VITA DA CICLISTA: CRISI D'IDENTITA'

Oggi pedalando in un Corso Tassoni trafficato e tremendamente in salita ho perso un pedale.

(Improperi ed accidenti assolutamente non digitabili).

Ci sono momenti e a volte giornate intere in cui essere un ciclista ti sembra una maledizione divina e tutti i tuoi assiomi sui vantaggi della bicicletta: odio i mezzi pubblici, non inquino e mi tengo in forma, vengono messi in discussione, anzi invertiti.
Gli autobus, nonostante la perdita di tempo, il travaso di bile e la puzza di piedi non sono poi così tremendi, fanculo le polveri sottili e per tenersi in forma c'è sempre la Virgin.
Ci sono momenti in cui l'orgoglio del cittadino a impatto zero scende ai minimi termini.
Quando perdi un pedale in mezzo alla strada rischiando la vita per recuperarlo, è uno di quei momenti. Un altro è quando nevica e nevica e nevica.

Il ciclista, sia per convinzione sia per necessità, è vagamente sfigato per definizione.
Io sono una ciclista, quindi: “...”.
Deduzione facilissima.

Aggiungiamo che:
1. abito a Torino, città dell'automobile per eccellenza, basta pensare che per mettere su la metropolitana sono dovuti crepare i tre quarti degli Agnelli, per mettere su una rete di piste ciclabili ci vorrebbe la fine del mondo prospettata dai Maya.
2. Ho dovuto spendere la stessa cifra per la bici (rigorosamente usata ma non rubata) e per la catena con lucchetto, visto che ne rubano come si rubano i rametti di rosmarino per l'arrosto al vicino di casa.
3. Ho una bicicletta fighissima degli anni sessanta i cui cambi non conoscono la loro ragion d'essere e non ne vogliono sapere di spostarsi dalla marcia più alta. Ritmo della pedalata: una ogni dieci secondi circa.
4. Con questa marcia durissima devo affrontare innumerevoli cavalcavia e pendenze, minime ma subdole. (Esempio: da casa mia, zona PalaIsosaky alla fine di Corso Dante -vicino al Po-: 12 minuti di allegra pedalata; dalla fine di Corso Dante a casa mia: 17-18 minuti, respirazione difficoltosa e spogliarello al semaforo per calore da sforzo prolungato, con immensa gioia degli automobilisti).
5. Ho sempre almeno cinque kg di zaino sulle spalle (e borsa ovviamente) vagando da casa mia, alla galleria dove lavoro (Porta Susa) a casa della mia dolce metà che ha ben deciso, sotto mio masochistico consiglio, di andare ad abitare esattamente dalla parte opposta di Torino. Lo zaino contiene di base: acqua, netbook chiamato “Titti” perchè è giallo, astuccio, agenda di Mafalda in fase di sbriciolamento, termos con tè visto che dove lavoro fa un freddo cane, mantella antipioggia e l'immancabile trousse con: trucchi, labelli vari, penne, pennarelli, tachipirine, spazzolino, tampax, fermenti lattici, temperini, orecchini di riserva... Tutti assieme in un'allegra e duratura convivenza. La borsa contiene: portafoglio, chiavi varie (quando non me le scordo a casa), fazzoletti da naso, occhiali da sole anche se piove causa fotofobia mattutina, ombrellino e il trio Medusa: cappello, guanti, sciarpa con cui esco di casa e che tolgo tutti alla terza pedalata.

La scorsa settimana tra il freddo, che è finalmente arrivato per la gioia dei telegiornali che almeno sanno di che parlare, la marcia dura e mille giri da fare sono quasi morta. Così ho deciso di portare la bici dal ciclista.
Ho utilizzato per qualche giorno la bici di riserva del moroso della mia coinquilina, appena comprata a Porta Palazzo a seguito dell'ennesimo furto di biciclette sotto casa nostra che ce ne ha fatte fuori due in colpo solo.
Nonostante meritassi un po' di comprensione da parte del Dio dei Ciclisti, oggi alle nove del mattino in mezzo a corso Tassoni ho perso un pedale.
Pessimo inizio di giornata.
Ho recuperato al volo il dado e la vite e mi sono avviata al lavoro a piedi. Un carrozziere in una traversa di via San Donato, pieno di lavoro, ma dalla faccia buona, mi ha rimesso il pedale con un sorriso e un filo di Svitoil. Poi mi ha fatto lavare le mani con la pasta al limone: “Troppo carina per delle mani così nere” e mi ha rimesso in carreggiata.

Però io odio le biciclette, odio pedalare e odio i pedali che si staccano. Almeno fino a domani. Che si sa, domani è un altro giorno e la crisi di identità del ciclista sfigato sarà già passata. Almeno spero.

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Ho riso di gusto...