LA POLENTA NON MI PIACE.

....PERCHé NON HO MAI ASSAGGIATO QUELLA GIUSTA
OVVERO LA TRISTE CONDIZIONE DI UNA ROMAGNOLA CIRCONDATA DA POLENTOFILI

L'idea di Polenta in sé non mi dispiace affatto: mi fa venire in mente un qualcosa di caldo e giallo che si mangia quando fa freddo. Qualcosa di rincuorante, come le stelline in brodo. Un piatto della cucina povera, sa di rifugio di montagna, di festa di paese. La polenta ha in sé il concetto di qualcosa che unisce, che tiene una famiglia intorno a un tavolo, cibo adatto a quando si è in tanti, inutile mescolare due ore per una dose di polenta da single impenitente.

Eppure la polenta cibo, non idealizzata, ma concretamente presente nel mio piatto a pochi centimetri dal mio cucchiaio proprio non riesco a farmela piacere. La frase che mi sono sentita ripetere più volte di fronte a una simile affermazione è: “perchè non hai mai assaggiato quella giusta!!!”.

Purtroppo, ho i miei dubbi.

Innanzitutto c'è un problema geografico: Rimini, per gli amanti della polenta, è già a tutti gli effetti “terronia” e per quanto affettuosa possa essere tale denominazione, il riminese doc non convertirà mai il suo pranzo della domenica, piadata, tagliatellata o lasagnata che dir si voglia, in una polentata. Sia essa con il formaggio, con lo spezzatino o con il sughetto di moscardini e vongole, come alcuni ristoranti un po' chic hanno iniziato a servirla, rimane sempre polenta.

Fino ai vent'anni penso di aver visto solo la Polenta Valsugana. Bella, buona e sana, ma, anche lì, dipende dai gusti. Mia mamma la faceva (e la fa ancora ogni tanto) per due motivi:

1.Fare contento mio babbo che, avendo insegnato quando era molto, ma molto giovane in Trentino Alto Agide, conserva ricordi idilliaci di polenta grigliata e speck che i suoi scolari di allora si portavano per merenda a scuola come fosse un panino. La richiesta di polenta era come un disco rotto che si azionava con il primo freddo e si placava solo quando mia mamma decideva di assecondare la stravaganza nordica del marito facendo, finalmente, la polenta. La mangiavamo tra le smorfie di disgusto o di indifferenza mie, di mia mamma e di mia sorella, e finiva che mio babbo se la mangiava in tutte le salse per tre giorni, la SUA polenta, fino ad esaurimento scorta. E, per un po', si quietava.

2.Il secondo motivo per cui facevamo la polenta e ancora la facciamo, è per eliminare il cinghiale dal freezer. Ogni anno infatti un carinissimo paziente di mia mamma, che è medico di base, le regala una pregiatissima bestia: il cinghiale. Anzi un cinghiale, uno interno fatto poi a pezzi che finisce in freezer in meno di un secondo accompagnato dal commento: “Se ne riparla dopo Natale”. Dopo Natale c'è il periodo dell'influenza e poi Carnevale e nel frattempo ci regalano anche un coniglio che fa ugualmente pena e schifo a tutti, ma è meno impegnativo, lo sbatti in un tegame e finisce lì, e poi i piccioni e poi, detto sinceramente,mia mamma ha voglia zero di pensare pure al cinghiale. Oltre a tutto, pure al cinghiale? No, grazie.Insomma, alla fine finisce che si arriva a Marzo e si fissa una domenica sera per una polentata con cinghiale tra amici (negli anni si è creato il Gruppo del cinghiale)... E,ovviamente, la domenica scelta è la prima domenica calda di fine inverno, tira un garbino della miseria e ci sono venti gradi. Ma ormai il cinghiale è da due giorni in ammollo nel vino roso sul terrazzo, puzza da svenire ogni volta che si entra in cucina e bisogna assolutamente liberarsene. Così ci si spara la polenta con una sudarella inimmaginabile e la ferrea convinzione che per altri dodici mesi non se ne vorrà più sapere mezza di quella roba giallastra granulosa e appiccicosa. Tralasciamo poi la fatica infernale per scrostare la pentola dove è stata cotta la polenta: immagino che sul sito alfemminile.com, bibbia indiscussa delle non-casalinghe abbastanza disperate, ci siano al meno duecento post e il triplo dei commenti sui migliori metodi per scrostare la maledetta pentola.
Questo è stato il mio panorama “polentoso” più o meno finché non sono approdata nel Milanese. La mia prima coinquilina era Valdostana, polenta fritta come se piovesse, anche a colazione, con burro e marmellata. Nella seconda casa erano tutte valtellinesi: ogni tanto portavano la Polenta Taragna con il formaggio. Ho assaggiato più volte quella che per loro era la “polenta giusta” senza mai rimpiangere di essere nata nella terra delle piade e dei cassoni.
L'altra polenta giusta l'ho assaggiata a Macugnaga, in un agriturismo all'alpe Burki:

-“Questa polenta non può non piacerti”.

Mi aveva detto Nicole che ero andata a trovare nella sua casa in montagna per sfuggire al delirante e tamarrissimo Ferragosto Riminese.
E infatti mi era piaciuta. Piena di formaggio puzzolente da fare paura. Una bella fetta soda e grigiastra, nulla a che vedere con l'immagine di quella pappetta gialla e insapore che, nella mia testa, occupava il file: POLENTA. Ma... c'è un ma.
Il “ma” è che per raggiungere il posto della polenta ci va un'ora buona a piedi in salita. E noi eravamo assolutamente fuori allenamento avendo passato i due giorni precedenti a leggere, fare bagni caldi con la schiuma, cucinare, mangiare e portare a passeggio il cane. Quindi quando sono arrivata al rifugio ero davvero stanca ed affamata e sì, la polenta mi è piaciuta, ma forse le papille gustative erano un attimo sfalsate dal calo glicemico. O no?

Poi di Polente ne ho provate altre, le ultime due poco tempo fa.
Una alla festa di paese di Monforte d'Alba, domenica mattina a mezzogiorno meno tre minuti. Orario del pranzo per i montagnini non per i cittadini approdati in montagna la cui cena a base di bagna caoda era finita verso mezzanotte. Polenta, spezzatino con la salsiccia e un bicchiere di vino rosso. Atmosfera perfetta: peccato che la mia polenta sia finita diretta nel piatto di Fabio che da piemontese quasi doc ha raddoppiato la propria dose senza battere ciglio.

L'altra polenta l'ho mangiata ieri. Pranzo domenicale col parentado di Laura, la mia pseudosuocera. Giornata fredda, sole e neve sulle montagne. Un bel gruppetto di parenti, molti giovani. La giornata ideale per la polenta. In più tirava un'aria natalizia, mancava un pandoro, ma l'atmosfera c'era tutta. Polenta di due tipi: taragna e gialla. Carne e fonduta di formaggio. Burro e parmigiano.
Mi sono servita assecondando i miei gusti: taragna (poca), fonduta (tanta), parmigiano (tantissimo), carne: allegramente snobbata. Non pervenuta nemmeno lontanamente al trasmettitore di stimoli mano con cucchiaio-cervello.
L'ho mangiata volentieri,la famosa polenta, era buona, filante, nulla da dire. Forse la più buona delle ultime cinque "polente giuste" che ho assaggiato.
Ma ancora più buona era l'idea di polenta, il calore diffuso di una domenica in famiglia, forse l'ingrediente davvero indispensabile per qualsiasi polenta giusta che così si voglia chiamare.
Eppure della giornata appena trascorsa rimane più forte il fascino di un'idea. Un po' di nostalgia della mia, di famiglie, il sapore di una casa piena di gente che io associo inevitabilmente a una Piada salsiccia e cipolla o alla pasta e ceci della Vigilia di Natale piuttosto che a una fetta di polenta con il formaggio!


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