassa dei miei pensieri confusi sulla capitale lombarda: a Milano, ora, non vorrei tornare. Chiedo scusa alle mie amiche che ne sarebbero ben felici. Ma, no, non sono affatto pronta.
Non ho energie per la città dei miei ventanni. Ho un quarto di secolo, adesso.

Io voglio tornare a Torino. Prima possibile. A Torino.
Avevo un colloquio che resterà un colloquio. Non mi importava prima di farlo e non mi importa ora che l'ho fatto. E se la Fornero, di noi giovani, dice che siamo choosy, lo dica pure.
Tanto essere choosy se non ti pagano, penso non sia un delitto. Solito stage, soliti tre mesi, solito rimborso zero.
In più la tipa che continuava a farmi un elogio smodato del proprietario dell'Agenzia, quasi fosse Dio in terra. Di me non ha chiesto nulla. Chissenefrega, tanto non mi assume.
Ho detto “ciao ciao” e ho pensato “te fioc”. Espressione colorita della romagna da osteria che insomma... non fatemi tradurre. Ho una mia reputazione da difendere.
Fuga immediata.
Cioè immediata no, avevo il treno alle sei e mezza e due amiche a mia completa disposizione, tanto valeva farsi un giro.
Fabio.
Ho pensato a te tutta la mattina.
Tu non volevi che andassi a Milano.
-Pat, a Milano no. Io non voglio.
-E tu chi sei per proibirmelo? Vedi un anello?
-Si quello che ti ho fatto con la stampante 3D.
-Ah già.
-Io ti voglio bene, resta qui con me.

Per ora niente Milano per vivere. Però c'era la Milano dei saldi. L'ideale per una che al momento vorrebbe vivere in un bozzolo senza rumori e senza casino. Però saldi c'erano e saldi furono.

C'eravamo stati il 9 dicembre, a Milano, io e te, Fabio. Una gita a vedere Picasso. Un giro con il nuovo Italo treno. Per festeggiare i nostri tre anni insieme. Il giorno prima ti avevo regalato tre cuscini per il divano. Tre simbolico. Mi sembrava un numero fortunato, bello, tondo. Avevo la sensazione che ci avrebbe portato fortuna. Faceva freddo, ma c'era il sole. Abbiamo delle foto bellissime di noi due che guardiamo il Duomo, bellissimo anche lui. Abbiamo le berrette. Siamo carini lo stesso.
La berretta blu che ho addosso in quelle foto l'ho persa una sera in ospedale da te. Ho provato a ricomprarla alla Benetton, mi è venuto un attacco di panico. L'ho lasciata lì. Resterà nelle foto.
Le ultime foto.
Ne avevo incorniciata una, pensavo di portarla a casa tua. Non so se tenerla sul comodino o metterla nella scatola.
Nel comodino, se il cuore regge. Resterà lì.
Ieri mattina Milano era un mare di nebbia. Uscendo dalla Metropolitana si vedeva a stento il duomo. Invece, quel giorno, quasi un mese esatto fa. Il duomo brillava di luce. Ci eravamo incantati.

I saldi dicevo: è stata dura lasciarsi andare, comprare qualcosa di carino, pensare a me. Ogni cosa mi parlava di te. Ogni vestito mi urlava il tuo commento. Il tuo parere su ogni cosa. Come sempre.
Non ho provato quasi nulla. Non mi piaceva l'idea di vedermi con qualcosa di nuovo.
Mi guardo allo specchio e quasi stento a riconoscermi. Mi mancano gli occhi con cui mi guardavi tu. Gli occhi che si aggiungevano ai miei. Gli occhi che mi vedevano bella sempre e comunque.
Mi manca essere mangiata dai tuoi occhi blu.
Senza di loro vedo tutto brutto. Brutto, era una parola che usavamo spesso.

Ti dicevo “brutto” quando mi facevi arrabbiare, come i bambini che lo usano al posto di cattivo, e ti mandavo la faccina di skipe, quella che vomita verde, e tu in risposta mi mandavi il braccio con il muscolo per smentire il mio brutto.
Erano conversazioni cretine. Eppure quando vado a rivederle mi strappano un sorriso.

Nonostante mi sentissi brutta abbastanza, i saldi di Intimissimi non potevano essere ignorati. Mutande servono sempre e poi a Minta, la gatta, i reggiseni che spenzolano ad asciugare sullo stendino piacciono da impazzire. Qualche tentativo di arpionarli lo fa sempre, fortuna che a Villa Spoletti girano pochi pizzi.

Sono sincera. Ho comprato cose utili e decisamente caste rispetto a pizzi, veli e trasparenze che pullulavano sulle grucce, ma quando sono uscita dal negozio ho pensato che mi sarebbe arrivato un fulmine a ciel sereno dritto in testa. E che l'avresti mandato tu.
Ti ho pensato modello Zeus dell'olimpo, con mezzosangue pugliese, mentre mi mandavi un fulmine o un anatema per i miei acquisti Intimissimi. Perchè non mi hai colpito?
In ogni caso, le mie cose nuove sono solo per me. Delle mutande dovrò pur mettermele sotto i pantaloni? O no?

Tutte le volte che passavamo davanti alle vetrine di Intimissimi mi dicevi:
-Io se ti mettessi una cosa così ti salterei subito addosso.
-Perché così?
-Anche.
Appunto.
Comunque ti ho immaginato arrabbiato e geloso. E ho sorriso. Poi ho pure pianto. Ma non fa niente.
Ho la lacrima in tasca. Sempre pronta.
Comunque la cosa più interessante dei saldi sono le russe. Periodo di crisi, le russe comprano. Ma che gusti! Da Zara c'era troppa gente, mi sono seduta sulle panche bianche all'ingresso insieme a padri scoglionati e bambini agitati e mi sono goduta un po' di sfilata. Le migliori quelle dell'est: bionde, boccoli impossibili, pellicciotti con frappe (credetemi esistono), scarpe dorate, tacchi vertiginosi. Al seguito uomini tamarri usati come reggi pacchi e reggi borse.
Forse stando seduta su quella panchina per un'oretta, la mia mente avrebbe smesso di pensare a te.

Milano ora non è compatibile con il mio mondo interiore. Il mio è un mondo che va a rallentatore. Le cose veloci, gli appuntamenti ravvicinati mi mettono in agitazione. È come se tutto seguisse il ritmo lento del mio distacco da te. La lentezza dei tempi tecnici dell'ospedale che in qualche modo sento ancora dentro.
É tutto lento come l'attesa di quando ti hanno portato via. I medici, gli infermieri, la preparazione, l'equipe del trapianto che non arrivava mai. Mai. Mai. Il mondo si fa più lento nel dolore. Una moviola straziante. Ti ho stretto un piede che sbucava dal letto troppo piccolo. Fino alla strappo.
Un attimo. Veloce, deciso. Una marcia verso la sala operatoria al piano di sotto e poi più nulla.

Mi accorgo dei miei movimenti lenti: prendo coscienza dei passi più cadenzati, della mia camminata cauta, saggia, del modo diluito con cui accarezzo il gatto, dei gesti misurati con cui faccio il te la mattina o con cui mi metto il profumo. Del mio modo di darmi la crema, a movimenti circolari. Cerchio dopo cerchio. Lenta, finché non si asciuga. È come se questa massa di dolore rendesse ogni movimento più difficile, impacciato, pensato.

La Befana mi ha portato il talco alla viola dell'Erbolario, lo volevo un sacco. É come se quel batuffolo lilla appoggiato piano sul collo riuscisse a lenire un po' il dolore. Sembra stupido. Come il “pat pat” sulle spalle da parte di qualcuno. A me il “pat pat” sulla spalle mi fa venire il nervoso. Ho messo una bolla di sapone intorno al mio corpo per non crollare sotto gli abbracci sbagliati. Ma il batuffolo lilla che passo vicino allo sterno alla sera, dopo che ho tolto la collana con i tuoi due anelli, mi sembra il tocco soffice di un pensiero felice. Il bacio di un bambino.
Lì, in quel punto dove le ossa si incontrano e sporgono c'è qualcosa di magico. I tuoi anelli che tintinnano, le mie dita sottili che li toccano e li stringono come a verificare che sia tutto a posto, il talco alla viola prima di dormire. Quello è il punto dove un giorno tornerò a respirare. Lì un giorno tornerò a sentire i battiti del mio cuore. Lì è dove sei tu. E ci sarai per sempre.

Per il resto saldi deludenti. Se prima comprarmi una cavolata nuova mi faceva felice per almeno due giorni ora è tutto diverso.
Quando sono tornata a casa con le pantofole bianche a forma di orsetto ero così contenta che ti ho pure contagiato:
-Pat scodinzoli?
-Di brutto!
-Sei carina quando scodinzoli.
Tua mamma si arrabbiava quando dicevi che scodinzolavo. Perché, non ero mica un cane, io però l'ho sempre trovato affettuoso. Un cane l'avremmo avuto prima o poi. Tu un Pastore tedesco, io un Setter irlandese. A quel punto, noi avremmo dovuto dormire sul pianerottolo.

Ieri ho sentito Aurora per telefono. (Se non sapete chi è Aurora andate a leggere il mio chi sono!).
È stata la cosa bella della mia giornata. I bambini hanno una capacità di diffondere buonumore ed energia positiva sempre. Anche se l'energia è capricciosa. In ogni caso è vitale. Mi ha detto quattro frasi, prima di stufarsi, tra cui ovviamente che era arrivata la befana:
-Anche da me è arrivata la befana, Aurora.
-A me ha portato i cioccolatini.
Dopo di che è sparita, perché le era venuto in mente il cioccolato della befana e aveva pensato, giustamente, che con un attacco pre-cena a sua mamma, un pezzo di cioccolato sarebbe riuscita ad ottenerlo all'istante. Io ho fatto due chiacchiere con la mamma, ci siamo date appuntamento a Torino. Più presto che tardi.
Tempo tre minuti, il telefono squilla di nuovo, sullo sfondo un'Aurora innervosita.
-Aurora si è arrabbiata perché ho chiuso senza che ti salutasse.
-Passamela.
-Ciao Aurora.
-Ciao.
Fine.
Fantastici i bambini. Come si fa a non amarli. A non volerli? Si fa. Non so come.
Così come non so come si fa a continuare senza di te. Ci fosse un manuale di istruzioni. Continuano a dirmi che si fa. Il come nessuno lo sa.

Alla fine oggi pomeriggio ho comprato oltre alle mutande un paio di guanti. Hanno la faccia di gattini. Sono infantili. Tu avresti disapprovato, ma io ho sentenziato che almeno quelli mi stavano bene. Benissimo.
Come fanno a starti male un paio di guanti?
Ecco, appunto. Risposta esatta.

Otto gennaio. Oggi sarebbero tre anni e un mese. Ma noi i mesi non li contavamo più. Nel futuro che immaginavamo non avrebbero avuto valore. Ora, mi accorgo che un mese di più può essere una vita intera. Mi manchi.

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Comments

è sempre bello leggerti.

Non ci sono mai quando vorrei esserci, quando dovrei esserci. Forse, semplicemente, in questi momenti non so mai come esserci. Ieri sono tornata e sono venuta qui. Ho letto, ho pianto e non sono riuscita a scrivere nulla. Ci provo oggi. Ho trovato quello che già sapevo: il dolore, il ricordo e la speranza che il tempo ("il tempo scorre") possa alleggerire questo ricordo oggi così pesante, ma così prezioso.
Il nostro diario di viaggio racconta di posti mai visti e racconta di Arianna e Fabio proprio nei giorni in cui volevamo esserci. Eravamo con voi in una pagoda troppo vuota, in un tramonto pensieroso, in una cena troppo silenziosa, in un acquisto troppo meditativo, in due parole scritte alle 22,38 del 27/12/2012 "Ciao Fabio".
Grazie Arianna per tutto quello che ci trasmetti nelle pagine di questo sito. Noi speriamo solo che un giorno, di tanta sofferenza, possa restare solo la dolcezza di questa grande storia d'amore.

Ma tu sei una zia speciale. Ed eri in un posto magico. Ci sarai presto. Ho voglia di vederti e di abbracciarti

E dopo un anno, fa sempre lo stesso effetto. Forse con meno tremore ed una mente un po' più lucida. Un abbraccio, come sempre.