QUANDO IL TEMPO TORNA SUI SUOI PASSI

Il tempo rettilineo è un'utopia, una deviazione umana legata al mito del progresso. Questo dicono i filosofi e non solo loro. Molti credono in un tempo circolare, prevedibile e pieno come una sfera, un ingranaggio rotante che dà luogo a un periodico susseguirsi di età dell'oro e di decadenza.
Ammesso e non concesso che siamo in piena decadenza, io non entro nel merito della questione filosofica, a volte però mi sembra proprio di sentirlo, il tempo, mentre ritorna sui suoi passi.
Ho la sensazione che i fatti si ripetano, che la mia giornata presente sia piena di attimi di quelle già passate. Questa esperienza sensibile di infiniti ritorni mi suscita meraviglia.
Questo non è un blog da filosofi. È il diario di Arianna. Ma questa cosa del tempo che ritorna è un fatto di vita, non di sistemi filosofici. È una cosa che si percepisce quando si vivono le giornate in un certo modo, facendo attenzione ai particolari, soffermandosi sulle persone che ci vengono incontro trattenendole nella memoria senza farle scivolare via.

Immaginate di trovarvi allo stesso semaforo alla stessa ora tutti i giorni: è una cosa che capita più o meno a tutti andando al lavoro, a scuola o in piscina, senza che se ne faccia più di tanto caso; è una situazione normale, quotidiana. Ora immaginate che un giorno, facciamo martedì, vi passi davanti agli occhi, provenendo dal lato opposto dell'incrocio la stessa fila di macchine del giorno precedente: esattamente la stessa sequenza. Panda rossa, punto grigia, audi nera e così via. Non è del tutto impossibile, forse improbabile, ma ci sarà gente, che come voi, si trova alla stessa ora al semaforo opposto al vostro. Vi assicuro che qualora doveste accorgersi di una cosa del genere ne restereste a dir poco sbalorditi. Felicemente sbalorditi.
A me è capitata una cosa simile ieri, non così eclatante per carità (oddio adesso dico anche per carità, me l'ha attaccato Aurora che ha due anni e mezzo e che ha iniziato a dirlo dopo le vacanze a Santhia dalla nonna. Pessima esclamazione, per carità, appunto) però significativo.
Pedalando per andare al lavoro, martedì, avevo la sensazione che mi stesse venendo incontro una giornata già accaduta.
Tralasciamo la sensazione di noia profonda per un lavoro che mi piace poco e di disgusto totale per un mondo che anziché valorizzare le proprie risorse le costringe ad attività per i quali mezzo neurone sarebbe più che sufficiente. Questa è una costante.
Tralasciamo anche il fatto abbastanza ovvio che ripeto la stessa pista ciclabile ogni giorno e che ieri faceva lo stesso freddo del giorno prima, anzi più freddo perchè mi ero messa il cappotto leggero e, dando prova di acume notevole, mi ero scordata a casa i guanti.
Tralasciando la banalità del ripetersi delle cose, sono stati i particolari a lasciarmi stupita.
Arrivata in corso Inghilterra mi ha attraversato la strada al semaforo la stessa ragazza che mi aveva attraversato la strada il giorno prima. Impossibile confonderla con un'altra. Capelli rasta lunghi fino al polpaccio, due cani giganti al guinzaglio, un cappotto verde militare. I nostri sguardi infreddoliti si sono incrociati. Buongiorno, che freddo stamattina! Buongiorno a te, hai ragione, si congela; li avrei fatti pisciare nella doccia stamattina, i cani!
Proseguendo su Corso Inghilterra mi è rimasta la sensazione che mi stesse accadendo qualcosa di identico a ieri. Un periodico tornare su se stesso del giorno precedente. Un suo incunearsi leggero, ma percettibile nella mia giornata presente.
All'angolo tra via San Donato e via Balbis, la farmacista si affrettava senza cappotto, ma con un grosso cappello arancione negli appena tre gradi delle dieci. Usciva dalla farmacia e si infilava infreddolita al bar Yoshi appena al di là la strada. La stessa signora, alla stessa ora, pochi minuti prima delle dieci circa, si era infilata nello stesso bar il giorno precedente. E poi il signore con il bassotto grasso con il cappotto rosso che non voleva salire in macchina né ieri né il giorno precedente. Stessa identica scena, stessa espressione, stessa posizione della macchina di fronte al panificio, stesso cappotto verde ed espressione sconsolata del padrone del cane.
E ancora nell'aiuola dedicata ai morti durante un incendio in un cinema poco lontano da via le Chiuse, passava la stessa signora del giorno prima: bionda, tacchi a spillo, sulla quarantina, un cappotto pieno di paiettes rosa e in braccio un cane di quelli minuscoli e simili a topi che aveva suppergiù lo stesso suo cappotto. Con tanto di glitter e paiettes.
Nella mia testa la stessa domanda: ma come si fa a portare il cane a fare la pipì senza metterlo per terra, a caccia, se non di un albero (nell'aiuola non ce ne sono e viste le dimensioni del cane sarebbe bastato un bonsai), almeno dell'odore dei suoi simili?
Ho sorpreso il tempo girare su se stesso, un ripetersi denso di sorpresa; la consapevolezza del ritorno: dell'ora e poi ancora e non dell'ora e mai più.
Ho legato la bici allo stesso palo del giorno prima e ho seguito la farmacista al bar Yoshi. Stessa ragazza carina al bancone, stesso cappuccino bollente e stesso croissant alla marmellata. Il tempo fioccava lento come neve, fuori dal vetro il mondo a rallentatore aveva un che di perfetto. Ogni cosa, in quei pochi metri quadrati a qualche minuto dalle dieci, sembrava al suo posto.

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