Casa piena casa vuota

A Milano abitavo con gente che non conoscevo e non ho conosciuto. Ho cambiato tre case, diciannove coinquilini. Maschi e femmine, di ogni età e provenienza. La valdostana si mangiava la frittata con salsiccia e cipolla alle sette del mattino, il bergamasco buttava la pasta quando io mettevo sul fuoco il bollitore per il te delle sei, le valtellinesi impuzzavano la casa con carne e burro tutte le sere. Stare da sola ha iniziato a piacermi di più. Mentre infilavo la chiave nella porta mi ritrovavo a esprimere una silenziosa preghiera, che mi faceva sentire un po' stonza. Sempre.
-Fa che non ci sia nessuno, fa che non ci sia nessuno.
Quasi sempre la porta si apriva al primo clic. Quando si è in sei è quasi impossibile che non ci sia nessuno. Da Milano a Torino i prezzi delle case si sono notevolmente abbassati. Con quello che i miei genitori pagavano a Milano per una stanza singola avrei potuto stare in un monolocale. Ma in fondo io, da sola, non voglio ancora vivere. Tornare a casa e avere la certezza che non c'è nessuno, mai, nemmeno per sbaglio. Sapere che l'unico rumore che puoi ascoltare quando ti addormenti è la lavastoviglie o la lavatrice, la radio o il pc,non fa ancora per me. Illustri ricercatori, tra l'altro,affermano che la tecnologia disturba il sonno. Non il mio,in ogni caso. Certo, ci sono giorni in cui vorrei che la casa dove sto fosse tutta per me. Potere andare in giro in mutande, fare una torta e lasciare la cucina cosparsa di zucchero, farina e pinoli volanti. Forse per darmi una parvenza di essere adulta che al momento mi sfugge. Come se essere grandi volesse dire avere una casa propria. Forse vuol dire saperci convivere, con una casa propria. Non scoprirsi la sera, quando si è da soli, a sperare intensamente che ci sia qualcuno nell'altra stanza. Sarebbe meglio qualcuno nella tua stanza,ma se non c'è, qualcuno che sia di là e basta. Senza bisogno di altro. Qualcuno che la occupi, la casa, che si contenda il tuo spazio.
Dopo che da adolescente avevo intensamente sperato di essere lasciata sola a casa, mi ritrovo ogni tanto, dopo un decennio, in casa da sola a sperare che improvvisamente qualcuno compaia, una chaive nella toppa, un rumore nel silenzio. Attendo un rumore qualsiasi prima di dormire. Una voce, la centrifuga della lavatrice, il silenzio al trombone della caserma militare qui di fronte. E'meglio un silenzio suonato a tutto potere di un silenzio silenzio. Un silenzio che rompe il silenzio e distende il vuoto lasciato dalla persona che non ci sono.

Io la invado, la casa. Gioco a battaglia navale, occupo spazi, lascio cose in giro. Più spazio ho più ne vorrei. Le mie scarpe sono ovunque, le cose per il bagno traslocano in camera e i vestiti che dovrebbero stare nell'armadio si spostano in bagno. Le tazze di tè si moltiplicano. Crescono, come i funghi.
Vorrei vivere con le persone che amo, con i miei genitori, con le amiche, con il mio ragazzo. Vorrei una casa grande con tanta gente, ma dove ognuno possa sentirsi libero di stare da solo se ne ha voglia. Di chiudere la porta a chiave senza che gli altri si offendano. O di chiuderla senza chiave avendo la certezza che nessuno entrerà a disturbare. Vorrei tanti bambini perchè una casa senza bambini, senza giocattoli, senza ulteriore casino è vuota.
Nonostante le mie brutte facce al mattino, nonostante il bollitore che fischia sempre, nonostante le cose sparse in giro, i peluches nel letto e la difesa degli spazi comuni che chiunque viva con me dovrà affrontare. Nonostante tutto.
Penso che la convivenza, lo stare con gli altri, imparare la tolleranza, la reciproca conoscenza, saper prevenire gli scazzi espliciti e cogliere quelli che non si dicono ma bisogna capire prima che scoppino, sia la chiave per diventare grandi. Grandi davvero.