MAL DI MACCHINA. MAL DI TE

Ieri sono venuti Michele e la Michela. Armati di buonissimi propositi: tipo le terme o un giro in bicicletta.
L'idea bicicletta è morta con me. Troppo esausta per una pedalata. Troppo senza cibo vero. Troppo senza voglia.
L'idea terme è morta insieme a un ciclo imprevedibile di cui gli uomini non tengono conto e che di solito compare nei momenti meno opportuni.
Se faccio mente locale alle vacanze con te, mi rendo conto che tutte le volte che mettevo piede sopra a un aereo o sopra una macchina con destinazione diversa da Torino centro mi venivano le mie cose. Con mal di pancia e umor nero annessi e connessi. Ovviamente sono stata presa in giro all'inverosimile per questo, da te.
-Almeno non sei incinta.
Mi dicevi, poi ci pensavi:
-Anche se... un bel bimbo con gli occhi azzurri come i miei!
-Sarebbe una bimba.
-Certo che no. L'importante è che non abbia il tuo naso.
E via... Come chi pensa più in là. Troppo in là.

Altra presa in giro che ho sempre dovuto sopportare, oltre al fatto che in aereo io divento narcolettica causa sbalzi di pressione e dormo tutto il tempo senza riuscire a sollevare la testa, era il mal di macchina.
La macchina mi ha sempre fatto venire mal di stomaco. Di più da quando, abitando a Milano e poi a Torino, e non viaggiando in macchina da circa sei anni, mi sono totalmente disabituata all'andatura di quel mezzo di trasporto.
A dire la verità mi fa venire il mal di mare anche il treno se viaggio a rovescio, anche mia macchina quando la guido io.
Le montagne russe, le torri gemelle di Mirabilandia, gli scivoli veloci dell'Acquafan, quelli no. Nulla.
La bici è il mio unico mezzo di locomozione fuorisede. Quando torno a Rimini, estate o inverno che sia, prediligo la mia vespa 125 alla quattro ruote. La amo. È mia (in realtà è intestata a mio babbo, ma è mia). Mi arriva il vento di mare in faccia, e non devo impazzire per parcheggiare.
Parcheggiare? Mai imparato.
Quando avevo la Panda, la mia prima macchina, ho più volte fatto gli occhi dolci a qualche giovincello di passaggio chiedendogli se, gentilmente, poteva parcheggiarmi la macchina.
Nessuno mi ha mai detto di no. Mai. Orgoglio maschile ai massimi livelli è quello che può dimostrare a te donna, carina, di 19 anni che non sarai mai in grado di parcheggiare non una macchina qualsiasi, ma proprio la tua.
Che poi la panda senza servosterzo non era proprio facile da parcheggiare.
Comunque, Fabio. Non sai quanto mi sarebbe piaciuto che fossi stato tu a insegnare a guidare alla Luci questo Natale. Dovrò farlo io e sarà la peggiore scuola guida della sua vita. Almeno una delle sorelle si sarebbe salvata se tutto fosse andato come doveva andare.

Ti dicevo sempre di andare piano. Di fare le curve piano. Tu mi guardavi come un'aliena. Tu, che la macchina l'hai sempre avuta. Che quando ci siamo incontrati avevi la Marea. La mitica Marea: -Torino-Gran Canaria andata e ritorno.
Forse è la prima cosa che mi hai detto quando ci sono salita a bordo. Della serie: “Porta Rispetto”. L'unico oggetto verso cui avessi mai mostrato un attaccamento sincero. Oltre al pc. Ovviamente.
La Marea che ci ha portato a Stupinigi la prima volta che siamo usciti insieme. Era l'8 dicembre. C'era una nebbia bianca e densa. Abbiamo visto solo la cancellata. Poi tu mi hai postato su facebook Stupinigi estiva. Era lì che volevi portarmi.
La Marea dei nostri primi incontri, dei baci in macchina. La Marea di quando ai sette campi in via Unità d'Italia, sotto un temporale furioso e fulmini da guerra abbiamo rischiato di rimanere invischiati nel fango. Ci siamo guardati:
-E adesso?
-E adesso chiamiamo mio babbo che ci venga a tirare fuori!
-Ma per carità.
Io ero già morta di vergogna. E Fabio giù a ridere.
-Preferisci che ci trovi domattina un contadino sul trattore?
-Alla grande.
E giù a ridere ancora. E la ruota che non si muoveva.
Poi non ci abbiamo più pensato alla ruota nel fango. Abbiamo guardato i fulmini che squarciavano il cielo. Era sublime. Tu avevi paura.
-Polli (ai tempi ero Polli, poi Pat, poi Pash dopo il Portogallo), mi sembra un po' da fuori di testa questa tua passione per i temporali da vedere in macchina.
-Ma no, è tanto bello.
-Allora baciami.
Allora ti baciavo. Ed era ancora più bello.

E poi la ruota con qualche sforzo si è tolta dal fango. E non abbiamo chiamato tuo babbo. Io mi sarei vergognata a morte, tu, dicevi che tuo babbo sarebbe stato orgoglioso.
-Sai, polli, orgoglio maschile. Capisci?
-No.
E ancora a ridere.
Orgoglio maschile che se il fischio maschio va in giro a fare conquiste nella Marea il padre, del suddetto figlio maschio, deve essere orgoglioso e quello della figlia femmina dovrebbe chiuderla in casa a vita.
Questo, a grandi linee, l'orgoglio maschile.
Che temporali abbiamo visto. Dovrei lasciare una rosa per te in quella via. Qualsiasi fiore che ricordi che noi ci siamo stati e ci siamo amati.
Non ci siamo più tornati, è poco lontano da dove sorge l'inceneritore. Ti dava fastidio. Troppo fastidio quella torre che avrebbe bruciato e intossicato mezza città.

Eppure i fulmini che squarciavano il cielo in quel posto dove non c'erano che campi e qualche prostituta a caccia di clienti, quei fulmini sono gli stessi che adesso mi squarciano il corpo da capo a piedi.
La tua morte. Un fulmine a ciel sereno. Senza il temporale. I temporali che piacevano a me e e che poi sarebbero piaciuti anche a te. Perché era più facile portarmi a fare l'amore da qualche parte in macchina se pioveva.
Temporali complici dell'orgoglio maschile.

Ieri abbiamo fatto un giro in macchina. Stavamo tornando da Cattolica, alla radio c'era Piazza Grande di Lucio Dalla, io avevo le lacrime in faccia e lo stomaco in gola: “Lenzuola bianche per coprirci non ne ho sotto le stelle in Piazza Grande, e se la vita non ha sogni io li ho e te li do”. Grazie mille.
Eppure con le lacrime agli occhi e il naso piantato al finestrino mi è venuto da ridere.
Ti ricordi il nostro ritorno dal Portogallo. Partenza da Toulouse alla sei di sera, la mia cena a base di indigesti biscotti francesi puro burro?
Eri stanco morto dalle giornate di conferenza. Dalle nove ho guidato io. Tu dormivi e ti lamentavi che faceva freddo. La strada era buia, abbiamo visto due cinghiali, due lepri, due volpi rosse. Sembrava di essere in un altro mondo. Un mondo di natura, di animali. Un mondo senza uomini. Per fortuna il navigatore non ci ha tradito.
La strada era tutta a curve. Stretta. Ostile, se non fosse stato per tutte quelle presenze che comparivano all'improvviso davanti agli abbaglianti. Eravamo l'elemento disturbante di quel pezzo di mondo, incuneato tra i monti, vicino al lago.
Sono arrivata fino a Savines-le-lac, non so come senza addormentarmi e con un mal di testa feroce. Siamo scesi un attimo. Una boccata di aria.
Era il tuo lago. Quello di tuo babbo. Il lago del windsurf, del vento. Avevamo passato un bel week end in tenda prima dell'estate, a giugno. Volevi ricominciare con le vele, visto che senza oceano nei paraggi, il surf era difficilmente praticabile.
Abbiamo respirato un po' di aria fuori dalla macchina. Iniziava il tratto delle curve. Io non volevo più guidare. Tu volevi che imparassi.
-Pat impara a guidare in montagna. Non è difficile.
-Ma manco morta, imparerò un'altra volta, sono le tre di notte.
Invece, non imparerò mai. E se imparerò non mi insegnerai tu. Non siamo mai andati in montagna insieme, sulla neve. Non ti ho mai visto sciare. Sarà un ricordo mancante.

Alla fine sei partito tu. La strada la conoscevi bene. Andavi forte, non come un matto, ma come uno che sa guidare in montagna e conosce la strada: per il mio stomaco era troppo forte.
Avevamo la macchina piena di sabbia, le infradito nei piedi, la canottiera con sopra la felpa, e sopra il cappotto. Le montagne erano alte e fredde, era già settembre, da Torino arrivavano i messaggi dei tuoi genitori. “piove e piove. Dove siete?”. Da Milano quelli della Francesca: “Non tornate, qui c'è da mettere le radici. Piove a dirotto”.
Ci stavamo già deprimendo. Il termometro della macchina segnava tre gradi.
Tu ascoltavi musica da discoteca per tenerti sveglio, ti eri bevuto l'ennesima cocacola e sfoggiavi la tua guida sportiva. Non avevi voglia di tornare a Torino.
Io stavo morendo di mal di stomaco più che di sonno. Appena superata Claviere ti ho implorato di fermarti.
Hai accostato, un po' scocciato, io mi sono catapultata fuori dalla macchina in infradito. Tre gradi. La notte nera. La pioggia sottile. Mi sono seduta su un muretto e ho vomitato i biscotti al burro ancora a forma di fiorellino, tali quali li avevo mangiati dieci ore prima.
Tu, col cavolo che sei uscito dalla macchina, non dico a tenermi la fronte, ma, insomma, un minimo:
-Pat ma cosa fai vomiti?
-Secondo te?
-Ah ah, ma dai roba da matti. Come sei messa? Sono due curve. Torna dentro che fa freddo!

Sono tornata dentro, congelata, stanca. Ti ho guardato e ho pensato che ti avrei fatto tornare indietro. Indietro ancora verso il Portogallo, verso l'oceano, verso il mare. Il nostro mare. I nostri mari. Ogni mare sarebbe stato casa. Ma non si poteva.

Se avessi saputo che sarebbe stato l'ultimo viaggio con te, allora sì ti avrei fatto tornare indietro. Saremmo rimasti abbracciati, sporchi e insabbiati sotto una tenda decathlon accanto all'oceano.
E saresti morto così. Un giorno, tra le mie braccia, sul mio seno. Su una spiaggia bella. Con le onde giganti e il rumore dei gabbiani.
Come nella canzone di Mina che tante volte ti ho sussurrato in quel letto di ospedale: “...stretto al mio seno freddo non avrai, no tu non tremerai, non tremerai”. Sarebbe stato vero.
Quante volte ti ho sussurrato queste parole. Ci ho messo tutto l'amore del mondo. Mi dispiace di non essere arrivata in tempo. Dannatissima bicicletta. In tempo per vederti sveglio. Per dirti sono qui. In tempo per un sorriso.
I miei stanno pensando di comprarmi la macchina. Forse sarei riuscita ad arrivare. Ora non la voglio più.

Penso a quella notte, su quella montagna, a te che mi urli: “Vomiti?”. Penso alla macchina sporca di sabbia, alle infradito nei piedi con tre gradi di fuori, al mare negli occhi che ci è rimasto per mesi.
Penso che quella è la felicità. E che forse noi non ce ne siamo accorti fino in fondo.
Penso al tempo che ci abbiamo messo a ripulire la macchina di tuo babbo. E ancora trovavamo granelli di sabbia. Penso che non ci sei più. Ed è quello a cui non devo pensare.

Oggi ho comprato un'altra scatola per le tue cose. Una casa in una scatola. Deve entrare tutto lì dentro. Tutto te in una scatola. Il resto dentro di me. L'ho comprata in un negozio a Bologna dove nei miei sogni avrei comprato metà (almeno metà) degli oggetti per casa tua. Era pieno di aggeggi vari della Coca Cola. Non ne bevo da una vita. Forse non ne berrò mai più. Ti sarebbero piaciuti.
Sarei voluta uscire di lì con mille cose colorate e preferibilmente inutili. E avrei voluto telefonarti per dirti che avevo comprato questo e quello. E avresti avuto obiezioni probabilmente.
Invece sono uscita con una scatola. E ovviamente ho pianto tanto.
Andando verso casa mi è venuto mal di stomaco. C'era un tramonto rosso da apocalisse.

E in questa apocalisse io avrei voluto essere lì, al Monginevro, mentre tu mi urlavi dal finestrino di tornare dentro. Al caldo. Vicino a te.

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Comments

E' vero, come dicevano i saggi, che la morte illumina la vita; e se la vita ha avuto anche solo un barlume di grazia, questa è un dono per chi resta.
Così da grandi, da vecchi, non credo sia tanto il potere attingere a un folto repertorio di memorie felici a riconciliarci con il nostro destino - qualunque esso sia - ma quella grazia che intanto abbiamo fatto nostra e che opera in noi senza che magari nemmeno ce ne rendiamo conto, che ci rende più ricchi di umanità e capaci di evoluzione.
E' raro essere tanto amati quanto lo sei stata tu - detto con invidia ammirata - e in quell'inarrivabile perfezione del sentire che si produce solo nella giovinezza. E' una grande e vitale responsabilità, anche; ma credo sia un viatico decisivo per guadagnarsi una vita e una coscienza serene.

Io ho scoperto questo blog per caso. E leggerti è stato come andare a sbattere contro una porta a vetri, che ti sembra che non ci sia e invece ci sbatti contro e ti fai anche un male cane. Trasparente, che ci vedi al di là. Che non si rompe, ma che ci sbatti contro e ti fai male. Le tue parole mi lasciano senza fiato. Le tue parole mi hanno lasciata senza parole. Per il dolore che traspare, ma soprattutto per la forza che trabocca. Ho vissuto un dolore simile una volta. Solo che non sono riuscita a dire alla persona che ho perso che la amavo. Mi ero decisa, sai? Cambio vita. Che vita è stare con uno che non ami e alzarti due ore prima per andare al lavoro da due anni solo per vedere passare “quello là”? No, basta, mi dicevo. Io do il giro a tutto (come diciamo a Torino) e domani glielo vado a dire, che lo amo. L’indomani iniziava l’anno nuovo. E lui non c’era più. E io l’ho saputo dal tg. Ho sentito il nome che per me aveva mille significati, pronunciato dal giornalista del Gr locale. Il nome della persona che amavo di nascosto, perché non ho avuto il coraggio di “dare il giro a tutto”, pronunciato come fosse niente. Un nome che era solo l’ultimo della lista, il bollettino dei morti negli incidenti stradali a Capodanno. Ho letto che ti fanno schifo gli spaghetti. Io li amavo e stavo mangiando un piatto di spaghetti in quel momento, quando “mi è morta la vita”, così ho pensato. Gli spaghetti ovviamente non li ho mangiati più, per mesi. Volevo solo dirti che l’Amore che gli hai dato è immenso. E glielo hai cantato, fino alla fine. Non hai il rimorso che ho io. Sei immensa. Scusami. Ciao.

Ciao Eli.
Nessuna scusa.
Io non ho nessun rimpianto. E nessun rimorso.
Lo amavo e lo sapeva.
Questo è bello. In tutto questo schifo.
Ti abbraccio

Questo é bellissimo. In tutto questo schifo. Sì. Un abbraccio a te.