Horror vacui e orsetti gommosi

Ho iniziato tanti post in questo mese. Alcuni divertenti, altri più tristi. Alcuni alla finestra guardando un temporale estivo fare viola il cielo, altri sul terrazzo nell'afa di quasi quaranta gradi che si è abbattuta anche sulla verde e fresca Germania.
Eppure non sono riuscita a finirli.
Per il caldo, per la scuola, per i compiti. Per avere passato pomeriggi interi a guardare una fiction scema in tedesco cercando le parole nuove sul dizionario.
Ne ho approfittato per studiare. Perché poi so già che, a Rimini, sarà diverso.
Sarà che mi sentirò in vacanza.
Sarà che i tedeschi che vedrò in giro saranno diciottenni sudati, bruciati e abbirrazzati e forse mi piacerà un po' meno imparare le regole base della conversazione.
E sarà che dovrò ricucire tutto un mondo disperso e le mie energie andranno in quello.
E poi ci sono persone da rivedere, abbracci da dare e da prendere. C'è la parte più bella del ritorno, quella in cui ti senti avvolto nella bolla di sapone dei muri che ti appartengono.
Gli stessi che presto ti vanno stretti.
Ma nell'ora proteggono dalle fatiche del viaggio. E ristorano.
E poi dovrò impegnarmi per mangiare le piade che non ho mangiato in questi mesi, tralasciando i cappuccini decenti, le pizze, il pesce. Ne esiste un altro oltre al salmone?
Non mi lamento più di tanto solo perché qui ci sono delle cose fantastiche per i miei gusti strampalati come delle zuppe già pronte cocco e curry o carote e zenzero che sono la fine del mondo. Unite agli yogurt rabarbaro e fragola. E a tutte le salsine del mondo che renderebbero indigesta qualsiasi semplice insalatina.
E i frutti di bosco. Quelli mi mancheranno.
Dopo i mirtilli, le ciliegie, i ribes e i lamponi, sono arrivate anche le more.
Lungo la pista ciclabile ce ne sono a centinaia. Le avevo viste il mese scorso verdi e striminzite, diventare violacee e ora scure e polpose.
L'altra sera mi sono fermata per raccoglierne un po' al lato della strada.
Ovviamente mi hanno suonato in due. Le bici tedesche e i loro campanelli da 140 decibel.
E la loro pazienza come quella di un bambino di tre anni che ha fame.
Ovviamente ci passavano, non intralciavo affatto la strada. Ero sul bordo esterno della pista ciclabile, erano le sette di sera, aveva appena piovuto e in giro non c'era nessuno.
Ma qui è questione di principio. Di ferrea concatenazione causale. Io ero sulla pista ciclabile a raccogliere le more. Io non dovevo stare ferma sulla pista ciclabile a raccogliere more, quindi era lecito scampanellare.
Per fortuna stavo raccogliendo more, attività che mi coinvolgeva molteplici sensi e rallegrava l'umore. Altrimenti li spedivo, in galante italiano, a quel paese, diciamo così.
Però mi ha fatto pensare, la comparsa anche delle more a qualcosa di conclusivo. Può sembrare una cavolata, forse lo è, il ciclo dei frutti rossi fa molto Danone Vitasnella, però in fondo, qui la natura è diversa. Come se incidesse di più sull'andare dei giorni.
E' più avvolgente, potente. E' più invasiva per certi versi, ha maggiore influsso sulle persone, le circonda e le accompagna. Il paesaggio cambia sensibilmente ogni giorno.
Allora in un certo senso può essere anche non così strana la sensazionedi avere fatto, con le more, un altro gradino della scala. Che per adesso è l'ultimo.
La mia scala, qui rimane a metà. Non so dire se è un addio o un arrivederci. Posso dire che ci penserò. Che Heidelberg rimane un bel pezzo di me.
Che nella sua dolcezza, nel suo verde, nel suo ritmo ciclabile apparentemente morbido, è stata una città invasiva. L'obbligo di andare avanti. Di andare in bici. Di badare a me stessa. Di conoscere qualcuno. Di guardare più in là. Più in là di tutto, nel cielo dove il sole tramonta in sfumature ogni giorno diverse. E tornare qui, sulla terra.
L'obbligo di imparare a stare da sola. Coi miei pensieri. Con i miei libri. Con la mia macchina fotografica. Con le mie forze.
La fatica di trovare l'affetto nella lontananza. Non c'è nulla di spensierato. La testa non si spegne, la si lascia lavorare.
Non so come siano passati sette mesi. Non è un tempo fluido quello della memoria.
Non so mai se dire già sette mesi o solo sette mesi. Dipende dai giorni. Dipende dal piede che appoggio al mattino scendendo dal letto.
Dipende da che cosa ho sognato. Se un mare pieno di onde o di pesci. O un criceto gigante che si mangiava il mio gatto.
Però di sette, quattro li ho passati qui. E lo rifarei cento volte. Ripartirei, domani.

Dopo quattro mesi ho un altro posto da poter chiamare casa. E questa è l'eterna sensazione di vivere leggeri. A cavallo tra mari, fiumi e montagne. In cammino su un ponte che tutto congiunge e collega. Che avvicina quello che è lontano. E trafigge gli spazi perché diventino nuovi cose. E si assestino nelle forme che più ci piacciono e mi appartengono.
Il ritorno è a giorni.
Non posso essere triste. Ho voglia di tornare, eppure ho già nostalgia di qui. Una tedeschissima Sehnsucht.

Viaggio in macchina e in compagnia. E questo aiuta.
Genitori compassionevoli smuovono la Ford Forcus arrendendosi al numero crescente delle mie valigie e al fatto che è pure colpa loro, visto che da loro provengo, se non mi hanno creata essenziale e minimalista. Inoltre se, nonostante tutto questo infinito viaggiare, non lo sono diventata, bisogna dedurre che i geni sono decisamente avversi.
Quindi mancherà il brivido dell'aereo che dà sempre una prospettiva diversa sulle cose che si lasciano. Quel vederle dall'alto, sulla distanza, nell'insieme è come se rendesse il distacco più concreto e la partenza più definitiva.

Il ritorno in macchina dà più l'idea di una scampagnata, nonostante i mille kilometri, le dieci ore e un sicuro sedere quadro. La strada segue il movimento degli arrivederci. Di un posto che tanto è a portata di mano, di macchina, di kilometri, basta solo macinarli.

Vogliamo poi parlare che l'altro giorno scendendo le scale di casa ho incrociato una signora col cane. Italiana, e fin qui tutto bene. Quello che mi ha lasciata basita è che aveva l'inconfonndibile maglia della notte rosa di qualche anno fa. Ho pensato che era proprio ora di tornare, poi mi è venuto da ridere, l'ho fissata sbalordita e poi sono corsa via, con la mia bicicletta.

L'anno scorso in questi giorni compravo la guida per il Portogallo. E mi preparavo a quell'andare là.
Oggi ho voglia di tornare un po' a casa, a Rimini. Anche se so già che dopo una settimana mi annoierò.
E' il tempo delle more, esattamente.
Di lasciare in spiaggia, sotto un ombrellone un po' di stanchezza. Un po' di verbi irregolari tedeschi. Di rientrare in possesso di un romanzo in italiano, li ho finiti tutti. Ed è tremendo.

Avevo calcolato male. Avevo calcolato molto più tempo per tirare il collo all'Anna Karenina, invece.
Invece i libri belli finiscono subito.
A me per lo meno.
In cinque giorni è stata divorata, lasciandomi un po' più sola, e senza libri.
E' stato come farsi un giro in giostra.
E tornare al punto di partenza dopo avere visto tutto il mondo e dopo avere scavato nell'animo umano con un trapano dalla punta lunga.
La letteratura. I mattonazzi, per intenderci, vogliono solo il momento giusto. La solitudine del cuore e la pazienza di ascoltare quello che le pagine hanno dire, lo scorrere degli occhi è movimento indispensabile, ma non basta. Sono letture a cinque sensi. Bisogna solo lasciarsi andare.

“ Anna entrò, giocherellando con le nappe del suo cappuccio. Aveva il capo basso, ma il viso raggiante di una luce che non era di gioia, ma assomigliava al cupo rosseggiare di un incendio in una notte tenebrosa”.

E le grandi emozioni di questi personaggi ti accompagnano per giorni. Come se il libro continuasse nei percorsi quotidiani ancora per un po'. E' una bella sensazione, in questo limbo, penso, sia vietato comprarne un altro!

Mi ero attrezzata per questo mese. Contro il tempo balzano di questo posto. Avevo i pantaloni da pioggia, la coperta da prato impermeabile da un lato, il poncho da bici, quattro maglioni di lana nell'armadio, il copri sellino della bici, il coprivaligia per la pioggia e mettevo i libri in un sacchetto di plastica che, si sa mai.
Tutto.
Infatti è arrivata, pure qui, l'estate.
L'estate vera, senza il mare, purtroppo.
Ma ugualmente calda, afosa, appiccicosa, sudata. Schwul (con umlaut sulla u) come dicono qui. Che Schwul con la umlaut vuol dire omosessuale e non sia mai. (Questa è la cultura che deriva dalla fiction intelligente!).
L'estate che un vestito più corto di metà coscia non si può mettere.
Che i pantaloni corti solo mezza giornata che se no ti si appiccicano al sedere e alla sera non li togli più.
L'estate che oddio devo bere.
Che dov'è un cocomero da queste parti?
Che sudo solo a respirare.
Che come faccio ad andare in bici.
Come faccio a studiare i verbi irregolari tedeschi.
L'estate.
Che mi lamento, ma per fortuna che è arrivata.
Con il suo caldo di sera che non ci vuole la maglia. Con i tramonti mozzafiato ogni giorno diversi, coi gelati. Il mare sì, il grande assente.
Nel neckar io non mi tuffo. Quest'anno farò il bagno a Rimini ad agosto, tra le alghe e la pipì dei bambini, ma nel Neckar no. Domenica c'è stato il triathlon: tutta sta gente che nuotava in quest'acqua fangosa. Oddio, poveretti. Nonostante l'afa non mi è venuta nemmeno un po' voglia.
Le piscine ci sono, però praticamente nuoti tra i bambini 0-12. E se non nuoti, ma rimani in ammollo a bordo vasca rischi che qualcuno ti si tuffi in testa.
Durante la settimana va un po' meglio, gli orari migliori sono tra le sei e mezza e le otto. I bambini tedeschi sono tutti cenati e allettati, rimangono in pista quelli delle famiglie italiane e spagnole, che non sono pochi, ma comunque ci si dà un bel taglio.

Detto questo.
Ho voglia di tornare al mare.
Al mio mare.
Alle mie facce conosciute.
Magari anche un giro all'Aquafan, tanto per non farsi mancare nulla.

Mi è arrivata una mail qualche settimana fa, oggetto: Horror vacui. Perché non scrivi?
Di solito l'Horror vacui appartiene a me, alla mia scrivania che non ha mai un angolo per scrivere, al mio pavimento pieno di libri, al mio armadio dove nulla è piegato, ai muri pieni di foto.
Al desiderio di riempire di parole, di musica, di pensieri la sensazione che il vuoto diventi pieno di nulla. Le infiltrazioni di oggetti come ricordi pesanti, ma buoni, che saturano un'aria troppo leggera da respirare. Troppo pulita perché asettica. Perchè non porta gli odori e i profumi che sono stati familiari.

Lo scorso week end ho fatto un giro in bicicletta fino a Schwetzingen, un castello qui vicino.
Era caldissimo e la pista ciclabile attraversa i campi di grano.
A mezzogiorno, tornando a casa, c'era un profumo che al mattino non c'era. Un profumo di pane cotto che saliva secco dai campi. Stranissimo.

Pensando a quel giorno, rimarrà quella la nota predominante, dell'olfatto. Un profumo di panetteria di città, in mezzo al niente giallo delle spighe.
E anche quel giorno mi sono tornati in mente i tempi d'oro di quando facevo la baby sitter al Grand Hotel di Rimini. E tornando a casa in vespa, alle due e alle tre di notte stanca e assonnata, riconoscevo le strade dal loro nome, dal profumo di bomboloni e brioches delle loro pasticcerie, già in attesa del mattino.

Lo capisco comunque.
Provo anche io un po' di horror vacui nel vedere il mio blog povero di parole e di novità.
Ma per scrivere ci vuole tanto tempo. E non l'ho avuto.
Le novità bisogna prima macinarle.
Ci vuole il movimento del corpo, che mette in circolo le catene armoniche di pensieri.

Forse anche io avevo bisogno di ricaricare le parole. Di attingere da qualche parte. Di leggere.
E di lasciare andare i pensieri. Senza incasellarli.
Ho pensato tanto, con tutta la strada in bicicletta che ho macinato passando tra i piccoli orti e giardini che separano casa mia dal centro. Un paradiso bucolico, questa parte di città.
Tuttavia ho paura che il mio italiano, giunti a questo punto, lasci un po' a desiderare. Lo parlo pochissimo, lo scrivo di più. Ma sono conversazioni da chat, senza punteggiatura e senza poesia!
Nonostante ciò, per fortuna che ci sono.

Due cose molto tedesche del mio ultimo mese qui:
“Orsetti di gomma” e “Verplannt Sein”.

La predizione del futuro qui non viaggia nelle righe della mano, nei fondi del caffè o nei tarocchi.
Esiste un libro, un vero e proprio best-seller, a quanto pare, che predice il futuro con gli orsetti gommosi. Una sorta di oroscopo delle caramelle.
Gli orsetti Haribo originali sono di cinque colori standard, per (il calcolo combinatorio non è il mio forte) xy combinazioni. Bisogna pescarne cinque dal sacchetto e, a seconda dei colori pescati, c'è una pagina di libro che parla di te. O meglio della te che verrà.
Fa ridere, ma è così.
E nonostante oracolare con gli orsetti possa sembrare una cosa carina, dolcina e mielosa. Gli orsetti sono bastardissimi, per nulla caramellosi. Basta prendere su un rosso o un giallo di troppo per essere rispettivamente decorticato da passioni travolgenti o squartato dalla gelosia.
Comunque la serata degli orsetti è stata folle e divertente. Terminare una finta grigliata, saltata per pioggia, convertita in cena quasi vegetariana, predicendo il futuro su tre lingue con gli orsetti di gomma e senza avere bevuto poi tanto, penso che sia un'esperienza tridimensionale.
Tra le migliori serate degli ultimi tempi.
Inoltre il fatto che gli orsetti da pescare e mangiare siano solo cinque, permette di terminare la serata piacevolmente e di passare incolumi la nottata; cosa che non succede, se ci si lascia prendere dal divoramento compulsivo di caramelle gommose e, ovviamente, si hanno più di diciottanni!

Qualche settimana fa è venuta un'amica per il week end.
Parla tedesco e mi ha regalato una perla, la mia, verplannt..
Verplannt è intraducibile, un misto tra svampita, svanita, tra le nuvole, sul pero/fico/luna, in qualunque modo si dica dalle vostre parti.
Io sono decisamente verplannt in questi giorni.
Non c'è dubbio.
Qualche giorno fa, nell'ordine.
Ho trasportato per cinque km di ciclabile campagnola una bottiglietta di Apfelschorle, sono arrivata a casa e l'ho tirato sul letto.
Dopo due ore, morta di caldo e di sete l'ho afferrato, dandomi della scema per non averlo messo in frigorifero, e l'ho aperto.
Così.
Come fosse acqua.
Io e le bolle non ci siamo mai pigliate troppo bene.
L'Apfelschorle è esploso, sbottato, evaporato. Mi ha fatto la doccia e lasciata in una nuvola appiccicosa di mela.

Ho tolto canottiera e gonna e le ho infilate in una tinozza con acqua e sapone.
Ora.
Buon senso avrebbe voluto che io mi infilassi sotto la doccia.
Ma, visto che in pratica non conosco le mie coinquiline e non sapevo se erano in casa o no, (modalità tedesca on: porte chiuse a tutte le ore), mi sono infilata una canottiera pulita, tanto per transitare tra la camera e il bagno.
Prima, però, ho pensato bene di finire la cena con uno yogurt. Alla banana. Perché no?
No, punto. Perché in sere come queste è meglio andare a letto con le mani dietro la schiena.
Infatti, come volevasi dimostrare, lo yogurt alla banana, mentre mi sedevo sulla sedia girevole, altro attrezzo con cui non vado d'accordo ha preso uno scossone ed è piombato sulla ex-pulita canottiera.
Canottiera che è finita anche lei nella tinozza.
Molto verplannt. Il tutto.
Molto incasinata la camera nonostante quattro mesi di Germania.

Molto estiva la canzone che piazzo qui.
jova

Sento il mare dentro una conchiglia, estate, l'eternità è un battito di ciglia.

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