LE RANE E TUTTO IL RESTO

E poi c'è la Milano che nessuno si immagina.
Quella che mi fa rimpiangere di non essere ancora lì. Fosse anche per un giorno soltanto.
È la Milano di Gaber, di Dario Fo, di Lella Costa, di Franca Rame. È la Milano del teatro e della canzone.
E non quella delle mafie, del grigio fumo e delle modelle di sedici anni che svengono nei taxi durante la settimana della moda.
Non leggo volentieri i giornali italiani di questi tempi.
La Stampa è scesa sotto Maps tra i siti che Google Chrome mi mette in vista quando inizio a navigare in Internet. O a surfare come si dice qui, con un verbo che mi sta simpatico.
Eppure certi giorni sono curiosa, leggo due o tre notizie, non vado oltre ai titoli di testa, mi arrabbio, vado avanti, torno indietro.

Se sono in biblioteca mi leggo, o meglio cerco di afferrare qualche parola, qualche articolo dal Rhein Neckar Zeitung. Il giornale di queste parti.
Nascono un sacco di animali negli zoo. Non ci vuole un gran tedesco. Foca grande e foca piccola. Macaco grande e macaco piccolo. Dieci righe e via!
Il Neckar è straripato, per la cronaca, piena dei fiumi anche qui. Mi è pure arrivato qualche messaggio che mi chiedeva se per caso stessi andando in giro in gondola. No. Vado in giro in scarpe di tela. E finalmente inizia ad essere stagione.
Sembra che abbia smesso di piovere.
Nei giorni scorsi invece che devo dire ha piovuto giusto quel tanto che basta per annacquare il pensiero logico-consequenziale, non si parlava d'altro che del “Neckar Hochwassertourisum”. (Turismo da acqua alta del Neckar!). Non hanno Venezia, loro.

Quindi dopo tutta questa pioggia, un bel fiume in piena, prati allagati e papere dappertutto.
Domenica mattina erano tutti lungo il fiume con macchina fotografica in mano, stivali e biciclette.
I bambini, in realtà, erano già nell'acqua fangosa fino alle ginocchia. Io e Aurora comprese.
Che lei, bambina, lo è a pieno diritto. Io alla gita nella foresta nera organizzata dall'università ho pagato ridotto, perchè l'organizzatrice mi ha guardata e ha stabilito che ero “Young”! Grazie mille. Per lo meno non mi hanno chiesto i documenti che attestavano la mia maggiore età come quando con anni 23 sono andata a farmi il terzo buco a un orecchio.
-Il documento prego.
-Ma li ho già 18 anni.
-Dicono tutti così.
-Ma io li ho davvero.
-Mi dispiace documento o serve l'autorizzazione dei suoi genitori.
Ovviamente gliel'ho dato, il documento. Dove c'era scritto che la maggiore età l'avevo passato da un cinquennio.
Ovviamente la tipa si è prodigata in mille scuse.
-Sembra così giovane. Ha la faccia così pulita. Sarà una fortuna tra qualche anno.
Io mi sono fatta una risata. E il buco, visto che ero lì per quello.
Era l'estate prima di andare a Torino.
Mille estati fa. Forse quattro.
Ero molto più giovane. Su questo, non c'è dubbio.
Mi ricordo i pantaloncini corti che avevo addosso. Erano nuovi. Li ho sbrancati dopo qualche giorno scavalcando una cancellata per andare a rubare dei fichi su un albero.

Comunque, dopo venti minuti la polizia ha transennato la zona e ha vietato ai bambini di starnazzare nella fanga. La corrente è troppo forte. Chiusa lì.
Anche perché, in realtà secondo un mood molto tedesco, i genitori se ne stavano rilassati al bar-terrazza sopra il parco giochi a bersi un Apfel Schorle, mentre i bambini starnazzavano.
Le mamme italiane non ce la potrebbero fare. Il cameriere una sera ci fa:
-Ne perdono un sacco di bambini. I genitori si rilassano, bevono qualcosa...
Poi vedendo le nostre facce allarmate.
-Di solito li ritrovano.
Va bene.
La piena dei fiumi è sempre spettacolare.
La corrente forte. Gli argini ridotti a poltiglia. L'acqua che sale e sale. E sembra impossibile che possa davvero uscire da lì. Da quel corso che pare così inesorabilmente deciso.
É una bella metafora anche della vita. La rottura degli argini.
È la bella sensazione di non essere in fondo, predestinati.
A volte basta una goccia di più: di amore, di rabbia, di dolore per rompere tutto.
E il corso si riscrive. Passa attraverso nuovi canali. Assume forme nuove.
L'argine è sempre in costruzione. Ha un che di folle e di romantico insieme. Non so.

Se è giugno, però, l'argine poteva pure stare al suo posto. Bello spettacolo, in effetti, ma ti cadono anche un po' le balle per terra. Preferisco l'allarme secca della diga di Ridracoli.
-Non piove. Deve piovere. Ridracoli a secco. Mai così a secco. La più secca Ridracoli degli ultimi cento anni. E via così.
(n.b. Se non siete di Rimini e dintorni cercare, prego, Ridracoli su wikipedia!)
Qui, a quanto pare, è il maggio più brutto degli ultimi 40 anni, in una tra le città più miti (a pochi kilometri da qui c'è la famosa via dei vini che, si sa, non amano il gelo) della Germania.
Quindi, sto cercando di non perdere il filo, ma dopo avere letto Riccioli d'oro, il Brutto anatroccolo e i Sette capretti tutti d'un fiato inizio ad avere l'attenzione a singhiozzo.
Tipo dalla mia postazione: tavolo della cucina, si intravede il water. E mi distrae. Il water. Potrei chiudere la porta, in effetti, ma quando facevo in liceo studiavo in palestra sulla cesta dei palloni con il fracasso delle pallonate della squadra delle piccole che si allenava.
Quindi, direi, il problema è della mia mente non del water che si intravede.

Qualche giorno fa è morta Franca Rame. L'ho saputo solo adesso, forse la notizia è subito scivolata via dalla prime pagine dai giornali. Così, persa quel giorno, persa per un po'.
Finché oggi è venuta fuori, ringrazio mia zia che mi tiene aggiornata sullo stretto indispensabile.
Ho abbandonato all'istante le mie attività pomeridiane delle ore in cui Aurora dorme per dedicarmi a un po' di Repubblica on line.
E qui è venuta fuori, l'altra Milano.
Scorreva lenta, la Milano rossa, quel poco che è rimasto, nelle immagini degli addii.
Camminava al suono della banda. E faceva commuovere.
Abitavano a Porta Romana Franca Rame e Dario Fo. Insieme, da una vita.
Li avevo visti in Università per una lezione aperta il mio primo anno a Milano. Due vecchietti, falsamente sgudibbli l'un contro l'altro (sgudibbli presumo non sia italiano ma dialetto, vuol dire scontrosi, ma suona molto meglio), due grandi attori, due persone che stanno insieme da una vita.
E mi viene un po' da ridere, perché ieri sera guardavo un film francese, tratto da un libro, francese ovviamente, che ho letto da poco, l'amore dura tre anni.
E no, carini, l'amore non dura tre anni. L'innamoramento, forse. Ma quello dura tre secondi, tre ore, tre minuti o tre mesi, a seconda dei temperamenti.
L'amore, se c'è, quando è amore, quello dura eccome. Dura finché l'altro vive. E poi gli sopravvive. In tutte le sue infinite forme, dura per sempre.
È vero, non ho troppo voglia di vedere funerali.
Nemmeno nei film. O alla televisione. Nemmeno quando al funerale di un vecchio di cento anni lui conosce lei ed è amore per tutta la vita, o per tutto il film, poco importa.
Ma le lei in questione è Franca Rame. E per lei altro non poteva parlare che Dario Fo. Così mi sono vista il video, già commossa dalle sciarpe rosse e dal corteo funebre che camminava composto sulla note di Bella Ciao in una Milano che mi è parsa, improvvisamente, più familiare.
Come a ricordare che sì, ci avevo abitato davvero in quella città. L'avevo calpestata, toccata, girata. L'avevo sentita a mio modo, mia.
Prima di disabituarmi per sempre o per un po' nessuno può dirlo, ai suoi tentacoli, alle sue nevrosi, alla sua anima che seppure nascosta, vive.
Mi ricordo le prime volte che aprivo La Repubblica nella sezione spettacoli: trenta teatri. A Rimini ce n'è uno. Un altro forse, che ancora non sa cosa vuole fare da grande, se il cinema, il teatro, la sala delle assemblee di istituto. E non stanno nemmeno aperti tutti i giorni.
Narra Dario Fo nel suo discorso la storia di Adamo ed Eva riscritta da Franca Rame, se vi capita vale la pena sentirlo. Una frase lascio qui su questo blog, perchè me la sono tamburellata in testa tutto il pomeriggio.
Al parco giochi e tra le papere e i cigni del fiume Neckar, che ignari delle profondità del cuore umano (conoscono benissimo invece quelle dei pesci del fiume), razzolavano nell'acqua che si ritirava.
Un inno all'amore. E alla vita.
“Pur di avere conoscenza, coscienza, dubbi e provare amore, ben venga anche la morte.”
Perché l'uomo non vuole l'immortalità divina, ma l'eternità che viene dall'amore, che è unione col principio e poi la fine.

Poi ho girellato un altro po' tra video e spezzoni di spettacoli. È stata una gita in un bel posto. In un Italia che sento un po' più viva, umana e ricca di valori (e perché no anche un po' sentimentale!) di quella da cui scappo ogni volta che apro un giornale.

Una variabile impazzita del lunedì.

Dopo il primo giugno, che come è arrivato se n'è andato. Lasciando una gran fatica a riprendere la strada.
A far rientrare l'argine.
La settimana è ricominciata.
Ho cercato, quel sabato sera, di farmi un po' del male, appesantendo i pensieri volanti con una torta al cioccolato.
La sensazione da controbattere era quella che mi fosse passato sopra un tir. Avevo male alle ossa anche se in realtà, loro, stavano radiograficamente tutte bene.
Ho provato a mangiare prima di andare a dormire una dose consistente di torta, ma non ha sortito nemmeno il risultato di intorpidirmi i pensieri facendomi collassare in un sonno profondo.
Decisamente poco consolatoria. La motivazione è una sola.
Non avevamo la farina in casa, e ormai io e Aurora eravamo approdate alla decisione: “facciamo una torta” per accompagnare a sera un interminabile pomeriggio di pioggia.
Uscire a comprare un pacco di farina? Manco per idea.
Così anziché la farina abbiamo usato l'amido di mais.
Assicuro che provare consolazione e insieme autodistruggersi la pancia con una torta di amido di mais, per quanto grossa sia la fetta è assolutamente impossibile.
Per farsi del male, bisognerebbe mangiarsi due fette di una delle “Sahnetorte” qui della zona. Delle torta alte e assolutamente moleste con poco impasto (qualche striscia sporadica di frolla e pan di spagna) e moltissima panna ai gusti più svariati.
Quelle sì, forse farebbero ruzzolare giù dal letto a notte inoltrata, rendendo il vorticare dei pensieri assolutamente concentrato sulle viscere più che su problemi esistenziali.
Peccato che:
1. Non siano le mie preferite. Preferisco l'accoppiata impasto consistente e poca roba dentro.
2. Difficilmente le produco, quindi le ho in casa.
3. I locali qui a una certa ora, chiudono! Altroché i bomboni alla crema tutta la notte, gioie e dolori della riviera romagnola, sfido a trovare qualcuno che ti vende una fetta di torta (buona!) dopo le sette di sera.
4. E... Dalle undici i locali che hanno i tavolini all'esterno sono obbligati a prendere i suddetti tavolini e portarli dentro. E chi è comodamente seduto a godersi forse l'unica sera mite degli ultimi trenta giorni è caldamente invitato o a sloggiare o a usufruire dell'interno del locale.

Domenica, proseguendo con le cose poche dolorose mi sono imbattuta in una mirabolante ceretta, rimpiangendo a tutto spiano la mia estetista di fiducia.
Spero almeno, che visto lo sforzo venga il sole e rimanga.
La cosa più dolorosa rimane l'aver sbattuto un gomito contro la porta nel tentativo di dare il giusto vigore allo strappo sentendo male dalla punta dei piedi a quella dei capelli.
Detto questo ho pensato di avere sofferto abbastanza.

Il sole è arrivato davvero.
Speriamo duri.
Speriamo di potere commutare in qualcosa di più estivo i miei due paia di jeans che ormai al mattino si spintonano davanti alla porta in un duello all'ultimo sangue.
-Scegli me.
-No, me.
Se poi uno dei due è sporco, l'altro canta vittoria in cinque secondi.
Proprio io, poi. Che ho la teoria marittima che i jeans in estate proprio non si mettono.
Che si appiccicano alle gambe e sono fastidiosi.
Che con le infradito non si possono vedere.
Che ciao ciao ci vediamo a settembre. E poi e poi.
Che come fanno a Milano ad andare in giro in jeans a luglio.
La giusta punizione. Tra quindici giorni è estate a tutti gli effetti e se non si inverte la congiuntura climatica mi alzerò dal letto e troverò i miei jeans a ballare sul tavolo la danza della pioggia sulle note leggiadre di una bella canzone popolare tedesca.

Tralasciando che già ben due persone, (considerando che non parlo tanto in giro), due persone sono tante. Mi hanno già detto che no, non è possibile, ho la pelle troppo chiara per essere Italiana.
Vielen Danke!
Se poi non vedo un raggio di sole nemmeno con il binocolo diventerà beige fango che scorre nel Neckar con qualche punta di verde giusto sotto gli occhi.

A proposito di verde l'altra notiziona che non posso tralasciare è che il raggio di sole e l'innalzamento della temperatura hanno ufficialmente dato inizio alla stagione degli amori delle rane qui nel Campus universitario di Heidelberg.
Per cui nel giardino botanico dietro casa è tutto un gracidare.
Stamattina ho portato il PC su una panchina vicino a uno dei tre o quattro piccoli stagni del giardino.
Giuro che faccio fatica a sentire le mie dita che spingono sulla tastiera.
E poi appena arriva una nuvola e il sole scompare: silenzio.
Salvo poi ricominciare più forte di prima. Sono buffe le rane. Gonfiano le guance come fossero piene di aria e poi ovviamente si saltano addosso.
È pieno di bambini che vengono dagli asili e dalle scuole per vederle.
Mi chiedo se qualcuno dica loro la verità, riguardo a questi assalti ripetuti rana contro rana.
Litigano? Giocano?
Fanno ridere.
È il fracasso della natura che irrompe nel silenzio. E arriva, in certi giorni, più di una bella canzone.

Categoria: 

Comments

Chi di noi, generazione degli anni '90, non ricorda a memoria tutti i testi degli 883.
Quasi fossero tatuati nei nostro DNA e, volenti o nolenti, fossero parte inscindibile dei nostri ricordi d'infanzia.
Per quel che mi riguarda, ci sono alcune canzoni che sento quasi sottopelle, parte della mia stessa epidermide.
Ricordo "Certe notti" come colonna sonora di una delle prime vacanze fatte da soli con mio papà, ricordo il Miniclub dell'albergo dove pernottavamo, ricordo il balletto che ci avevano insegnato per "allietare" le serate di grandi e piccini. Quella canzone è sempre stata quella cosa lì, impossibile da sostituire con altre memorie.
E ricordo per intero un paio di altri cd, obiettivamente forse non dei migliori, che cantavamo al mattino quando mia mamma ci pregava di prepararci per andare a scuola. Sembra passata una vita intera.
Quando ho cominciato a leggere questo post, mi si è aperto un cassetto della memoria, dal quale è saltata fuori -e saltata è la parola giusta- questa canzone, che chissà per quale motivo adoravo, pur essendo terribilmente triste. Ma io, in quanto a gusti musicali, sono sempre stata da canzoni strappacuore.
Sono andata a riascoltarla adesso, pensando che non avesse nulla a che fare con te e con voi e con i tuoi racconti, ma fosse solo una semplice suggestione della mia testa, confusa dal gracidare delle tue rane.
Invece tutto torna, in qualche modo.
E non so decidermi se questo pensiero fa paura o piuttosto dà conforto.

Dal mio piccolo, spero davvero che tu non cambi mai.

http://www.youtube.com/watch?v=giax0QVJ1pQ

883 - La Rana e lo Scorpione

Non ricordo l'anno però ricordo eravamo in macchina
ridevamo sulla Lega e sulla sua durezza intima
poi mi dicesti: - "Sai
noi non faremo mai
le scelte facili
le strade semplici…"-.
Mesi dopo ci han lasciato le ex in contemporanea
se non fosse che stavamo un po' male era quasi comica
tu mi dicesti: - "Sai
mi sa che non cambieremo mai
come in quella storia che
c'è la rana e lo scorpione…"-.
Non so se hai avuto anche tu l'impressione
che il tempo acceleri
a sedici anni un anno dura una vita
poi a trenta sei già lì
tu con i tuoi pensieri
le angosce orrende ed i desideri
io con le mie canzoni
vicini oppure così lontani…
Lo scorpione doveva attraversare il fiume; così non sapendo nuotare, chiese aiuto alla rana: - "Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull'altra sponda"- La rana rispose: - "Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi!!!" -"Per quale motivo dovrei farlo" - incalzò lo scorpione - "Se ti pungo tu muori e io annego!"- La rana stette un attimo a pensare, e convintasi della sensatezza dell'obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua.
A metà del tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all'insano ospite il perché del folle gesto.
-"Perché sono uno scorpione…" - rispose lui “è la mia natura!”.
Io le lacrime sul viso di tua moglie
non le ho mai scordate
quella gelida mattina d'inverno di cose ne ha cambiate
mentre ti allontanavi
mentre guardando ci salutavi
attraversando il fiume
come quello scorpione…...

noi non avevamo nemmeno la macchina missà...
Fa un po' nostalgia e un po' migranti, ascoltarla da due posti che non sono l'Italia no?
Io non cambio più.
Non da come mi hai conosciuta, quella volta, su quel treno.
Abbracci dalla Crucconia.