Tempo per scrivere e tempo per stare fuori

Ho scritto poco.
Non che non ci pensi, a scrivere.
Ma a volte manca il tempo. A volte preferisco il tedesco. Qualche mattina l'ho dedicata alla correzione di tesi più o meno “congiuntivate”. Mondi diversi che entrano in orbita con il mio, sempre piacevole scoprire dell'altro.
Si fa presto a far passare le ore libere. A volte penso e basta, perché è prima nella testa che bisogna scriverle le cose e facendo quadrare i pezzi di mondo, solo poi, molto poi, si appoggiano qui, sulla pagina, come pezzi di vita già digerita e pronta per fare un giro fuori.

E poi c'è il resto. Niente da dire.
Il resto è che quando mi siedo in biblioteca e apro il computer mi perdo al di là della finestra.
E mi sembra che sia meglio stare fuori.
Godermi il sole, che c'è così poco.
Godermi il giardino botanico.
Il cielo azzurro che incombe sui ponti di Heidelberg. E le nuvole che scappano veloci da una collina all'altra.
Fuggono anche loro. E cambiano forma.
Come fugge il tempo che dopo poco meno di tre mesi mi rimette in mano le valigie.
Si avvicina una partenza che non è più partenza, ma già solo un ritorno.
E cambia forma anche questo viaggio, nel percorso inverso della stessa strada.

Sono passata da qui.
E vorrei restare ancora un po', ora che il tempo in questa città mi sfugge e si accorcia.
Mi piace pensarla anche un po' mia, come in questi tre mesi io sono stata un po' sua.
Mi ha toccata e se non mi ha cambiata, mi ha riportata a me stessa.
Sono arrivata fin qui scoperchiata.
Pensando a una pausa, a una parentesi. A un gioco di scatole cinesi. Questa era una scatola piccola dentro una gigante.
Invece sono stata bene.
Mi sono sentita quasi a casa. Quasi una parte, di nuovo, di un tutto.
Come se la scatola piccola fosse cresciuta nella scatola grande. Avesse acquistato peso nella profondità.
Come un bambino della pancia.
Ed è qui che mi piace restare in questi ultimi giorni. Senza pensare da vicino al ritorno.
Guardando di sbieco le valigie, mentre si avvicina, insieme al ritorno, il mio compleanno.
Restare, dunque.
Tra i fiori. Sul fiume. Nel profumo dei Brezel appena sfornati.
Assaggiando tutto ciò che contiene Rabarbaro. Le marmellate, le torte, i dolci.

Tra le biciclette e in mezzo alla pioggia che viene giù all'improvviso quando il cielo diventa viola.
Ora, sono quasi in grado di prevederla.
Di sentirla arrivare e di fuggire a casa.
Forse una delle poche cose che qui mi ricorda il mare, i nubifragi. Che uno si chiede, ma da dove vengono queste nuvole cariche di acqua?
Questo vento che in un secondo accartoccia onde di pioggia sui tetti delle case.
Ti guardi intorni e cerchi un rifugio di montagna o la cabina del bagnino.

Del mare nemmeno l'ombra. Montagne non ci sono. No, non ci sono. Poi che loro qui chiamino Montagne: “Berge” quelle che per noi sono, nemmeno colline, ma dune di sabbia è un altro discorso, direi.
Dolci colline richiamano il pensiero più alla terra che al cielo. Si sente, un po', la mancanza della catena alpina.
Ora, dopo il caldo del porco, siamo nel freddo della pecora.
Per lo meno, mi dicono, così si chiama questa ondata di freddo improvviso che ci sta deliziando i raffreddori e i mal di gola, dopo una settimana di 40 gradi, pressione a meno cinque, ciabatte nei piedi e tuffi nel Neckar da parte di pochi coraggiosi.
Coraggiosi non tanto perché il fiume è pericoloso, c'è corrente, non tiene a galla e via andare, ma perché è davvero sporco!

Ho fatto amicizia con il Sambuco. L'ho scoperto prima al supermercato tra le tisane, ce ne sono tantissime con l'Holunder. All'inizio non avevo idea di che cosa fosse. La mia conoscenza del sambuco era scarsa e alcolica.
Poi ho assaggiato le tisane e qualche settimana fa, le stradine lungo il Neckar si sono letteralmente riempite di grandi palle di minuscoli fiori bianchi.
Dopo averne annusato i fiori, passando in lungo e in largo sulla scalcagnata pista ciclabile che porta fuori città, verso i campi di grano, ho deciso di fare rifornimento di tisane per il viaggio.
O comunque, per l'anno a venire.

Altro argomento interessante: il Wasser Spielplatz sul lungo Neckar. Ovvero il parco giochi ad acqua altissimamente frequentato da bambini e famiglie soprattutto nelle giornate torride.
Nei week end e al mattino ci sono le mamme: i bambini hanno il costume da bagno, quando fa freddo impermeabile e stivaloni. Le mamme stanno ad osservarli chiacchierando sulle panchine di legno con asciugamani in mano e fazzoletti di carta per i nasi che colano. Che, ovviamente, vista la temperatura dell'acqua da ruscelletto di montagna, colano sempre.
Verso le cinque di pomeriggio è il turno del papà, o dei babbi, che dir si voglia.
Al lavoro escono prima che in Italia, quindi passare qualche ora con i propri figli è possibile. Babbi piu Wasser Spielplatz uguale: bambini nudi, tutti. Qualche pannolino volante, per i piccolissimi.
Portare il costume non passa loro nemmeno per l'anticamera del cervello.
Bambini 0-5 vagano nudi nell'acqua congelata tra gridolini vari con rispettivi genitori (uomini) che leggono amabilmente il giornale sul prato. Alcuni dormono.
I bambini si menano. Si affogano. Urlano che hanno freddo. Fanno pipì dove capita.
La piccola tribù nuda delle cinque del pomeriggio è semplicemente fantastica.
D'altronde siamo sul pezzo, alle terme di Baden Baden il costume in molti posti è vietato, quindi tanto meglio abituarsi fin dall'infanzia.
Io, in realtà, ho vaghi ricordi di tedeschi in Croazia bellamente nudi che quando ero più piccola mi facevano notevolmente impressione. Mi viene da pensare però, come mai i cultori dell'abbronzatura integrali (anzi, oserei dire, le cultrici) non ci siano ancora arrivate al nudismo di riviera.
Potrebbe essere una soluzione, ma, per lo meno nella Riviera Romagnola, dove il costume c'è ed è meglio se si nota la marca (osservare, prego, simpatiche signorine con l'etichetta di fuori), per ora, per fortuna, non se ne parla nemmeno.
A volte un giro in Germania farebbe bene a tutti.
Le casse del supermercato si aprono magicamente quando c'è coda.
Quando piove ci si mette il K-way. Il panico generale per due gocce di acqua, anche no.
I treni a volte sono in ritardo, di solito di tre minuti.
Da noi, tre minuti di ritardo non sono nemmeno segnalati, se iniziano a segnarne cinque, vuol dire che sono almeno quindici. Se non è segnato nulla, sono cinque di Default.
E qui, non solo li segnano, questi tre minuti, ma la gente inizia pure ad agitarsi, guardando scocciata l'orologio.
A te, rimane la sensazione di essere un alieno.

Altra cosa che mi ha un tantino sconcertata riguardo ai treni: che arrivano e ripartono. Sofort. Immediatamente.
Non si fermano.
Non aspettano i baci, non aspettano che uno carichi la nonna e scenda, non aspettano che uno controlli ancora una volta il biglietto, che insomma, con tutto questo tedesco tuonato dagli altoparlanti, è sempre meglio controllare una volta di più.
No.
I treni partono.
Se ti sbaciucchi rischi che ti venga mozzato il collo, se sei salito ad accompagnare la nonna per assicurarti che finalmente parta, ti ritrovi sul treno diretto chissà dove, tra campi di fiori gialli e alberi verdi, se controlli un po' troppo, aspetti il treno dopo, con conseguente ulteriore sforzo mentale per controllare se il treno in questione ti porterà davvero a destinazione oppure no.

Ho fatto un bel giro in treno, un paio di week end fa.
Triberg e Gengenbach. Orologi a cucù, cascate, scoiattoli, tanto sole, tanti fiori, tantissimi Iris, per cui lo sanno tutti, ho un certo debole.
Tanto camminare e poco parlare.
Anzi, quasi niente parlare.
Un bel giro in mezzo alle vigne in una delle prime giornate di sole di giugno, una giornata così limpida che, da una piccola chiesa in cima a una collina, gettando l'occhio in fondo alla valle si vedeva la Francia.
E in certi posti, un grande silenzio. Ho appagato l'esigenza dell'anima di non sentire, per qualche momento, rumore.
Solo lo sciabordare dell'acqua, il frugare degli animali tra le piante, il canto di uccelli diversi che io, purtroppo, non so riconoscere.

È stato tempo di ricerca questo. Di ritrovarmi in un posto che non era il mio. Eppure capire di essere sempre la stessa. Cambiata, invecchiata, in certi giorni e in certe notti inesorabilmente triste.
In altri momenti, dispersa nel nuovo che è la vita che cambia, mi sono sentita se non serena, consapevole che la partenza era necessaria.
Come un battito di ali che ti chiedi che cosa sia e a chi appartenga.. È la quiete prima della tempesta o dopo la tempesta.
Perché se tempesta è stata, non è passata e non passerà.
Se tempesta sarà, ben venga, la calma piatta mi spaventa. Meglio quel rumore della bolla di sapone che si scoppia. E ne arriva un'altra. Meglio sentire che si alza il vento.
Anche se tutto questo camminare stanca.
Non si tratta probabilmente di essere all'altezza, ma di sceglierla l'altezza da cui precipitare.
Scegliere di non precipitare, non si può fare.
Almeno io non posso.
Rimane, nel dolore, qualcosa di troppo vivo, per essere sprecato.

E rimane qui ad Heidelberg, troppo poco tempo, per non farsi un giro fuori, guardare il fiume.
Prendere la bicicletta, cercare alberi di ciliegie abbattuti dal vento e raccoglierle.
Prima con lo slancio del goloso, da fare rossa la bocca e i denti.
Poi spulciare i rami con diligenza metodico-ossessiva finché non restano che foglie. E le ciliegie dove gli uccelli sono già arrivati.
Iniziano ad esserci anche i papaveri, pochi kilometri in bicicletta e i campi di grano si sfumano di rosso.
Non penso li vedrò tingersi. Non quest'anno almeno.

Una comitiva al femminile è passata di qui lo scorso week end. Dall'Italia con furore.
Mi ha riportato un po' in anticipo a casa, o forse, mi ha portato un po' di casa qui.
Nelle passeggiate, nelle chiacchiere, nelle risate, nelle escursioni notturne (le undici, qui è a tutti gli effetti notturno) al giardino botanico tra lucciole e rane gracidanti.

-Ma cosa fare voi tedeschi verso mezzanotte?
(Qui al Campus c'è il deserto praticamente alle nove, anche nei week end, in centro un po' meglio, ma, insomma...)
-...
-Dormite?
-Sì.

Allora, non si discute, direi.
Mi aspetta un bell'agosto a Rimini e sono sicura che rimpiangerò qualche passeggiata nel silenzio di questo posto, dove l'unico baccano è quello delle rane, le biciclette si chiudono con catene sottili quando le mie dita e al mattino, scendendo le scale, la sensazione è quella che la tua bici sia lì, al suo posto, ad aspettarti.

La stessa sensazione che sentirò tornando a casa.
Che nonostante tutto, nonostante il vuoto lasciato da chi non sarà più ad aspettarmi al di là delle Alpi, qualcuno ci sarà. E questo ritorno sarà meno triste.

Una chicca da Heidelberg: la corsa delle papere. Heidelberg Enterrennen.
Potete commentare che è una tedescata, perché sì, lo è.
Per di più quest'anno le papere che, calate da un ponte, dovevano fare un centinaio di metri prima di essere raccolte da una sorta di rete e restituite ai legittimi proprietari, hanno rotto gli argini dirigendosi velocemente verso il Reno. Papere felici, qualcuno potrebbe dire, chi lo sa, magari qualcuna sta ancora nuotando fino al mare!

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Comments

Lascia che sia.
Lascia che scorra questo tempo, come il vento che porta la corrente e rende i fiumi pericolosi.
Come i pensieri che ci bloccano e i sogni che ci tengono prigionieri.
Come i sorrisi che ci sono stati e quelli ancora da venire.

Ecco le mie due ragazze lontane dall'Italia! Una che commenta l'altra...Siete fantastiche! Tipe toste.
E io vi ammiro e vi voglio bene! Gloria

tra poco ripiombiamo al centro-nord!

Emozionante..come sempre..forse più del solito..

Eh giá, le tedescate, che ridere... e che ridere quando la natura ha il sopravvento sull´efficienza tedesca, con conseguenti cori di "oooh" che accolgono con stupore la fragilitá dei loro pur possenti argini. Grazie per le descrizioni divertenti e lievi, ma anche emozionanti e toccanti, dei tuoi giorni qui, restano un tocco di magia in piú su quanto vissuto insieme. E grazie anche per molto altro, che in parte ti ho giá scritto e in parte ti scriveró poi, quando io saró a soffocare nel caldo padano e nei pantani italici e tu invece ti godrai ancora un po´ di fruttata freschezza tedesca...

Grazie amica mia...