VIA DE GASPERI

Scoperta!

Appena tornata a casa non mi ricordavo più nemmeno se si chiamava De Gasperi o De Amicis, quella via.
Poi avevo controllato su Googlemaps: De Gasperi.
Però De Amicis sarebbe stato meglio, più romantico, l'autore di Cuore detiene un fascino maggiore di uno dei padri della Democrazia Cristiana. Il pluri-presidente del consiglio non me ne faccia una questione personale.

Via De Gasperi è una di quella vie che attraversano di sbieco strade supertrafficate della Torino nevrotica e finiscono in spigoli di metropoli che sembrano usciti da un libro di Fenoglio. Una panca, un bambino, una chiesa, un cane senza guinzaglio, un venditore di fiori. Qui, qui mi piacerebbe abitare, pensi transitando. Lo pensi un attimo e poi mai più.

Ci ero già passata una mattina alle cinque, in taxi, andavo in stazione a prendere il treno per Milano. Erano i primi giorni di estate. Torino era tutta rosa. E il tassista aveva preso questa via che non conoscevo. Le serrande chiuse dei negozi, infiniti bar, e quel suo andare trasversale alle centinaia di parallele e perpendicolari che formano la romanissima torino.
La strada era giusta, in stazione ci sono arrivata nel tempo solito, e ho pensato che ci sarei tornata, prima o poi, a fare un giro in quella vietta che partiva da dietro casa mia e che io avevo sempre ignorato.

Poi una mattina quella via mi era tornata in mente all'improvviso, per caso. Mi aggiravo per la città in bicicletta per delle commissioni da fare. Tirava un aria di fine estate. Frizzante, leggera. Le foglie secche scoppiettavano sotto le ruote. Torino ne era già piena e non era ancora settembre. Il vento, borderline pure lui in quei giorni non sapeva da che parte soffiare e soprattutto con quale temperatura. Così un giorno soffiava caldo e pacifico modello asciugacapelli e un giorno sembrava di stare a Trieste con la bora.
Quando accade così, qui a Torino, finisce il vento che gira in tondo, solleva mulinelli di foglie e sporcizia, gira su se stesso, si divide in mille trottole ribelli e poi la sera cala. Mi piace sempre pensarlo dietro la collina che vedo qui dalla finestra, addormentato.

La via, dicevamo. Andavo in giro in bicicletta. E per una mattina avevo deciso di non pedalare come una pazza scatenata e piena di impegni. Non morirò oggi sotto un tram, mi ero detta. Niente ipod, andatura normale. Mi ero goduta la pedalata. I suoni che uscivano dai muri del conservatorio di Via Mazzini dove abita Aurora, la bambina a cui faccio da Baby sitter, i profumi di brioches fuori dai bar, le serrande ancora chiuse da lunedì mattina, la gente si gode ancora per pochi attimi un altro posto, un'altra città, un altro mondo che, però non è il suo. Via Roma, Piazza Castello, Via Garibaldi piena di scatoloni delle nuove collezioni autunno-inverno. Che meraviglia. Avevo già voglia di scarpe, di cappotti, di berretti strani. Avevo voglia di freddo. Che quando arriva poi non lo sopporto e mi congelo, ma in quel momento non so che cosa avrei dato per chiudermi in un cappotto.
Via della Cittadella, biblioteca. Uscivo carica di libri. Tre nel portapacchi, due nelle borsa, tre in una sportina portata per l'occorrenza. Ho avuto la tentazione di andarmeli a rivendere su via Po e procurarmi un buono sconto per un cappotto.

Tornando a casa ero arrivata a Viale Einaudi. Metà strada perfetta da casa mia al centro. Quando è inverno e fa freddo, viale Einaudi è un urletto e un sospiro di sollievo. Il più è fatto. Via de Gasperi si apre su Via Einaudi come una via marginale e irrilevante. Eppure...

Era bella come me la ricordavo quella mattina andando in stazione. Il fascino notturno, alla luce del sole, aveva cambiato sembianze senza però perdersi. Il girarrosto Santa Rita, un panificio Delper, l'odore di focaccia, sulla sinistra si apre il mercato della Crocetta. Uno squarcio torinese, pochi cinesi, cappotti vintage, un banco di soli bottoni e perline. Strano che non l'avessi mai scoperto quel mercato poco lontano da casa mia. Eppure se non ci fosse stata Laura, la mamma di Fabio, il mio ragazzo, l'avrei ignorato per ancora molto tempo. Questa via sembra nascondersi agli sguardi superficiali, va un po' cercata, scovata, rincorsa. Si fa desiderare.
Quel giorno comunque mi ero limitata ad osservarlo da lontano, il mercato.
Subito dopo la zona del mercato una Biobottega, vari negozietti, innumerevoli panchine ai bordi della strada con altrettanto innumerevoli amici di cani a passeggio. O amici grazie ai cani, come spesso accade. Gente che si ritrova alle sei e mezzo di un mattino d'inverno a portare il cane allo stesso albero. L'empatia è troppo forte per non farne nascere qualcosa. Ai bordi della strada qualche ragazzetto sciamanato si mangia un kebab bisunto su una panca lasciata libera dagli over settanta. Gli zaini gettati a terra come stracci vecchi, la liberazione di essere sopravvissuti ai primi giorni di scuola, i più duri insieme agli ultimi.
Via de Gasperi con quel suo andare diagonale aveva un che di rilassante. Pedalavo lentamente cercando di memorizzare quello che mi passava davanti agli occhi. Ho mandato a mente un Kombu. Catena di ristoranti giapponesi abbastanza famosa nel torinese, promettendomi di tornarci con Maela, la mia coinquilina oggi collaudata, allora appena acquisita. Alla fine mi ritrovai su via Duca degli Abruzzi. Casa mia era a due passi.
Via De Gasperi sarebbe diventata la mia via preferita nel tragitto casa-centro, centro-casa. Un'attrazione che senza pensarci mi avrebbe portato a passare di là. L'avrei fatta innumerevoli volte da quella mattina di inizio estate, a tutte le ore del giorno e nel silenzio della notte. E sarei andata altrettante innumerevoli volte da Kombu, drogata dal suo Manga e dalla sua insalata di alghe verde fosforescenti. Accompagnata da Maela che allora non conoscevo e che oggi è una cara amica.
La via, però, quella via di quella mattina in taxi, non ha mai cambiato il suo volto di un angolo, certo, di metropoli, eppure imbevuto di un'anima sobria, calda, di paese.

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Comments

Potrei leggere tranquillamente un tuo romanzo tutto di un fiato..e sai che detto da me ha più valore visto la mia leggendaria avversione per i libri!!

Premesso che viaggiare è anche guardare le città con gli occhi degli scrittori che le hanno raccontate, si prende la decisione di partire per Istanbul. Ci chiediamo più volte: "Ma dove andiamo?" A Istanbul,appunto,a Costantinopoli,a Bisanzio.In Europa o in Asia? Che confusione! Bisogna far ordine e chiedere soccorso a Google. Compaiono De Amicis, Loti e Pamuk. Come De Amicis? Non aveva scritto solo il libro "Cuore" No,è stato anche un fine cronista di viaggi esotici come quello a Costantinopoli che aveva desiderato per ben dieci anni, (De Amicis, "Costantinopoli", Einaudi 2007). Ma Loti, chi è? Spamodica ricerca: autore francese di una delle più belle storie d'amore mai scritte, "Aziyadè" Come è possibile? sono
un'appassionata del genere e non l'avevo mai sentito nominare. Troverò mai questo libro? Allora scegliamo il più facilmente reperibile Pamuk per percorrere le strade di queste città accompagnati dalle sue parole in quei giorni intrisi di lacrime. Tra le tante risposte alla domanda che tutti rivolgono ad uno scrittore sul perchè scrive scegliamo questa.
"Per me scrivere è una terapia, una medicina. Da assumere quotidianamente, diverse ore al giorno. Per scrivere bene devo annoiarmi per bene. Per annoiarmi per bene devo immergermi nella vita. La vita è difficile perchè non scrivi. E scrivere, è vivere."
Continua a scrivere e noi continueremo a leggerti.