OCEANO, LIETI FINE E SFONDO BLU

Non riesco a leggere nulla. Ho un po' di romanzi sparsi sul comodino di vario spessore intellettuale: qualche rosa, qualche libro di cucina, un bel libro di uno scrittore greco regalatomi da un'amica.
Ne avevo un elenco smisurato da farmi regalare da Babbo Natale, ma appena ho messo piede alla Feltrinelli ho iniziato a piangere e non ho più smesso. Ogni storia mi ricordava la nostra. La fantascienza mi fa schifo, per i saggi sono troppo intellettualmente devastata.

Quelli che sono sul comodino attualmente vi albergano e basta. Come dicevo che albergavano i resti di peperoni-maccheroni-molliche di pane nel colino del tuo lavello finché qualcuno (me o mamma tua) non li tirava su.
I libri, dicevo, appena ne prendo uno in mano mi viene da tirarlo contro il muro con tutta la forza che ho.
Sento una mare che si muove dentro feroce. Le onde dell'oceano. Del tuo oceano. Che poi ho amato anche io, per riflesso. Le onde alte, l'acqua fredda, i gabbiani, tu con la tavola disperso. L'agitazione di non vederti, di saperti là in mezzo al mare. I tentativi di cercarti tra tanti puntini neri: piccoli surfisti tra onde giganti.
Avresti preferito morire con un'onda in testa, ne sono convinta.

E poi la tua faccia felice quando ritornavi. Quando prendevi una bella onda. E mi abbracciavi con quella muta fredda. E io urlavo.
-Non mi toccare, sei freddo, stai lontano!
-Pat, questa onda vale tutta la vacanza!
Come quella nell'ultima spiaggia di Peniche, in Portogallo. L'Ultima onda. La più bella. Il tuo sorriso. Io avvoltolata nella tuta, la tuta nel pareo, il cappuccio in testa, il te caldo in mano.
-Pat, ti voglio bene, grazie che ti congeli per me.
-Figurati. Non c'è di che.
In cambio del congelamento perenne ti strappavo gite culturali in paesini sperduti. Lontano dalla costa. Mi viene in mente Obidos. Il suo liquore alle ciliegie. Volevo tenerlo per un'occasione speciale che non abbiamo avuto.

L'oceano dentro è un attacco d'ira. L'onda viene da lontano, come mi spiegavi tu delle onde dell'oceano.
-Vengono da lontano queste onde, da un punto profondo chissà dove, poi salgono.
Anche io sento il dolore venire da lontano. Dal profondo. Da un punto che non sento sulla pelle. Che non fa male in superficie. È un rigurgito di vita o di morte. Ancora devo capirlo. Un rigurgito di cose che stanno dentro. Stare nelle cose, dice un detto buddista. E io ci sto. Ci sto e fa un male cane.

Orlando è un nome che mi piace. Forse se fossi stata un maschio avrebbero potuto darlo a me. L'Orlando Furioso. In certi momenti mi ci ritrovo: “Furiosa”. E ho voglia di scagliare un libro contro il muro. O la testa. Ma quella, a quanto dicono gli altri, ce l'ho troppo interessante, per sfracellarla contro la parete. Io ne sono convinta così così in questi giorni.

Sono riuscita però a leggere un fumetto simpatico, l'altro giorno mentre la Francesca mi faceva un hennè al castagno che mi ha fatto mezza cute verde pino: “Sua felinità due cuori e una gatta” di Stefano Gargano. L'ho letto con un sorriso in bocca e un groppo in gola. Avrei voluto fossimo noi due cuori e una gatta. L'ho pensato subito quando l'ho visto in vetrina i primi di dicembre. Avrei voluto portarlo nella tua casa nuova e tenerlo sul mio comodino, farti leggere qualche striscia.
Due cuori e Minta. Che quando guardavamo i film al computer sul mio letto si metteva in mezzo a noi con le orecchie alzate e lo sguardo attento, sembrava che capisse. L'ultimo film che ci siamo visti dall'inizio alla fine? Come farsi lasciare in dieci giorni. Romantico fino al midollo, a lieto fine. Ti era piaciuto.
Così come ti piaceva Minta. Dopo un attacco di asma iniziale e più di un anno di “io odio i gatti, voglio un pastore tedesco” ti eri fatto intortare come un pesce lesso da quattro fusa ruffiane. Ci piaceva chiamarci “The Family” quando guardavamo la tele tutti e tre insieme. La Family che non c'è più. Ci siamo io e Minta, e te dentro di me. Mi mancano i tuoi abbracci. Addormentarmi nella tua ascella, anche se non avevi fatto la doccia.

Fabio odiava i film che finivano male, e se per caso ne incappavamo in uno che avevo scelto io mi metteva in croce per una settimana. Siamo andati insieme a vedere One Day. Sapevo a malapena la storia, mi piace la Hathaway, non sapevamo cosa farcene di quella serata. Bastava. Il libro di David Nicholls non l'avevo ancora letto. L'ho letto poi, per farmi del male. Se l'avessi letto prima, al cinema ci sarei andata da sola. Fabio a casa.

Insomma il film finisce con lei che si schianta in bici contro un camion nel periodo più felice della relazione tra lei e lui. Ovviamente. (Profonde scusa a chi aveva intenzione di vederlo e non l'ha visto).
Finisce male: Fabio l'ha etichettato come film di merda e per un mese è andato avanti a rinfacciarmi il film di merda che l'avevo costretto a vedere. Costretto? Va bene.
Per farmi perdonare ho dovuto vedere solo film di spari, morti ammazzati, polizieschi senza sceneggiatura e surrogati di Terminator a tempo indeterminato.
One Day Fabio non l'ha digerito. Mai. Forse per quella bici contro il camion. Sicuramente per la bici.

A Fabio piaceva vedermi andare via in bici dalla biblioteca i primi tempi che stavamo insieme.
Poi si è preoccupato. Mi ha regalato una bici nuova perché la mia frenava male. Però vintage e rossa simile a quella vecchia.
-Lo so che ti dispiace lasciare quella vecchia. Ma questa almeno frena. E poi è rossa come quella vecchia. Così soffri di meno il cambio.
Sapeva che ero affezionata alla mia vecchia bicicletta. Me l'ero portata da Milano. Ce l'ho ancora sul terrazzo.
Avesse saputo che strappo avrei dovuto affrontare poi. L'avesse saputo... non so come mi avrebbe protetto.
Me l'ha fatta trovare in garage con un fiocco. Un fiocco argento che ho tenuto attaccato per settimane.
Fabio mi sgridava se andavo in giro in bici con le cuffie, cantando. Io ero felice e lui mi sgridava. Io dicevo -Che palle! Lui rideva.
Fabio mi chiedeva sempre se avevo messo le lucine led quando giravo di notte tornando dal ristorante dove facevo la cameriera. Io dicevo sempre: -Che palle!
Fabio mi buttava giù il telefono se lo chiamavo per avere compagnia mentre pedalavo. (Con il risultato che chiamavo mia mamma).
Fabio a volte era una palla mortale. Sei peggio di mia nonna, gli dicevo. Di mia mamma di sicuro.
Eppure se guardo alla nostra storia d'amore come a un film. Mi viene in mente un film di quelli che lui avrebbe odiato. Senza giustizia, senza speranza. E anche se fossi rimasta incinta di lui, per un miracolo come solo nei film succedono, nonostante la pillola e nonostante tutto, l'avrebbe odiato lo stesso. Io e il suo bambino con gli occhi blu che va a portare i fiori nella tomba del babbo. Un bel film di merda, mi avrebbe detto.
Sono d'accordo con lui.
Un film di quelli da non andare a vedere, che poi rimani triste per due giorni. Magari, rimanessi triste per due giorni. Due soli giorni.

Ho comprato romanzi leggeri. Ma non riesco ad aprirli, non riesco a leggere ed è colpa tua. Fabio. Solo colpa tua.

Leggo Starbene. Cucina Naturale, Donna Moderna, quelle cose che mi spappolano il cervello. Mi vengono in mente tutte le tue facce buffe e le tue risate quando mentre mi vestivo, provavi ad aprirli anche tu. Perché succedeva di rado, ma succedeva, che non avessi il pc a portata di mano.
Chirurgia estetica microvaginale. Un seno nuovo con la rosa mosqueta. La dieta della melanzana: depurativa, antiossidante, rinvigorente. Una pelle radiosa con i semi di lino. Tisana al cardamomo contro le cefalee a grappolo.
-Pat, ma che sono i semi di Lino? E il cardamomo? E a grappolo? E la chirurgia microvaginale...
-Chiedilo a tua mamma!

Comunque ti facevi delle gran risate. Ed era bello vederti così. Dicevi che io e tua mamma ci rimbecillivamo a leggere quelle robe. Io ti dicevo che se volevi darti ai femminili dovevi iniziare con Donna Moderna che almeno qualche goccia di cinema, cultura e politica in un mare di cellulite, liposuzione e diete dei miei stivali la trovavi. Starbene era troppo per i principianti, uomini per di più.
Dicevi che ti dovevi informare. E che non ci avresti mai capito nulla. Di me però qualcosa iniziavi ad intuirlo. Devo dire che ti sforzavi poco... Appena andavo nel pallone davi la colpa al ciclo che arrivava, che avevo o che era appena passato. In un mese, alla fine, di giorni ce ne sono pochi e di ormoni abbastanza per dare la colpa sempre a loro.
Comunque le tue facce erano imbattibili. Avrei dovuto farti tante foto, una per ogni faccia buffa. E poi farci un poster. E guardarmelo ogni volta che pensando a te sento che mi viene da piangere. O ogni volta che pensando a te sento che mi viene in mente l'immagine tua, in quel letto, con quei pezzi di cotone sugli occhi che lacrimavano, da chiusi.
A onor del vero, te li ho tolti un sacco di volte i dischetti di cotone. Se non potevo avere i tuoi occhi azzurri, almeno potevo avere i tuoi occhi chiusi. Il dottore diceva che non erano necessari.

La miglior prestazione recente, però, è stata quella davanti al poster che Maela ha preso a Madrid. Un paio di giorni prima. Prima di tutto. Tu eri sul letto con la tua tuta rossa e la gatta. Maela ci ha portato il poster per farcelo vedere:
-Guarda che bello!
Nel poster ci sono una giraffa e una formica che fanno yoga su sfondo blu. È delizioso.

Tu l'hai visto e hai fatto uno sbuffo che assomigliava al rumore dell'acqua che esce dalla testa di una balena, Minta che era addosso a te si è spostata con un salto. E poi hai iniziato a ridere come un matto.
Io e Maela abbiamo iniziato a ridere anche noi, a noi pareva bellissimo. Mentalità femminile, contro mentalità maschile. Nulla da fare.
E tu che dicevi: non ti offendi vero? Non è per te... Ma... e non riuscivi a smettere di ridere.
Poi ci siamo riprese.
Tu hai detto come spesso ripetevi: - vi siete proprio trovate!
È vero ci siamo trovate.
Ma manca un pezzo.
Ogni volta che vedrò quel poster nella camera accanto penserò a te. A quanto nella diversità andavamo e saremmo potuti andare d'accordo. Una giraffa e una formica che fanno yoga su sfondo blu.
Tu ora sei il mio sfondo blu. Un cielo in cui tutto accade. Ti amo ovunque tu sia.

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