COSE CHE CAPITANO.

C'è il cervello. Con le sue sinapsi, i neuroni, le sue connessioni.

Poi c'è la Cultura. Con la C maiuscola. Lei è il campo di battaglia del futuro.
La Cultura è un universo mondo che segue orbite interne, che asseconda le linee della memoria, che recupera relitti in un mare di parole lette, studiate, incuneate dolcemente, dalla testa al cuore, fino a sentire che non solo ti appartengono, ma sei tu che appartieni a loro.
Personaggio invisibile di un mondo di carta che ha il potere dei secoli e l'inquietudine della memoria.
Questa Cultura salva.
Come salvano i libri.
E la scrittura in cui incanalo, ogni giorno, i pensieri sospesi. Quelli che stanno nel limbo tra l'andare e il restare.
Quando vorrei pensare a niente, il niente si materializza in parole.
Dove tutto è stato svuotato, rimane una pagina bianca, da iniziare.

E poi c'è il cuore. La pancia. Dove si sente il dolore del mondo.
Il plesso solare attraversato da un'eclissi totale.
Non ho bisogno del calendario, delle date. Il tempo scorre sul cuore come un trattore. Il tempo ciclico che gira e rigira appartiene al sentire, non all'agenda.
E' passato un altro mese. Dal 21 o dal 23, dal giorno che, chi ha conosciuto e amato Fabio, ha scelto, come l'ultimo. Dal giorno degli addii.
Perché l'addio, quello vero, appartiene a ogni persona in modo diverso.
Ognuno ha il suo.
Ognuno ha piegato un attimo su se stesso per sempre, riverso su un giorno in cui sarà sempre apnea e vista offuscata.
Un incrocio, i due lampioni, due mani alzate, il lucchetto di una bici che non era la mia, i sorrisi delle buone giornate. Quelle in cui si fa colazione al bar e si è un po' più felici.
Questo è il mio addio.
Quello vero.
E poi c'è l'ospedale, i tubi, il dolore di una notizia rotolata giù dal pianerottolo, appena usciti dall'ascensore. Un giro in macchina a vuoto. Una corsa come se avesse importanza, correre, e non più fermarsi, reggere l'urto, come il rinculo di un colpo di arma da fuoco.
Rimanere in piedi mentre il cielo cade.

-Oggi non è giornata.
È un buon compromesso prenderne atto al mattino dopo una notte di scale e labirinti. Di ospedali e luoghi desolati. Di corse e di freddo. Di telefonate mute.
Sogni aggrovigliati ergo giornate da scalare, come montagne.
Bisogna farci i conti.
Ci dovrebbe essere un manuale di quando non è giornata. Forse c'è.
Di quelli su modello anglosassone che pretendono di farti elaborare un lutto in cinque mosse quando corpo cuore e mente vogliono almeno quattro anni.
Almeno: sempre che si inizi, a elaborare, senza buttare anima, corpo e cervello in attività secondarie che spostano il baricentro in un mondo parallelo dove nulla è mai successo.
Per fortuna non ne sono ancora entrata in possesso, del manuale, dico.
Penso che sarebbero dei buoni oggetti da lanciare contro un muro.
E questa potrebbe essere un'attività interessante. Per le giornate no. Lanciare libri inutili contro i muri e vedere che si sgretolano.
Mi viene da ridere pensando a quando lanciavo il vocabolario di greco per terra se non mi venivano le versioni al liceo. Rabbia esplosiva.
E anche se di solito mi venivano bene, quando ho finito il liceo, mio babbo l'ha dovuto far rilegare!

Scivola così un altro mese. Il quinto. Via dal Natale.
Sono i giorni che si sfoltiscono sul calendario degradante all'estate. Come un abbraccio troppo stretto quando si allenta la presa. E si intrufola l'aria fredda, nell'umido dei corpi rimasti a lungo, attaccati.
Passano quei due o tre giorni immobili dove mi sembra necessario lasciar fare ad altri questo duro lavoro di mandare avanti il mondo e di far passare le giornate.
Mi lascio dimenticare in una biblioteca dove tanto non conosco nessuno. Con la testa in una storia. O nella grammatica tedesca.
Con l'imperativo di lasciare che il giorno passi. Che le cose capitino, senza di me.
Perché succede a volte che in questi giorni, le cose capitino.
Come capita di vedere uno scoiattolo rosso al tavolo di un bar apparecchiato per la colazione.
Come capita che i pochi sogni di grazia, durante il giorno, ritornino a fette, quando pensavi di averli dimenticati, facendo colazione.
Fabio sull'orlo dell'oceano, a Fuerteventura, che mi guarda fare il bagno tra onde giganti che non ho mai visto prima.
In piedi. Come una sentinella.
-Dicevo che scherzavi.
-Su cosa?
-Sul bagno.
-Perché?
-Ma le hai viste le onde?
-Sì. Grandiose. Mi sono divertita.
-Io no, mi sono preoccupato.
-Ah. Perché? Tu vai pure in acqua.
-Ma con la tavola! Tu sei matta.
-Ma è uguale. Non penso che morirò affogata, comunque.
-La prossima volta che vuoi fare il bagno fallo quando dormo almeno non lo vedo!
Ne avevo fatti altri di bagni tra le onde. Non riuscivo ad avere paura, di quel mare freddo e allegro.
Le sue onde invitavano a saltarci dentro. A sentirsi le branchie. A tendere i muscoli nello sforzo di combattere il risucchio della corrente.
Uno strapazzo che fa venire fame.
Era il posto dove ho fatto la foto. Maglietta bianca e azzurra e capelli a fungo atomico. Quella sulla lapide. Dove a vederla adesso mi sembra un ragazzino, Fabio. Come fossero passati dieci anni da quel giugno lì.

E questo che viene, preceduto da un maggio vestito con sciarpa, guanti e berretto, sarà un giugno vestito di nero. Il mio compleanno, il suo tra qualche giorno, la nostalgia di quello che consideravo uno dei mesi più belli dell'anno, per quella sua luce speciale. Per quel suo portarsi appresso irriverente, l'estate.
Perché crescere era lanciarsi un anno avanti come a una gara di salto in lungo.
Era e non lo è più.

Ma capiterà anche Giugno. Mi aspetto di vedermelo rotolare sui piedi da un momento all'altro. Con le sue giornate lunghe, di luce.

Capitano le amiche che ti chiamano al momento giusto. Mentre affoghi, se non nell'oceano, dei tuoi pensieri. E ti costringono a venire a galla.
Capitano anche le amiche ritrovate, e le chiacchierate su Skipe nel bagno per non disturbare chi dorme, fino a notte. Finché bruciano gli occhi. Perché le parole richiudono le crepe degli anni vuoti.
I silenzi seguiti alle notti a chiacchierare d'estate su un gradino.
Il caldo che appiccica all'asfalto le gambe nude e lascia il segno.
Quelle estati un po' scomparse. Seguite da infiniti andate e ritorni. Da schizzi per il mondo.
Da treni coi locomotori sempre in bilico, e con l'aria condizionata sempre troppo fredda o troppo rotta.

E poi capita che un amico veda un coniglio al cimitero di Torino. E me lo venga a raccontare.
Leggo questa mail strana e non posso fare a meno di sorridere fra le lacrime e di pensare di avere condizionato il mondo con tutti questi conigli e scoiattoli.
Però la fantasia certe volte è meno forte della realtà.
Il coniglio c'era davvero.
Capitato, anche lui.
Insime alle rose di Santa Rita, che a fine maggio riempiono la piazza.
L'avevo scoperto solo l'anno scorso, una domenica sera.
Mi aveva lasciato una bella sensazione addosso, il profumo di rosa, in un maggio caldo dove già si andava in giro coi vestiti leggeri e si mangiavano gelati.
Non è un posto da conigli, il cimitero.
O forse sì.
C'è sempre un posto giusto.
Delle cose di quando non te le aspetti.
Delle parole che mettono in moto un pensiero.
Del pensiero che mette in moto le gambe.
Delle gambe che se ne vanno a correre e ti ritrovi già fuori di casa.
E ci sono quattro gradi anche se è fine maggio.
E non te lo aspetti, ma è così.
Capita.
In realtà sono gelosa, il cimitero non è un posto da conigli, perché avrei voluto vederlo io, quel coniglio, in una giornata storta, di quelle da far correre dietro a qualcosa. O saltellare, a seconda.

Non l'ho aspettato Fabio. Mi è capitato anche lui.
Mi è piovuto addosso in un giorno di autunno. Quando ero già piena di un mondo nuovo che avevo cercato lontano.
Non mi sarei fermata, sarebbe stato come andare in barca, l'amore.
Va bene il mal di mare.
Va bene il vento.
Vanno bene le onde, gli schizzi in faccia.
Fabio mi ha spinto ogni giorno più in là. Mi ha lasciato in movimento.
Lui ha posato su di me uno sguardo migliore del mio e me l'ha restituito, per tre anni, giorno dopo giorno.
Come un mondo sul mio mondo.
Nessuno lo ritrova quel mondo io. Nessuno al posto mio. Nessun altro.
Solo la ricerca, dentro di me, di quel che di pieno è rimasto nel vuoto che resta, mi restituisce, ogni giorno, frammenti di quello era. Di un mondo perduto che va recuperato.
E rimesso in movimento.
Me lo dice ogni giorno, di non mollare la presa sul suo sguardo. Di stringere quel che resta di noi.
Che non vada perso.

"When you lose something you can’t replace
When you love someone but it goes to waste
Lights will guide you home..."

cold play

Era un po' che qualcuno non mi regalava una canzone con dedica, la appoggio qui, perché mi sembra il suo posto. In realtà lo appoggiata ben più a fondo. E sull'Ipod, ovviamente, perchè mancava.

“A quello che è stato interrotto, a quello che non si può più riparare. Ai lieto fine che non sempre arrivano. A quelli che ancora non si vedono. A voi uniti, ovunque voi siate.”
Fix you, Coldplay, da un amico.

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