FREDDO E NEVE

Oggi nevica. La prima neve, finalmente, la si aspettava. Anzi io la aspettavo. Non è tanta, purtroppo, ma abbastanza per gettare nel panico mezza città. Che sarebbe da dire, finchè mi impanico io che sono di Rimini e non ho gli pneumatici invernali obbligatori per la bicicletta va anche bene. Ma gli altri, ma due fiocchi di neve carini carini potrebbero pure darsi una calmata.

Comunque, asserzione: “Nevica e fa freddo”.

A Torino, in generale, fa ben freddo. Ma non freddo come quando a Rimini diciamo: “Madonna, che freddo stamattina”. “Freddo Buzzurro” “Porco” “Cane” insomma “Freddo Animale”.
Quando qui fa freddo. Fa freddo e basta. Freddo che esci di casa al mattino alle sette per andare al mercato e il termometro segna meno cinque. Tu, essere fragile di clima temperato, puoi pensare solo che sia rotto, il termometro. Meno cinque? Mai sentito.

Così esci tranquillo e ignaro senza guanti, sciarpa, cappello e torni a casa dopo venti minuti con i geloni anche sulle palpebre.
Anche perché il freddo vero è ancora più subdolo nelle giornate di sole: le montagne bianche sullo sfondo, l'alba delle otto color pompelmo, l'aria tersa. Tutto molto romantico se non fosse che pochi minuti dopo essere usciti di casa si iniziano a vedere pinguini e orsi polari al posto dei soliti scoiattoli e amanti del running.

Il primo anno a Torino dicevo che morivo. Ho pensato più volte che non sarei sopravvissuta all'inverno e che non avrei visto un'altra primavera.
Andavo in bicicletta e ripetendo come un mantra: “ Adesso muoio, muoio, muoio, muoio”. Avevo i battiti perennemente accelerati. Una reazione tachicardica del mio organismo alla colonnina di mercurio che andava sempre più giù. Alla fine non sono morta, è chiaro. Ma certe mattina ci mancava poco che scoppiassi a piangere appena varcata la soglia di casa.

Il 19 dicembre 2009 a Torino, alle sette e mezza del mattino c'erano meno dodici gradi. Meno dodici. Non so se mi spiego. Era il mio primo Natale qui, forse sarei dovuta scappare a gambe levate.
Invece no, sono rimasta. Alla fine mi piaceva il freddo secco, il ghiaccio sulle strade, rischiare la vita in bicicletta e soprattutto, la neve, il modo in cui cadeva a fiocchi giganti, il riflesso nel cono di luce dei lampioni. Quanta neve quell'anno e con il freddo che faceva non si scioglieva mai.

Il 22 dicembre 2009 ho camminato da Piazza Castello alla Gran Madre con un gelato di Grom in mano dando una leccata ogni quarto d'ora e osservando sbalordita come il gelato non si scioglieva. Il mio di allora non-fidanzato, che lo sarebbe poi diventato, ha camminato da Piazza Castello alla Gran Madre osservando il mio gelato di Grom che non si scioglieva e pensando sbalordito che no, non dovevo essere normale.
Alla fine comunque il gelato l'ho finito, ma la mano mi è rimasta a forma di cono per un'ora buona.

Il primo anno a Torino è stato anche l'anno di Grom. Mi sembrava sacrilego passare in via Lagrange senza entrare in quella gelateria. E siccome a me la cioccolata in tazza fa schifo totale, ho mangiato gelati tutto l'inverno. Anno di Grom, dunque, della neve, quella vera. E del freddo. Freddo e basta!
Mi ricordo che tornando a casa per le vacanze di Natale il mio treno aveva fatto 120 minuti di ritardo (un po' troppi anche per Trenitalia) perché si erano ghiacciate le porte e non riuscivano ad aprirle. Un incubo. Sognavo di essere nel presepe con un bue e un asinello ad alitarmi nel collo!

Quando sono arrivata a Torino, non mi asciugavo i capelli, non mettevo la canottiera, non avevo calzettoni di lana ma solo calzini da un euro del mercato, non mettevo le calzamaglie sotto i pantaloni nemmeno morta, mettevo i guanti solo se mi sembravano “carini”, indossavo le All Stars anche a gennaio e non possedevo un piumino. Nel giro di tre anni c'è stata la rivoluzione.
I capelli in realtà ancora non me li asciugo. L'anno scorso tornando dalla piscina con i capelli fradici come sempre, senza accorgermi di avere dimenticato alcuni ciuffi fuori dal cappello di lana, sono arrivata a casa con dei piccoli ghiaccioletti in prossimità dei ciuffi ribelli. È stata un'esperienza “agghiacciante”.
Però: metto le canottiera e la ingolfo bene sotto le mutande, ho comprato qualche calzettone di lana da mettere sopra i calzini dei cinesi da un euro. Senza calzini mi sento nuda. Da dicembre a febbraio metto le calzamaglie sotto i jeans soprattutto se vado in bici, se scordo i guanti a casa torno indietro o mi cadono tutte le dita, le All Stars le ritiro fuori a marzo e … dopo dieci anni (il mio ultimo piumino Sergio Tacchini risale alla terza media) ho comprato un indumento finale diverso da un cappotto: una super giacca a vento da snowboard coloratissima.

Oggi nevica.
Andare in bici con la neve è come andare in guerra. Si scivola, non si vede nulla, fa freddo e i fiocchi bastardissimi si infilano in ogni spiffero tra vestiti disponibile. Secondo me qui a Torino, da dicembre a marzo, la dannata moda del “sedere fuori di un metro dai pantaloni” l'hanno sentita un po', gli anni scorsi. Sul lungomare di Rimini, a gennaio come a maggio, un esercito di gente con metà sedere di fuori passeggia, va in bici, si sbaciucchia sulle panchine. Hanno il piumino certo, magari il Moncler che va di moda, ma mi spiegate a cosa serve un piumino da mille euro di 30 cm di altezza massimo?É ovvio che non raggiungerà nemmeno tirandolo all'inverosimile l'imbocco dei pantaloni.
Qui a Torino comunque, di gente in bicicletta con il sedere di fuori se ne vede davvero poca. Il freddo, come dicevo i suoi lati positivi.
Domani torno a Rimini il mio treno sicuramente sarà in ritardo e allora il fascino del freddo svanirà in un momento.
Per ora, però nevica, i tetti sono bianchi e fa tanto Natale.

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