I rumori della buonanotte

Il buio e il silenzio mi fanno paura. I rumori mi cullano in quel momento di trapasso dalla veglia al sonno.
Quando ero piccola, aspettavo che mia mamma, dopo il bacino della buonanotte uscisse dalla camera e utilizzavo le ultime forze della giornata per urlare:
-Lasciami accesa la luce del bagno. E alza la tele. Il televisore, di là, mi faceva compagnia, portavoce della presenza silenziosa dei miei genitori distesi sul divano. La televisione parlava al posto loro, che bisbigliavano per non disturbare. I primi sogni della notte si confondevano con i rumori dei film che passavano alla tele, le onde sonore dei dibattiti politici si uniformavano al ritmo del respiro. Ancor più della televisione mi piaceva quando avevamo ospiti a cena. Le voci profonde degli uomini, le risate, il cicaleccio delle donne. Ascoltavo le voci, le distinguevo una ad una dal rumore di fondo, mi addormentavo come in mezzo a una sala di ballo. Spesso direttamente sul divano. Poi mio babbo mi prendeva come un sacco di patate e mi metteva nel letto. Non me ne accorgevo quasi mai. La presenza dei miei genitori mi era necessaria, respiravo i loro rumori come l'aria. I passi, le parole, le litigate, andavano bene anche quelle. Origliavo le telefonate da un telefono all'altro.

Poi la convivenza si è fatta difficile, gli spazi più stretti. Eppure persisteva quella sicurezza infantile di saperli di là, in sala, sul divano. Sapere che c'erano dopo che per tutto il giorno non avevo desiderato altro che se ne andassero. Per stare un po' da sola, per essere padrona della casa e del mondo. Per guardare i cartoni animati sul divano mentre facevo la versione di greco e mangiavo un plum cake rigorosamente Mulino Bianco.Quando uscivano la sera a cena o a teatro io li aspettavo sveglia, la luce accesa sul comodino, una mano sull'interruttore. Appena sentivo il suono dell'ascensore e la chiave nella toppa spegnevo la luce e mi tiravo addosso il piumino fingendo un sonno profondo. Mi piaceva sentirli arrivate, entrare in camera, mi piaceva sentire la mano di mio babbo sulla testa. Lo fa ancora ogni tanto. Mi addormentavo sollevata, la loro assenza mi pesava. Non bastava mia sorella nell'altra stanza a tenermi compagnia. La sua era una presenza silenziosa. Tapparelle abbassate, buio tombale, porta serrata. Io dormo con le tapparelle alzate: a Rimini si vedono le foglie degli alberi sbattute dal vento, a Torino la basilica di Superga e le luci sulla collina. La radio rimane spesso accesa, mi sveglio di notte, con vecchie canzoni anni sessanta, Albano o Jimmy Fontana. Mi riaddormento con le orecchie piene della mia musica di quando ero bambina. Le cento cassette della collezione I Meravigliosi Anni Sessanta che hanno accompagnato o funestato tutti i nostri viaggi in macchina fino alle soglie del duemila.