CHISSA' COSA FARO' QUANDO AVRO' TRA LE DITA L'INCREDIBILE VITA

Amore mio.
Buone Notizie.
Ti hanno preso il Paper in Algarve. Quello che avevi fatto in un giorno solo. Un concentrato e velocissimo copia-incolla di un paper vecchio che non ti avevano preso e che tu ritenevi valido.
Avevi ragione. Ma non potevi farci niente. Ti avevo dato un bacio. Eravamo al bar vicino a casa tua in via Gorresio.
Ti eri deciso a consegnare questo solo perchè era in Portogallo. E in Portogallo, secondo te era destino che ci tornassimo. Dicevamo, non l'estate che verrà, per quella avevamo in programma l'Indonesia, ma quella dopo ancora. Chissà. Ci andiamo in aereo però. Ci vedevamo già troppo vecchi per i cinquemila km in macchina dell'estate scorsa. Quanto abbiamo guidato. Avevamo il mar di terra.

Poi avevi letto di questa conferenza in Algarve e ti eri esaltato.
Te l'hanno preso.
Saremmo partiti io e te. E le Tavole. E le Mute. Due tavole. Due mute. Quella vecchia e quella nuova, che l'oceano portoghese, come avevamo scoperto, è freddo da far diventare blu la pelle.
E la maglia gialla da mettere sulla muta così vedevo che non eri morto. E la videocamera.
-Mi fai i video pat. Io surfo e tu mi fai i video.
-Manco Morta. Tu surfi io leggo i miei libri.
-Allora non ti porto.
-Allora ti faccio i video.
-Ma Pat. Tutti questi libri per una settimana? Io li leggo in una vita. Te li scarico all'Autogrill.

Che bello sarebbe stato l'Algarve fuori stagione. Era destino che non ci tornassimo. Né tu da solo, né noi insieme. Però oggi ci sarebbe stato da festeggiare. Un'altra pubblicazione in un anno scarso di dottorato. Eri bravo. Un po' nerd, sicuro, ma stavo imparando a capire cosa volevi anche solo guardando i tuoi occhi blu assenti davanti al pc.
-Fabio, sei un cretino, non ti voglio più bene, mangiamo passato di verdura, ti cavo le pupille dagli occhi. Ok?
-Ok.
Poi io ridevo. Tu capivi.
-Cos'hai detto?
-Nulla. Ti voglio bene. Però apparecchi tu.

Stamattina quando ho letto la mail di ammissione mi è venuta una gran rabbia.
Perchè oltre all'amore, oltre al dolore del cuore, c'è quello del cervello. Del tuo cervello. Che doveva andare avanti a studiare tutte quelle cose strane. Gli Arduini, le schedine, i sensori. Il tuo mondo.
Mi sembra tutto ancora più ingiusto. Tutto ancora più sprecato. Le domande non aiutano. Il senso, questa vita, non ce l'ha. Vasco Rossi docet. Fa strano, ma ogni tanto docet proprio.

Il tempo al momento non aiuta.
La tua mancanza cresce in modo esponenziale.
Mi manchi di più ogni giorno che passo lontano da te. Dovrei dire senza di te. Il tuo lontano ora, è diverso dal mio. Il tuo lontano è un altro mondo, un altro viaggio. Il tuo lontano è un non ritorno.
Il risveglio è il momento più brutto della giornata. Perché dal sonno bisogna tornare vivi.
Non mi rendo bene conto, è come se fossimo separati per le vacanze o per lavoro. Come quando d'estate io tornavo a Rimini prima di te e tu stavi a Torino. Il primo giorno mi mancavi poco. Il secondo di più. Il terzo ancora di più. E poi iniziavi a mancarmi tanto. Troppo. Ogni giorno che non ti vedevo un po' di più. Non vedevo l'ora che arrivassi.
E ora uguale. Vorrei vedere la tua macchina sbucare da in fondo alla via, correre giù dalla scale e saltarti addosso.
-Pat, pesi! Sono tutte quelle piade che ti danno qui a Rimini.
Sempre gentile. Il tempo non sopisce nulla. Nulla perdona. Il tempo passa e mi manchi più del giorno precedente. Oggi più di ieri, meno di domani.

Cerco di tenermi occupata.
Mi sorprendo a sorridere con tenerezza a certi pensieri volanti di te e dopo un minuto piango disperata.
Faccio un sacco di docce.
Accendo la musica, radio Subasio o un cd carino, accendo lo scaldino elettrico, apro l'acqua tutta calda, prossima alla temperatura di ebollizione ed entro in doccia. Fumo e lacrime. Il caos primordiale nel mio cuore che ribolle di sentimenti forti e contrastanti.
Tu avresti detto che il mio consumo energetico sarebbe stato vicino alla soglia di uccisione del pianeta. Avresti aperto lo sportelletto del contatore elettrico e mi avresti detto: “Consumo al 90 per cento, qui bisogna tirare la cinghia”. “Che palle”. Ti avrei urlato dalla doccia.
Che palle doppiamente, perchè a casa tua una doccia decente non c'era verso di farla. Con l'acqua calda e la pressione che andavano e venivano a loro capriccio. Io mi congelavo sempre.
-Dai pat, non te la prendere. Poi ti scaldo io!

In questi giorni mi dedico a docce consumistiche. Se mai scriverò altro oltre a questo blog potrei scrivere qualcosa che si chiama “L'Arte di Piangere sotto La Doccia”.
So tutti i segreti. Tutti i trucchi. Poi esco e mi dico: Basta! Ora Basta! A volte funziona, a volte no. Se mi spalmo la crema non funziona mai. Il movimento della crema spalmata sulle gambe fa piangere. Sembra fatto apposta.
E allora ci sarebbe anche il seguito, di solito molto amato dai lettori: “L'Arte di Piangere anche fuori dalla Doccia”. O “L'Arte di piangere spalmandosi la crema”. Sarebbero sempre più interessanti delle mille sfumature di non so quale colore, romanzi erotici per tardone assatanate. E qui chiudo.
Mi faccio anche tre docce al giorno. Mi cadrà la pelle a un certo punto. Tra l'acqua calda e l'assenza di crema, mi sorprenderò per l'effetto lucertola.

Stasera ho pianto sotto la doccia ascoltando una canzone di Pierangelo Bertoli che avevo già ascoltato in macchina e che già mi aveva fatto piangere facendomi rischiare uno scontro contro un palo.

“Chissà cosa farò quando avrò fra le dita
l'incredibile vita, la fiducia nell'uomo
di passione e ragione non dirò ti ricordi
io che ho vissuto di ricordi di canzoni
battaglie ed illusioni non dirò più ti ricordi ma domani

E non mi vergognerò di piangere di niente
di fantasticare già su quello che sarà lui
di stringerti la mano di appoggiarti la testa al seno
e se ti farà piacere dirti che sembra solo te.”

dietro me pierangelo bertoli

Già, Fabio, l'incredibile vita che va avanti senza te. Ti porto al mare, il mio mare.
Mi viene in mente quella volta che ti ho trascinato a vedere l'alba e poi a mangiare le paste da Pino.
Ti eri lamentato ma ti era piaciuta quella palla rossa che sbucava dall'orizzonte. Poi eravamo tornati a letto, tu dormivi, io ti guardavo. Il sole che nasce dal mare mi ha sempre fatto pensare a una nuova vita. A una nascita. Ma mi fa strano parlare di nascita senza che tu sia nel letto accanto a me.

Ho fatto una cena tremenda, di quelle che ti saresti arrabbiato: brodo (almeno non del dado, ne approfitto che sono a casa della mamma) con dentro parmigiano grattugiato e pezzetti di spianata. Un vero schifo. Eppure era quello che mi andava di mangiare. Un vero schifo dentro e un vero schifo fuori.

Però, oggi dopo anni, ho bevuto un Montebianco. È stato un tuffo nel passato. Ero con un'amica al Paradise, un bar a Rivazzurra che mantiene ancora un suo status di romagnolosità. Parlano quasi tutti in dialetto dagli otto ai novantanni e quelli che non parlano in dialetto tra “s” e zeppole di vario tipo sono troppo fantastici. E lei ha chiesto un Montebianco.
Io avrei chiesto un tè. Poi mi è sembrato di tornare indietro di anni. Agli anni delle prime colazioni al bar. Agli anni che il cappuccino ha troppo latte e il Montebianco è l'ideale. Agli anni in cui bevevo solo il montebianco. Agli anni in cui quella stessa amica mi aveva fatto il sotto di tutto i capelli arancione e ne ero orgogliosissima.
Quegli anni sono finiti quando entrando un giorno torrido di fine agosto, un giorno di quelli da morire collassati, al bar Quadronno di Milano. (Era il 2006, andavo a portare l'iscrizione all'università in segreteria, Milano sembrava il deserto dei Tartari …) ho chiesto un Montebianco e una brioche. E poi non avevo detto un “Monte” come spesso accadeva.
Il barista mi aveva subito guardata con aria interrogativa e sfottente e avevo fatto presto a cambiare gusti:
-Un cappuccino mi sono sbagliata.

Da quel giorno ho scoperto che il Montebianco esiste solo a Rimini. Così come avrei scoperto che i puffi li facciamo solo noi, il resto d'Italia bigia o fa buco o, insomma, non va a scuola, che “questaltranno” che per noi romagnoli è l'anno a venire, gli altri non sanno dove andarlo a cercare sulla linea del tempo e che mandando un sms a un'amica da Piazza Castello con scritto “Vieni Oltre” quella mi rispondeva “Oltre dove?”.
Vieni oltre per intenderci vuol dire vieni avanti. Ovvero recarsi dalla parte di chi ti parla. Tutti i miei amici milanesi e torinesi l'hanno imparato. Per i nuovi arrivati, meglio mettere le cose in chiaro.
Oggi mi viene da pensare che devo andare oltre anche io. Oltre. È una bella parola.

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Comments

solo più oltre
e prima o poi sarà il male a fare puffo
almeno un attimo - il tempo di un brodino caldo (ed è già un'ottima conquista)
ce ne hai ancora di té che sbocciano insieme al fiore nella tazza?
c'è bisogno di queste cose, che imbambolino almeno per un po'.
sto cercando di prepararti una lista di film con lo stesso scopo. così se d'improvviso ti verrà voglia di vederne uno, andrai sul sicuro: uno che ti fa staccare la testa e basta.
se c'è un lato buono della trasferta romana è che per prepararmi ho spaziato miliardi di generi ed epoche cinematografiche.
te la mando presto. intanto ti mando un abbraccio e w il montebianco.

Bello leggervi, bello riscoprire quanto di voi c'è in quello che scrivete, conoscervi anche senza una firma, dai dettagli.
Bello aver scoperto cos'è un Montebianco leccandomi i baffi in un bar del centro.
Bello mangiare i lupini sputandoli con maestria come fossimo romagnole veraci.
Bello sapere che "oltre" è una parola che ispira e non inquieta.

Fino al giorno in cui ci saranno solo più sorrisi.
Vedrai.