Torino che resta e Torino che avanza.

I miei ultimi mesi sono un groviglio insolubili di ritorni e partenze.
Di viaggi e valigie.
Un po' come sempre. Un po' in modo diverso.
E ovunque la tentazione di voler tornare sui propri passi senza riuscire bene a rispondere alla domanda quali siano in realtà, questi passi.
Dove si trovino qui i passi del ritorno.
La risposta è che non si trovano. Quindi tanto vale andare avanti in qualche modo.
Se indietro non si torna.

Mi manca scrivere.
Mi manca questo blog che ha ospitato per mesi la mia parte migliore.
La mia parte messa in salvo dal mondo.
Qui mi sono ritrovata tante volte.

Però quando le ore di treno diventano più di quelle sulla terraferma. Quando si ha un giorno una casa, un giorno quattro e un giorno nessuna. Quando un giorno si è a Rimini, un giorno a Torino, un giorno chissà.
Manca il luogo in cui tornare.
In cui rallentare.
Mancano le ore da dedicare alle parole. Perché se ne sprecano troppe, viaggiando.
E se ne accumulano poche.
Mancano i freno d'emergenza che fermano il mondo: la scrittura che ferma i pensieri, la lettura che li fa volare, i ritagli di un tempo immobile dove passato e futuro collassano.
Ed è buona sensazione di sfinimento.

Rimini non è mai approdo, ma punto di partenza.
Rimini è il porto, è la marea che sospinge.
Rimini è dove sono partita. Dove il mondo ha aperto una breccia su un altro mondo. E poi su un altro mondo ancora. All'infinito. Non è tempo per tornare.
Vivo a Torino, di nuovo. Per un po'.
Nella Torino dei ricordi e in quella dei programmi a breve termine. Una che arretra e una che avanza. Uno slalom tra le scadenze.
C'è un vuoto che diventa pieno un po' alla volta. Goccia a goccia. Un mondo intero come un secchio sotto un soffitto bucato. Le gocce cadono da una distanza infinita, siderale.
E ancora da quasi un anno questa percezione strana del tempo: contratta, affaticata. Un tempo che segue i battiti accelerati del cuore a riposo. Che in realtà riposo non conosce, ma solo un'anima più lenta per restare, in questa guerra, in questi mesi che seminano vittime, immobile per un momento. E riprendere fiato.
Fra la Torino che resta e quella che avanza c'è un equilibrio insolito e precario. Ci sono amici vecchi e nuovi. C'è un mare pieno di onde e campi di girasoli.
Della Torino che resta c'è il nome di Fabio tra i preferiti del telefono che non so togliere e nemmeno voglio farlo.
C'è una casa da qualche parte, zona Santa Rita che ho lasciato un lunedì mattina qualsiasi dopo quattro anni.
E sono contenta di lasciarla lì, di scioglierla da un destino che non era più il mio.
Le cose che mi ingombrano vanno avanti senza di me
Forbici di acciaio per dividere le strade.
In quella casa troppi oggetti, troppi chiodi, troppe lampadine avvitate e svitate, troppi stipiti di porte tenuti su dal nastro dei pacchi.
Troppo uguali a me, quei pezzi di cose malamente tenuti insieme dal nastro adesivo. Che a volte poi, tanto vale che si rompano, gli oggetti, che vadano in pezzi, anzi, tanto vale lanciarli contro muri portanti.
E sentire che di tanta apparente solidità non rimane che un rumore di schegge tutte intorno.
Dà sollievo sbriciolare i bicchieri.
Hanno troppa felicità certe cose. Per rimanere integre mentre il mondo va in pezzi.

E poi si è rotto il freezer. Il neon del bagno. La luce dell'ingresso.
I mobili scricchiolavano. I cassetti cedevano.
Il soffitto del bagno si scioglieva per la muffa.
Sembrava un mondo in procinto di crollare.
O semplicemente un punto di approdo dello scorrere del tempo tra le crepe del legno e del muro.
L'ho lasciata senza lacrime. Quella casa.
Svuotata di ogni cosa.
Una casa intera in trenta scatoloni ben sigillati.
Non era una casa qualsiasi. Un appartamento fra tanti. Era casa mia. Era quello che restava del mio mondo di quando era pieno e tondo e lo si poteva abitare ogni giorno.

Della Torino che resta.
Ci sono le montagne coperte di neve in una giornata di sole.
Questo primo freddo sceso sulla città come un cappello sulla testa.
Porto al cimitero fiori che durano poco. Petali che si arricciano e anneriscono in fretta.
Gesti minimi per incanalare un amore che naviga a vista e non trova una destinazione.
Resta una certa malinconia dei mesi ad Heidelberg. Della partenza più bella. Delle novità che riempono la vita anche quando non le vuoi.
Quando non te ne fai niente perché manca il resto.
Ma se non ci si addentra, nel nuovo, si muore due volte. La noia e il dolore. Il pendolo dei filosofi.
Della Torino che resta rimangono quattro o cinque paia di scarpe alte che senza il metro e novanta di Fabio non metto più.
Restano le scarpe rotte che non butto. Quelle con i buchi. E i lacci incastrati che non si sciolgono più. Quelle di tela rovinate dalla pioggia, dalla neve, dal fango.

Tornare nella Torino che resta è farsi un bagno nell'acqua fredda.
Restare nella Torino che avanza è asciugarsi in una coperta calda di lana morbida.

La Torino che avanza sono gli amici. Quelli che vecchi e quelli nuovi.
Sono i nuovi nati. E quelli che si fanno attendere.
Sono le persone che mi parlano di Fabio senza veli. Come piace a me.
Sono le persone che mi trascinano in giro perché ne vale la pena.
Le persone che si sposano e mi chiedono di stare loro vicine. Perché io per loro ci sono sempre stata. Per lo meno ci ho provato. Nonostante il periodo. I viaggi. Le partenze. Nonostante tutto.
La Torino che avanza ha un quartiere nuovo che non conosco. Ha strade in cui mi perdo. Ha una biblioteca, una piscina, il mercato e nuovi bar in cui cercare brioches alla marmellata calde e cappuccini perfetti. Rigorosamente bollenti.
E mentre torno a casa la sera nel mio nuovo quartiere e mi perdo cercando parcheggio, in piazza Santa Rita un uomo ne ammazza un altro per un motivo che non ha ragioni.
E in una barca in mezzo al mare al largo di un'isola dall'acqua blu muoiono centinaia di donne e bambini.
Torno a casa mi commuovo.
Perchè anche se davvero non c'è un senso.
La notte diventa viola trafitta da una luna a forma di sorriso.
Resta anche questo.
E resto io.
Io resisto come sempre. E scrivo.

Tra le letture più belle di questo periodo. Ugo Riccarelli, l'amore graffia il mondo. Un altro scherzo del destino. Premio Campiello che non ha fatto in tempo a ritirare.

"Vide quello sguardo e come il giorno che l'avevo messo al mondo riprovò il bruciore dell'amore che obbliga e divide, e allora si coprì il viso con le mani e si lasciò andare alla consolazione di qualche lacrima, si immerse dentro il buio che i palmi le procuravano e desiderò perdersi, andarsene lontano dal peso insopportabile che la vita ancora una volta le caricava addosso.

Ugo Riccarelli: L'amore graffia il mondo.

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Mancavi.
Come manca il tempo a chi cerca di star dietro a pensieri vorticosi e al desiderio di mille cose da fare e da provare e da cercare.
Finalmente, dopo tanto tempo. Forse dopo tutta una vita.
Mancavi come un giorno di pausa dopo tanto viaggiare.
Come una sedia dopo una giornata di cammino.
Come un sorriso in uno di quei giorni in cui ti senti color del fumo.
Mancavi come il sole su Torino, quando sai cosa significa.
Come l'abbraccio delle Alpi al mattino, dalla cucina, con una tazza bollente di tè fra le mani e un paio di sogni da raccontare.
Mancavi come i giorni in cui sembrava tutto vero. E forse troppo bello.
Eppure ci sei.
Ci sei sempre e nonostante.
Ci sei ancora e per fortuna.
Ci sei per te, per noi e per chi deve ancora arrivare.
Ci sei per chi non c'è più e però non smetterà mai di esserci.
Vorrei esplorare questa nuova Torino, rispolverare una bicicletta che mi ha portato un po' ovunque e ora mi aspetta invano. Trovare una nuova strada in cui urlare, perché significa che si è già un po' a casa. Immergermi nella nebbia fitta come fossi un biscotto nel cappuccino. Molto caldo, per favore. Con la schiuma che solleva il cucchiaino e non lo lascia affondare.
Come la tua barca di carta...
Come l'amore.

LUCA CARBONI - C'è sempre una canzone
"Sta cambiando ancora il tempo, il tempo cambia sempre ma cambia poco chi c'è dentro.
Questa volta fa bufera e ha fatto il cielo nero e sembra fare a chi è più duro
c'è sempre una canzone per caso o per fortuna
c'è ancora una canzone bagnata un po' nel vino.
Mentre infuria la bufera
e il sangue fa il suo giro qualcuno urla che era ora,
le poltrone sono calde stan li seduti saldi finchè lì dentro è solo calma
e sei un particolare dentro il quadro generale che vorrebbero ma non possono ignorare, c'è sempre una canzone per caso o per fortuna
c'è ancora una canzone caduta dalla luna
c'è sempre una canzone che non fa dormire
c'è ancora una canzone ancora da sentire.
Mentre la bilancia piega e non c'è via di fuga e la giustizia non si spiega,
mentre è solo mare aperto e non si vede il porto ed il futuro è un po' più corto
e sei un particolare che vorrebbero ignorare e ci riescono se tu li lasci fare
c'è sempre una canzone per caso o per fortuna
c'è ancora una canzone caduta dalla luna
c'è sempre una canzone che non fa dormire
c'è ancora una canzone ancora da sentire".

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-eb04e70d-0c68-47d...

Ti aspetto a casa...voglio esserci nella Torino che avanza. Ti abbraccio!

Le tue parole sanno sempre i miei turbinii interni. Mancavi davvero tanto. Un abbraccio, come sempre.

Sanno sempre calmare..mi perdo i pezzi.

MANCAVATE ANCHE VOI. Davvero tanto.

sei tornata! Mi hai fatto iniziare bene la giornata, leggerti è sempre un piacere. Scrittura liquida che mi piace assai...

Chiunque tu sia. Spero di tornare più spesso! E grazie

E' sempre un immenso piacere leggerti...è così che in un certo senso mantengo un sottile filo tra il nostro passato,il presente...un filo che vaga ma che alla fine crea un tela come quella del ragno...io sono nella tua Rimini,la tua partenza... quando la descrivi mi catapulto indietro nel tempo, ritorno alle nostre cavolate spensierate, ai nostri giochi immaginari..che nonostante tutto ci riempivano la giornata! Ciao Ari !

Ciao Sara!
Mangiavamo le foglie di Menta del tuo giardino! Ehm...

Non solo...anche i petali delle margherite nel giardino dell'asilo!

Quelli erano ottimi :-)

Bentornata!

Bello ritrovare le tue parole!

manchi!!! torna a scrivere!!!