Di Fama e di Sventura di Federica Manzon. Mondi di acqua e punti perfetti.

Ma forse è solo la forza falsificatrice dell'immaginazione che piega i fatti che sono stati ai fatti come li avremmo voluti, che riempie il vuoto che ci resta in mano con quel poco di speranza che avremmo voluto stringere”.

Non so da dove venga il potere che hanno certe storie, di parlarci.
Ci sono i libri che intrattengono, che ci fanno compagnia per qualche giorno. Che ci rincuorano.
Ripensiamo alle loro pagine dopo anni, associandole al posto in cui li abbiamo letti.
Io da qualche anno scrivo luogo e data sui miei libri.
Mi piace riprenderli in mano dopo un po' di tempo, aprirli e trovarci pezzi del mio percorso. Tratti di strada, spezzoni di ferrovia.
Arianna, treno Torino-Rimini, luglio 2010.
Arianna, aereo per Barcellona, febbraio 2011.
Arianna, Lisbona, agosto 2012.
É bello. Soprattutto quando sembra che il tempo scorra liscio. Che non succeda mai nulla. Che si rimanga sempre al punto di partenza.
Questo viaggiare nel tempo, nelle storie e nei luoghi. Questo ripercorrere uno spazio attraverso il libro che ci ha accompagnato.
Ci fa sentire viandanti del mondo e delle letteratura.
Ci sono persone nate per restare in un sol punto. E che in quell'unico punto trovano serenità.
E ci sono quelle che un andare costante spinge in qua e in là. Che anche se si fermano, dopo un po' devono ripartire. Che anche se il tempo o la vita tiene legate a un luogo, il filo che le trattiene non sarà mai catena, ma sempre elastico, arco teso su un mondo che ogni tanto fa paura, eppure chiama a gran voce.

Io purtroppo sono tra le seconde.
Mi piace andare. Spostarmi.
Mi piace fermarmi, certo, perché è bello avere un luogo dove poter tornare.
Eppure sento sempre quel movimento leggero di qualcosa che spinge altrove. A volte basta un week end al mare. Bastano due ore di macchina per ritrovare, tra la staticità e lo spostamento, un punto di equilibrio. Il punto perfetto in cui ci si sente più leggeri. Un punto vuoto nel pieno assoluto dei giorni e delle ore. Un vuoto che tiene sospesi. Un filo sulle onde.
Non lo si può descrivere, né trovare, chi viaggia lo riconosce. È il non-luogo di ogni viaggio.
Non è la partenza, né l'arrivo. Non è la linea curva del tragitto. È un punto.
Quando si vede il mare.
Quando dopo una galleria si aprono le montagne.
Quando in autostrada inizia a piovere forte che sembra che la macchina si debba scoperchiare.
C'è un punto perfetto in cui le cose sembrano reversibili. In cui pensi che ricapiterai una seconda volta. Come un dejà vu in un futuro che ora non sai.
È la chiave di volta dei libri.
Dove nel rotolare della storia c'è un momento in cui tutto si ferma ed è perfetto. Lo sarebbe, se l'entropia non spingesse poi tutto, nuovamente, a precipitare. Le vite dei personaggi, in un intreccio caotico, come valanghe di neve giù dalla montagna.

Questi libri non ti accompagnano e basta. Non sono strati simbolici aggiunti al tuo mondo reale.
Questi sembrano volerti trascinare in un mondo parallelo che una minuscola chiave di volta tiene sospeso nell'aria.
La sensazione è quella di due mani dalla presa forte che ti trascinano con la forza di un atleta tra le pagine, scompaginandoti, per qualche giorno l'esistenza. Tenendoti immerso, in una strana apnea da cui è difficile uscire.

Non so perché i libri più belli sono sempre i più tristi.
Dove l'amore finisce male.
Dove qualcuno muore.
Dove si trova un concentrato del male del mondo. Un presentimento triste che si scioglie tra le pagine, si dirada in alcuni passaggi in cui si torna a respirare, per poi ricondensarsi, come aria satura di anidride carbonica in una stanza dove ha respirato troppa gente.

Di fama e di sventura lo inseguivo da un po'.
Mi piaceva la copertina. Mi piacevano i nomi dei personaggi: Tommaso, Lorenzo, Ariel, Vittoria, Luce.
Ognuno mi diceva qualcosa. Per la sua bellezza intrinseca o per le persone che collego a certi nomi che finiscono inevitabilmente per piacermi, per appartenermi più degli altri.
E poi la storia. La storia è bellissima. Si dipana su tante pagine e su tanti anni.
Se la litigano tante persone, tutti caratteri forti. Tutti universi non comunicanti. Universi che si incontrano, ma non si abbracciano. Che si stringono, ma poi si lasciano andare.
È la storia di una madre troppo giovane, di una nonna e di un nipote, di due amici. Di un amore profondo di quelli che a diciottanni ti scavano dentro e rimani un po' concavo per tutta la vita.
É la storia di infiniti addii e separazioni, del tentativo di allontanarsi una volta per tutte da ciò che si è. Dal proprio mondo. Dalla propria famiglia. Senza riuscirci.
Un distacco come un taglio, che lascia cicatrici. Perché scappando, anche se dall'altra parte dell'oceano, non si riesce mai a fuggire da quello che si è. Dal proprio cuore buono che si vorrebbe rendere insensibile. Spregiudicato. Incapace di provare sentimenti veri e di abbandonarsi all'amore di qualcuno.

I suoi occhi scuri diventavano una lastra di vetro nero su cui si scivolava e basta. E in quei momenti io avevo paura a stargli vicino, in fondo non ero sicura di volerlo davvero”.

Tommaso è il protagonista inquieto del romanzo. Luce, che ci racconta la sua storia, il suo amore di sempre.
Un amore troppo grande perché il gelo che è dentro Tommaso possa trovarvi il calore che cerca.
Un amore troppo rischioso, per uno che aveva giurato che mai più si sarebbe fidato di qualcuno. Che mai più si sarebbe fatto ferire.
Ma amare è anche lasciarsi un po' scalfire. E questo Tommaso lo capirà forse solo alla fine.

“Fu colpa di quel giorno in cui sua nonna mancò la presa e mentre il nipote si gettava fiducioso nel vuoto, lei si girò dall'altra parte lasciandolo cadere. E lui giurò a se stesso che mai più sarebbe salito su un gradino così alto, avrebbe tenuto sempre i piedi ben piantati a terra, mai più si sarebbe fidato”.

Tommaso e Luce si incontrano da adolescenti, poi si allontanano, ognuno vive la sua vita.
Ognuno sente costante, nella pancia, il vuoto lasciato dall'altro.
Ma non si può fare altro che andare avanti.
Che continuare a correre. A nuotare. A tuffarsi ogni volta in un nuovo vuoto. A giocarsi il tutto per tutto in una nuova storia, in un matrimonio poco soddisfacente, in un lavoro che toglie i sentimenti, in un trasloco il più lontano possibile dal proprio piccolo mondo.
Poi succede, che la vita si prende tutto in un momento. Anche quando sembrava avere dato una seconda possibilità, aver ricucito le ferite del tempo.
Anche quando sembrava fosse arrivata, alla fine, un po' di quiete.

E poi c'è l'acqua che fa da sfondo a tutte le pagine. Acqua in cui tuffarsi, da cui scappare. Acqua di mare che porta a terra gli amori passeggeri, acqua che risucchia, acqua in cui trovare la pace. In un gorgo nero o in un tramonto rosso, dove i rumori del mondo sono ovattati. Il mare, il liquido amniotico della nascita e quello vischioso della vita si stringono in una narrazione che sembra il navigare fluido su vele invase dal vento. Per questo forse, vale la pena, lasciarsi trasportare. E andare alla ricerca del punto perfetto.

Fu un calcolo semplice quello che sfinì Tommaso nei mesi successivi. Si trattava forse di trovare il punto perfetto dello scorrere del tempo per scavarvi dentro un cunicolo e risalire a ritroso la corrente come i salmoni, anche a costo della vita, per modificare l'attimo determinante, quel singolo punto che ci illudiamo, ha fatto la differenza in un destino”.

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Comments

Che dire! Lo compro!

Grazie per il bel consiglio! :)

viene quasi da temere che il libro non possa essere piú bello di questa recensione...

Impossibile!